Austria, 1974. Jack Unterweger, un giovane di Judenburg strangola una diciottenne tedesca con il suo stesso reggiseno. E’ il primo di una lunga serie di omicidi commessi dal noto serial killer Jack the Writer. L’assassino in questione era così soprannominato perché amava scrivere poesie, brevi racconti e drammi teatrali. Esponenti letterari ottennero il suo rilascio cosicché egli potesse intraprendere la carriera di giornalista, ma non riuscirà mai a fermare il suo istinto omicida. La storia del prigioniero poeta (soprannome del killer austriaco) sarà proiettata tra meno di un anno nelle sale cinematografiche col titolo di Entering Hands. Sembra strano, ma occorre partire da questo preludio per capire chi è veramente CJ McCollum. Come Jack the Writer, infatti, la point guard dei Portland Trail Blazers ha una doppia personalità: assassino silente in campo, giornalista e filantropo fuori. La vita di CJ è una scalinata continua, in cui niente è semplice e tutto è sudato. E’ una storia che andrà progredendo, ma con un dettaglio incisivo che la rende differente da quelle degli altri atleti che attualmente calcano il parquet dell’NBA: il lieto fine della sua carriera è assicurato.
Il numero 3 dei Trail Blazers ha frequentato la Lehigh University in Pennsylvania, istituto privato, rinomato a livello accademico ed estremamente selettivo, ma tutt’altro che celebre nell’ambito sportivo. Le sue medie alla fine dei suoi quattro anni di college dettavano 21.3 punti, 6.3 rimbalzi e 2.7 assist. Quattro anni? E’ raro, in effetti, che un giocatore indirizzato a diventare un professionista nell’NBA frequenti l’università per quattro anni. Perché CJ McCollum, dopo una terza stagione da quasi 22 punti di media accompagnata da una clamorosa prestazione da 30 punti nella vittoria del suo team di sconosciuti contro Duke al torneo NCAA Division I, decide di non rendersi eleggibile al Draft? Lo spiega lui stesso in un articolo per Sporting News in cui mette a nudo la sua vera personalità.
La sua scelta di andare alla Lehigh è stata infatti mirata e consapevole. McCollum amava giocare a basket ma nel contempo si focalizzava sul suo possibile futuro. Sapeva come il contesto della pallacanestro professionistica poteva concedergli fama e soldi e allo stesso modo gettarlo prepotentemente giù dal trono. Centinaia di giocatori NBA ed in generale star del mondo dello sport vivevano periodi bui nel loro post-carriera, dopo aver dilaniato patrimoni interi ed aver imboccato la strada della criminalità . “Sono diventato vecchio troppo presto e intelligente troppo tardi” – diceva ad esempio Mike Tyson. L’allora ventunenne di Canton non voleva rischiare di andare incontro ad una fine simile e decide, quindi, di finire i suoi studi al fine di ottenere la laurea in giornalismo.
Ovviamente l’NBA lo aspettava. Venne selezionato con la scelta numero 10 nel 2013, destinazione Rip City. CJ McCollum entrò nel basket professionistico con una maturità già assodata. Sapeva benissimo che avrebbe dovuto lavorare intensamente per poter trasferire le capacità realizzative del college in un contesto completamente nuovo. E’ un gradino che non tutti riescono a superare e che richiede sicuramente del tempo. Consapevole di ciò non disdegnò mai di continuare la sua passione per il giornalismo. Scrisse vari articoli per testate giornalistiche dell’NBA e coronò il suo sogno. Fondò, appunto, un programma per giovani aspiranti giornalisti delle scuole di Portland il CJ’s Press Pass.
Passavano le prime due stagioni e cominciavano a intravedersi sprazzi del suo talento intervallati da infortuni e prestazioni sottotono. “I think sky’s the limit” – diceva CJ McCollum in un’intervista rilasciata a The Undefeated. Voleva fare di più e sapeva di poterlo ottenere. L’obiettivo da lui prefissato (riuscire a mostrare le sue doti realizzative che hanno contraddistinto i suoi anni alla Lehigh) era ancora notevolmente distante.
Così, nella stagione 2015/16 il copione venne completamente stravolto: il giornalista-giocatore si stava trasformando in un fenomenale cecchino che viaggiava a 20.8 punti a partita con un 41.7% al tiro da oltre l’arco dei 7.25. Nicolas Batum, LaMarcus Aldrige, Matthews e Robin Lopez avevano fatto le valigie in estate e toccava a Damian Lillard prendersi i suoi sulle spalle. CJ stava dimostrado che l’affidabilità nei suoi confronti poteva essere facilmente ripagata e il binomio di guardie riuscì a portare i Trail Blazers ai playoff ad Ovest, tutt’altro che una passeggiata di questi tempi.
La gestione divina di un finale targata C.J. McCollum
Il premio di Most Improved Player proprio nel 2016 è per CJ il riconoscimento dell’apoteosi di consapevolezza nei suoi mezzi. In un gioco come la pallacanestro, infatti, i mass media tendono a mettere in evidenza le doti atletiche dei vari professionisti, poche menzioni sono invece dedicate all’intelligenza ultracestistica. Un giocatore cosciente di ciò che accade attorno a lui, accorto al punto giusto, semplice ma prolifico, è poco spettacolare ma più che funzionale in un mondo come quello dell’NBA. McCollum non è quasi mai nella top 10 delle migliori giocate della notte, non appare alle telecamere con abiti sgargianti e stravaganti come LeBron o Westrook e non si dedica ad esultanze vistose e spettacolarizzate.
L’ex Lehigh pondera la grinta innestata dal sistema attorno a lui capeggiato da Damian Lillard con la cognizione di sé e di ciò che deve fare sul parquet. Il risultato è un giocatore esteticamente pulito. Ciò si esplica pienamente nella sua tipologia di gioco. Quando occorre mettere a segno punti per una rimonta cambia improvvisamente passo velocizzando le sue giocate e riuscendo a mantenere una freddezza da killer. Se DL0 è circondato da avversari che gli impediscono di concludere, niente paura, ci pensa C.J. McCollum con i suoi marchi di fabbrica: jump shot dalla media dal palleggio, penetrazioni acrobatiche in mezzo al traffico e rilascio da 3 punti mortifero.
Quarto quarto da urlo per la point-guard from Ohio C.J. McCollum
Le difese si sono adeguate conseguentemente al suo exploit. Marcature asfissianti e pressing continuo lo spingono alla forzatura di quasi tutti i tiri. Normalmente, in un caso come questo, le percentuali tenderebbero ad abbassarsi. Non è così per il nostro assassino silenzioso. A dimostrazione di ciò vi è l’incremento costante di punti e percentuali (dalla stagione 2016 a quella appena conclusa: +1.2 punti di media, +5% al tiro da 2 e +0.7% da 3).
“Il talento ti fa vincere una partita. L’intelligenza e il lavoro di squadra ti fanno vincere un campionato” – dettava il signor MJ. Forse accadrà in un altro team o con diversi compagni di squadra; una cosa sola è certa: CJ McCollum è un giocatore completo e ad adattabile in molti contesti NBA, ed è sicuramente consigliato ai GM delle franchigie che puntano al titolo.


