Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaRegular Season NBA 2017/18 – Le pagelle (prima parte)

Regular Season NBA 2017/18 – Le pagelle (prima parte)

di Stefano Belli

Con i playoff che ormai infiammano i nostri teleschermi, la regular season 2017/18 è quasi uno sbiadito ricordo.
Mentre ci tuffiamo con le ‘magnifiche sedici’ nell’agguerrita corsa al titolo, però, un’ultima occhiata a quanto successo da ottobre ad aprile è doverosa. Con un occhio sui pronostici e sulle aspettative di inizio stagione, diamo i voti alle trenta franchigie, per scoprire chi ha rispettato e chi invece ha tradito le attese della vigilia.

 

Atlanta Hawks: voto 6

I giovani Hawks versione 2017/18

I giovani Hawks versione 2017/18

Gli obiettivi stagionali erano principalmente due: perdere il più possibile e trovare qualche gemma nascosta tra le macerie. Missione compiuta, in entrambi i casi. Il peggior record della Eastern Conference (24 vittorie – 58 sconfitte, terzultimi nella lega) garantirà una posizione di rilievo al prossimo draft, da cui potrebbe uscire una figura che, in Georgia, manca da tempo immemore: un uomo-franchigia. Nell’attesa, questa regular season ha offerto esattamente quello che ci si aspettava: un roster continuamente stravolto (tra le ‘liberazioni’ eccellenti, quelle dei neo-Sixers Marco Belinelli ed Ersan Ilyasova) e tanto spazio ai giovani. Tra questi, hanno brillato il rookie John Collins e il secondo anno Taurean Prince, capace di passare dai 5.7 punti in 16 minuti del 2016/17 ai 14.1 in 30 minuti dell’ultima annata. Fra i pochi reduci del ‘vecchio corso’ c’erano Dennis Schroder e Kent Bazemore; i due, pur con spazio e libertà estremamente amplificate, si sono tenuti a debita distanza da qualsivoglia salto di qualità. Scommettere che saranno loro i prossimi da sacrificare alla ‘nobile causa’ del tanking potrebbe non essere un grosso azzardo. E’ vero, Atlanta ha mancato i playoff per la prima volta in tredici anni. Ma dopo tredici stagioni mediocri, una netta ripartenza era il meglio che si potesse auspicare.

 

Boston Celtics: voto 8

Per i Celtics una regular season travagliata, ma positiva

Per i Celtics una regular season travagliata, ma positiva

Una regular season che di regular  ha ben poco, quella dei biancoverdi. Iniziata con il terribile infortunio di Gordon Hayward, ovvero uno dei principali rinforzi estivi, e terminata con l’operazione di Kyrie Irving, ovvero IL principale rinforzo estivo. Nel mezzo, è successo di tutto. Una partenza a razzo, sulle ali di Irving, di un ottimo Jaylen Brown e del super-rookie Jayson Tatum (grandissimo colpo di Danny Ainge allo scorso draft). Poi un lieve calo, conciso con la trasferta londinese contro i Sixers. Quindi una nuova ripresa, nonostante altri infortuni di vario genere (dalla mano di Marcus Smart al ginocchio di Daniel Theis, costretto a chiudere anzitempo la stagione).
Aldilà di come andrà a finire la corsa (il k.o. definitivo di Irving è un brutto colpo per le ambizioni immediate), la truppa di Brad Stevens, eccellente condottiero, ha dimostrato di essere pronta ad entrare stabilmente tra le più grandi. Una squadra estremamente unita e organizzata, con una solidità difensiva che ha contagiato chi, come Kyrie, non era mai stato un grande difensore. Un roster profondo, malgrado le assenze, con giocatori come Terry Rozier, Marcus Morris e Aron Baynes determinanti per il secondo piazzamento finale. Anche dalle sconfitte (27 in totale), questi Celtics sono usciti a testa altissima, lottando fino alla fine. Tutti segnali estremamente positivi, considerando che la marcia verso il diciottesimo titolo è appena cominciata.

 

Brooklyn Nets: voto 5,5

Da sinistra: Spencer Dinwiddie e D'Angelo Russell

Da sinistra: Spencer Dinwiddie e D’Angelo Russell

Chiariamo subito: dopo le sciagure degli ultimi anni, questa regular season potrebbe essere quasi classificata come “soddisfacente”. Non tanto per il dodicesimo posto a Est, quanto per la consapevolezza che c’è quantomeno una strada da seguire (seppur lunghissima). I Nets, finalmente giunti all’ultima stagione senza scelte in lotteria (frutto della nefasta trade Pierce-Garnett del 2013), stanno gettando le fondamenta per un nuovo ciclo. Privi di top picks e con una probabilità molto vicina allo zero di attrarre free-agents, l’unica via per ritrovare dignità era contare sulle proprie (ed esigue) forze. Il risultato non è stato granché, se consideriamo che 13 delle 28 vittorie totali sono arrivate nei primi due mesi. La tanto auspicata esplosione dei giovani (Caris LeVert, Rondae Hollis-Jefferson) non è arrivata. D’Angelo Russell e Allen Crabbe non hanno sfigurato, ma le loro cifre sono rimaste pressoché le stesse dell’ultimo (e deludente) anno con Lakers e Blazers. Ancor meno d’impatto gli innesti in corsa di Jahlil Okafor e Nik Stauskas, finiti presto ai margini delle rotazioni di Kenny Atkinson. Le uniche note liete del 2017/18 di Brooklyn, segnato in partenza dal grave infortunio di Jeremy Lin, sono state il buon debutto di Jarrett Allen (ancora molto grezzo, ma dall’ottimo potenziale) e l’inatteso exploit di Spencer Dinwiddie, passato dai 7.3 punti di media dell’anno scorso ai 12.6 di questa regular season. Certo, prima che arrivi un uomo-franchigia e si possa tornare (?) competitivi ne passerà di acqua sotto i ponti. Per ora, pensando ai Nets, si finisce sempre alle parole di Francesco Guccini: “Ho da far cose più serie, costruir su macerie o mantenermi vivo”

 

Charlotte Hornets: voto 4,5

Kemba Walker (#15), Dwight Howard (#12) e Nicolas Batum (#5)

Kemba Walker (#15), Dwight Howard (#12) e Nicolas Batum (#5)

Una delle grandi delusioni di questa regular season. Con diverse concorrenti che avevano premuto il tasto reset (Chicago e Atlanta, ma anche Indiana, sulla carta), la qualificazione ai playoff sembrava l’obiettivo minimo per gli uomini di Steve Clifford. Invece, ecco l’ennesima stagione fallimentare, l’undicesima (su quattordici) da quando Charlotte accolse i Bobcats, nel 2004. Ed ecco il puntuale licenziamento di coach Clifford (con Ettore Messina tra i possibili sostituti) e il mancato rinnovo del GM Rich Cho, che verrà rimpiazzato da Mitch Kupchak, storico ‘architetto’ dei Lakers di Kobe Bryant.
Davvero poco da salvare, in un 2017/18 andato presto a rotoli. Tra quel poco c’è sicuramente la seconda chiamata all’All-Star Game di Kemba Walker (dato in partenza fino alla trade deadline) e la ‘rinascita’ di Dwight Howard, tornato a dominare i tabelloni come non accadeva da parecchio tempo. Per il resto, tutto da rifare. Il maggiore problema è stato una panchina cortissima, con Jeremy Lamb e il rookie Malik Monk (inspiegabilmente sottoutilizzato, soprattutto in avvio di stagione) a togliersi spazio a vicenda – senza nemmeno l’ombra di risultati memorabili – e nessun cambio all’altezza per Howard. Con un salary cap ingolfato da contratti senza senso, l’unica reale possibilità per uscire da questa fase di stallo è imbastire qualche trade, magari sacrificando i pochi pezzi pregiati. Speriamo che Michael Jordan non si offenda, se affermiamo che questo progetto è sonoramente fallito…

 

Chicago Bulls: voto 6

Da sinistra: Kris Dunn, Lauri Markkanen e Zach LaVine

Da sinistra: Kris Dunn, Lauri Markkanen e Zach LaVine

Come per gli Atlanta Hawks, anche per i Bulls questo 2017/18 doveva essere il primo anno del rebuilding; così è stato. Nonostante le sconfitte a profusione, però, la regular season appena trascorsa non può essere considerata un totale fallimento. Coach Fred Hoiberg, dopo i tumulti della parentesi Rondo-Wade-Butler, ha potuto finalmente lavorare con serenità, coltivando un gruppo giovane e dalle buone prospettive. In copertina c’è sicuramente il trio arrivato da Minnesota nella trade per Butler. Kris Dunn, dopo una stagione da rookie con più bassi che alti, ha finalmente mostrato quanto può valere. Zach LaVine, rimasto inizialmente ai box per i postumi del grave infortunio al ginocchio, si è confermato un giocatore in netta crescita, in grado di ergersi a punto di riferimento offensivo della squadra. La qualifying offer a cui sarà sottoposto in estate sarà un crocevia importante per il futuro della franchigia. A proposito di futuro, Lauri Markkanen è stato la migliore notizia dell’anno. Doti tecniche sopraffine e range di tiro illimitato, ha chiuso come miglior realizzatore (tra i giocatori con almeno 30 partite disputate) e rimbalzista di squadra. Niente male per un rookie di appena vent’anni! Altra nota positiva, l’epilogo del caso Nikola MiroticBobby Portis. Dopo che il primo era stato mandato in ospedale dal secondo con un pugno, c’erano dubbi più che leciti sulle armonie di spogliatoio. Invece entrambi sono tornati (dall’ospedale il primo, dalla sospensione il secondo) più carichi che mai. Mirotic è poi stato spedito ai New Orleans Pelicans (in cambio di un gruppo di ottuagenari e di alcune preziose scelte future), mentre Portis ha giocato una buonissima stagione. Ci sono state alcune sorprese (Justin Holiday, David Nwaba, Jerian Grant) e qualche mezza delusione (Denzel Valentine, ancora lontano dal salto di qualità che ci si aspettava) . Ora sotto con il draft, che aggiungerà importanti tasselli a una ricostruzione che potrebbe essere meno lunga del previsto.

 

Cleveland Cavaliers: voto 5

Regular season tormentata per i Cavs di Lebron James e coach Tyronn Lue

Regular season tormentata per i Cavs di Lebron James e coach Tyronn Lue

Fermo restando che i favoriti, ad Est, sono sempre loro, per i Cavs è stata una brutta regular season. Non certo per il quarto posto finale, che pur rimane un risultato deludente, quanto piuttosto per l’aver dimostrato di ‘vivere alla giornata’, senza altro piano che non sia “palla a LeBron James e vediamo cosa inventa”. Un roster assemblato a luglio per poi essere smantellato a febbraio, quando l’inesistente alchimia dello spogliatoio stava portando tutti alla deriva. Mezza squadra scambiata come un mazzo di figurine (Thomas, Wade, Rose, Crowder, Shumpert, Frye), i pochi reduci dal titolo 2016 (J.R. Smith e Tristan Thompson) palesemente demotivati e quintetti sempre diversi, alla perenne ricerca della formula giusta. La stagione di Cleveland è stata salvata da un paio di grandi momenti (18 vittorie su 19 partite tra novembre e dicembre, tre sole sconfitte negli ultimi quattordici incontri di regular season), ma la sensazione è che, in queste condizioni, non si possa arrivare lontano. Se a livello di Conference le concorrenti sono ancora giovani (Philadelphia) o falcidiate dagli infortuni (Boston), un’eventuale serie finale (a cui comunque bisogna arrivare, e non è scontato) contro una corazzata come Warriors o Rockets non sembra poter avere storia. Ah, ci sarebbe un’ultima considerazione: molto probabilmente, quest’estate King James saluterà tutti

 

Dallas Mavericks: voto 5,5

Dirk Nowitzki (a sinistra) e Dennis Smith Jr., passato e futuro dei Mavs

Dirk Nowitzki (a sinistra) e Dennis Smith Jr., passato e futuro dei Mavs

Sì, anche a Dallas era una stagione di rebuilding, ma i Mavs versione 2017/18 non hanno nemmeno lontanamente provato a rendersi presentabili. Verso la fine della regular season, lo stesso proprietario Mark Cuban ha ammesso di aver ‘incentivato’ il tanking ai suoi giocatori, finendo per versare 600 mila sacchi nelle casse di una furibonda NBA. Non che ci fosse estremamente bisogno di una conferma; le 15 sconfitte nelle prime 18 partite erano un indizio più che sufficiente. Pur senza pretese, se non quelle di un miglior posizionamento alla draft lottery, questi Mavs potevano fare qualcosa di meglio del tredicesimo piazzamento finale. Il quintetto, sulla carta, non era poi da buttare. In regia il rookie Dennis Smith Jr., al suo fianco l’eterno Dirk Nowitzki, veterani di alta qualità come Wesley Matthews e Harrison Barnes e un giovane in cerca di riscatto come Nerlens Noel. Ecco, Smith a parte (l’esordio dell’ex-NC State è l’unico motivo di soddisfazione di quest’annata), lo starting five di Rick Carlisle ha reso ben al di sotto delle aspettative; Matthews e Barnes (colui che, prima di Smith, avrebbe dovuto guidare i Mavs nella nuova era) in netto calo, Noel non pervenuto (anche se è rimasto a lungo fermo per infortunio) e Nowitzki… Beh, il leggendario numero 41 è sempre lui, e ha approfittato della sue ventesima regular season per aggiungere svariati milestones alla già ricca collezione. Però vederlo trascinarsi per il campo e tirare ‘da fermo’ mette una certa malinconia, pensando ai bei tempi andati. Se aggiungiamo che, in attesa del draft, all’orizzonte non si intravede nemmeno l’ombra di un degno rimpiazzo, capiamo che in Texas non stanno passando un gran periodo…

 

Denver Nuggets: voto 6,5

I giovani 'Big Three' dei Nuggets. Da sinistra: Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray

I giovani ‘Big Three’ dei Nuggets. Da sinistra: Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray

I Nuggets sono quasi pronti. In questo 2017/18 i playoff sono sfumati, anche se all’overtime dell’ottantaduesima partita, persa contro i Minnesota Timberwolves. Però il futuro sembra tutto dalla parte degli uomini di coah Mike Malone. Anzi, proprio l’ultima sconfitta, arrivata al termine di un’epica battaglia, potrebbe essere il punto di svolta per un gruppo così giovane e affamato. Una regular season chiusa con un record ampiamente positivo (46 vinte – 36 perse) è servita a irrobustire ulteriormente l’ossatura della squadra, composta da Jamal Murray (autore di un paio di canestri pesantissimi nella sfida finale con i T’Wolves), Gary Harris e Nikola Jokic. In particolare, il serbo sembra a un passo dal trasformarsi in un All-Star a tutti gli effetti. Al massimo in carriera in tutte le categorie statistiche, ha impreziosito la sua stagione con 10 triple-doppie (tra cui la più veloce nella storia NBA, 14 minuti e 33 secondi, contro Milwaukee) e con una prestazione mostruosa (35 punti e 10 rimbalzi) nello ‘spareggio’ finale. Prove da leader, come si dice in questi casi. Ora per Denver arriva quella che potrebbe essere la off-season della svolta. Un paio di trade fatte bene (gli asset non mancano, primo fra tutti il ‘disperso’ Kenneth Faried), ed ecco che, il prossimo ottobre, potremmo trovare un gruppo pronto a far parlare molto di sé.

 

Detroit Pistons: voto 4,5

Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23), nuova coppia di lunghi dei Pistons

Andre Drummond (#0) e Blake Griffin (#23), nuova coppia di lunghi dei Pistons

Ennesima annata fallimentare per un progetto fallimentare. A quattro anni dall’insediamento di Stan Van Gundy in veste di presidente e allenatore dei Pistons, il bilancio è tragico: una sola qualificazione ai playoff, con l’ottavo piazzamento e un secco ‘sweep’ per mano di Cleveland. Un presente infruttuoso e un futuro poco roseo, visto il monte salari stracolmo (a tal proposito, è sempre d’obbligo citare i 19,5 milioni che percepirà Jon Leuer fino al 2020). Parlando di stipendi, lo scambio di metà stagione che ha portato a Detroit Blake Griffin non è stato la migliore mossa possibile. E’ vero, l’impatto dell’ex-Clippers è stato molto buono, e ha leggermente mosso le stagnanti acque, ma l’obiettivo immediato (i playoff) è malamente sfumato e ora il front-office (“chi è causa del suo mal…”) si trova con un margine di manovra pressoché nullo. Griffin aveva appena firmato un mostruoso rinnovo, che lo porterà a un incasso di quasi 39 milioni di dollari nel 2022. Se aggiungiamo i 29 milioni scarsi per Andre Drummond (stagione 2020/21), otteniamo un enorme blocco di granito, che potrebbe inchiodare la franchigia all’eterna mediocrità.
Restando all’ultima regular season, i Pistons erano partiti forte, guidati dal miglior Tobias Harris in carriera (poi scambiato con Griffin). Un novembre da leoni (con tanto di iniziale primato nella Eastern Conference), poi un drastico calo, fino alla certezza matematica dell’esclusione dai playoff, arrivata con largo anticipo. L’unico motivo per cui valesse la pena passare una serata alla nuovissima Little Caesars Arena è stato un mostruoso Drummond, nuovamente All-Star e miglior rimbalzista NBA con 16 di media.

 

Golden State Warriors: voto 7

Regular season ricca di insidie per gli Warriors di Kevin Durant e Stephen Curry

Regular season ricca di insidie per gli Warriors di Kevin Durant e Stephen Curry

Una regular season chiusa con il secondo piazzamento a Ovest è sicuramente da considerare positiva, specialmente per una squadra che deve conservare le forze per i playoff e per la caccia al terzo anello in quattro stagioni. Però il 2017/18 degli Warriors è stato tutt’altro che semplice. I ragazzi della Baia partivano come indiscussi favoriti, e tali rimangono all’avvio della post-season. Ciò non toglie che le 24 sconfitte subite quest’anno siano le stesse ottenute sommando le due precedenti stagioni. Il dato in sé ha un valore relativo ma, se si analizzano queste 24 sconfitte, emerge un fattore molto pericoloso, che in passato era già costato un titolo agli uomini di Steve Kerr: l’eccesso di sicurezza. Dopo i fasti degli ultimi anni, Golden State è continuamente a caccia di motivazioni extra, non sempre facili da trovare. Senza il giusto approccio, la squadra si è presto trovata scarica sia fisicamente (molti infortuni, seppur non gravi), che mentalmente (continui falli tecnici ed espulsioni, soprattutto per i big). Come se non bastasse, è arrivata la tegola del nuovo stop di Stephen Curry. Il numero 30 dovrebbe tornare per il secondo turno playoff, e comunque ci sono sempre Kevin Durant (autore di una grande stagione, sia in attacco che in difesa), Klay Thompson e Draymond Green. Quanto successo nel 2016, però, ci insegna che gran parte delle sorti di questi Warriors dipenderà dalle condizioni del loro leader.

 

Houston Rockets: voto 10

Regular season da protagonisti per i Rockets di Mike D'Antoni, Chris Paul e James Harden (#13)

Regular season da protagonisti per i Rockets di Mike D’Antoni, Chris Paul e James Harden (#13)

L’altro grosso problema, per Golden State, arriva dal Texas. I Rockets hanno disputato una regular season fantastica, dominando in lungo e in largo sia la Western Conference, che l’intera lega.
I dubbi della vigilia, legati alla possibile coesistenza tra James Harden e Chris Paul, sulla carta due point guard, sono stati spazzati via, dando a tutti una sonora lezione su come ormai non si possa più parlare di ‘ruoli’ nella NBA.
Ancora una volta, Mike D’Antoni è arrivato prima degli altri. Paul e Harden si sono suddivisi il controllo delle operazioni alternandosi sul parquet, ma anche giocando insieme hanno saputo sfruttare al meglio le loro caratteristiche. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il Barba è il più credibile candidato al premio di MVP, nonché miglior realizzatore stagionale, CP3 è diventato una sorta di ‘allenatore in campo’. L’ex-Clippers, inoltre, ha portato a Houston uno degli ingredienti mancanti per completare la torta, ovvero l’applicazione difensiva, che ha finito per contagiare anche l’insospettabile Harden. Diretti dai due leader, gli altri ‘orchestrali’ hanno messo in scena una gran sinfonia. Dagli elementi storicamente più affidabili (Gordon, Ariza, Mbah’a Moute, Tucker, Nenè) a quelli su cui in pochi avrebbero scommesso (Gerald Green e Tarik Black), tutti hanno trovato il loro spazio in questa grande cavalcata. Poi c’è Clint Capela, trasformato dalla ‘cura D’Antoni’ in quanto di più vicino ci sia al concetto di ‘All-Star’. Da un’ottima regular season al titolo NBA c’è moltissima strada da percorrere, ma questi Rockets sembrano pronti al grande colpo.

 

Indiana Pacers voto 9

Gli Indiana Pacers sono stati una delle grandi sorprese di questa regular season

Gli Indiana Pacers sono stati una delle grandi sorprese di questa regular season

Forse la più grande sorpresa della stagione. Con l’addio di Paul George, Indiana sembrava destinata a una lunga fase di ricostruzione, invece la ritroviamo al termine della regular season con il quinto piazzamento ad Est, pronta a dare battaglia ai Cavs in un primo turno playoff tutt’altro che scontato. Merito certamente dell’esplosione di Victor Oladipo, passato da ‘bidone’ ad All-Star (e quasi certamente Most Improved Player Of The year) nel giro di pochi mesi. Ma i meriti di questi Pacers vanno ben oltre quelli del loro nuovo leader. Coach Nate McMillan ha dato alla squadra un’identità e un’organizzazione degne delle franchigie più strutturate. In attesa del salto di qualità di Myles Turner, a fare la differenza sotto canestro è stato Domantas Sabonis, arrivato come Oladipo nello scambio con PG13 e anch’egli etichettato come ‘pacco’. Darren Collison si è rivelato un eccellente innesto sui due lati del campo, ma anche la panchina è stata notevolmente rinforzata con gli arrivi di Bojan Bogdanovic, Trevor Booker e Cory Joseph.
L’energia con cui gli uomini di McMillan hanno affrontato la regular season, gravitando stabilmente tra le prime della classe ad Est, rende Indiana la più classica delle ‘mine vaganti’ ai playoff. Non solo: dopo una stagione del genere (comunque vada a finire), per la franchigia si aprono prospettive che, la scorsa estate, erano assolutamente inimmaginabili.

 

Los Angeles Clippers: voto 5

DeAndre Jordan (a sinistra) e Danilo Gallinari, sulla carta i leader dei Clippers versione 2017/18

DeAndre Jordan (a sinistra) e Danilo Gallinari, sulla carta i leader dei Clippers versione 2017/18

Il fatto che i Clippers siano rimasti fuori dai playoff per la prima volta dal 2011 (ovvero prima dell’arrivo di Chris Paul) è in gran parte dovuto all’incredibile serie di infortuni che ha messo fuori causa i principali rinforzi estivi. Ecco dunque Danilo Gallinari (mano rotta – non accidentalmente – in Nazionale, 21 apparizioni stagionali), Patrick Beverley (ginocchio, out for the season dopo sole 11 partite), Milos Teodosic (piede, 45 gare disputate), per finire con Avery Bradley, arrivato a febbraio nello scambio con Blake Griffin e sceso in campo solo sei volte. Anche nelle poche occasioni in cui Doc Rivers ha avuto a disposizione un numero accettabile di titolari, però, le prestazioni della squadra sono state orrende. Statici in attacco e piuttosto discontinui in difesa, guardarli giocare faceva un effetto ben diverso, rispetto ai tempi di ‘Lob City’ (l’unico superstite della vecchia era, DeAndre Jordan, è in scadenza di contratto) . A livello di intensità, poi, molto meglio i sostituti, grazie all’energia dei vari Montrezl Harrell, Tyrone Wallace, Sindarius Thornwell, C.J. Williams e Willie Reed. A parte il primo, si tratta di outsider, di giocatori ‘sballottati’ tra NBA e G-League, se non addirittura di ‘girovaghi’ come Reed, che nel corso dell’ultima regular season ha cambiato maglia tre volte, prima di essere tagliato dai Chicago Bulls. Insomma, in casa Clippers non è andata esattamente come previsto. L’unica nota positiva è stato l’incredibile 2017/18 di Lou Williams, favoritissimo 6th Man Of The Year e arrivato a un soffio dall’All-Star Game. La trade che ha spedito Griffin a Detroit sembra comunque il primo segnale di un’inevitabile svolta, sotto la guida esperta di Jerry West. Il sogno si chiama LeBron James, ma l’impressione è che un ‘piano B’ sia indispensabile…

 

Los Angeles Lakers: voto 6,5

Le giovani speranze dei Lakers. Da sinistra: Lonzo Ball, Kyle Kuzma e Brandon Ingram

Le giovani speranze dei Lakers. Da sinistra: Lonzo Ball, Kyle Kuzma e Brandon Ingram

Il 2017/18 è stata la stagione che i Lakers aspettavano da tempo. I playoff sono rimasti una chimera (un gennaio da incubo ha affossato qualsiasi ambizione), ma almeno si è intravista la luce in fondo al tunnel. La migliore notizia, per coach Luke Walton, è stato l’inserimento dei rookie. Se Lonzo Ball (per ora né fenomeno, né ‘bidone’, aldilà del clamore mediatico) e Josh Hart sono stati in grado di offrire da subito un validissimo contributo, Kyle Kuzma ha strabiliato, risultando determinante in gran parte delle 35 vittorie stagionali. Ottimi segnali anche dalle ‘eterne promesse’ Julius Randle e Brandon Ingram. Il primo era dato in partenza da tempo, salvo far cambiare idea a molti con una regular season da leader, mentre l’ex Duke si è scrollato di dosso la ‘timidezza’ con cui aveva affrontato una stagione da matricola piuttosto deludente. Molto buono l’operato della dirigenza; la trade con i Cavs (Clakson e Nance per scelte e un Isaiah Thomas in scadenza di contratto) ha liberato lo spazio salariale necessario per la tanto declamata caccia ai grossi nomi. Staremo a vedere, ma anche senza LeBron James o Paul George c’è un’ottima base su cui costruire il futuro.

 

Memphis Grizzlies: voto 5

Dillon Brooks e Tyreke Evans, tra le poche note liete della regular season dei Grizzlies

Dillon Brooks e Tyreke Evans, tra le poche note liete della regular season dei Grizzlies

La rifondazione dei Grizzlies doveva iniziare un anno fa, invece la dirigenza si è intestardita a proseguire sulla vecchia strada. Forse si sperava che con Mike Conley, Marc Gasol e un gruppo di giocatori racimolati qua e là si sarebbe potuti restare in orbita playoff. Invece Conley ha presto raggiunto in infermeria il lungodegente Chandler Parsons (che a Memphis è sceso in campo 42 volte in due anni), e la stagione è andata prontamente in malora. Penultimi nella Western Conference, con i playoff da guardare in televisione dopo sette partecipazioni filate. La mossa più sorprendente è stata la mancata cessione di Gasol alla trade deadline; con parecchie squadre disposte a spendere scelte al primo giro per il centro catalano, la dirigenza avrebbe potuto aggiungere importanti tasselli alla ricostruzione. Molto probabilmente se ne riparlerà il giorno del draft, con la suggestiva ipotesi di una doppia top pick che potrebbe farsi sempre più concreta.
Per quanto riguarda il basket giocato, gli unici raggi di sole sono stati il bel debutto di Dillon Brooks, l’inaspettato ‘risveglio’ di Tyreke Evans e il clamoroso finale di stagione di MarShon Brooks, autore di sette prestazioni ‘ruggenti’ (20.1 punti di media) dopo un lungo esilio tra Milano e la Cina. Tutto il resto finisce nel tritarifiuti chiamato ‘tanking mode’.

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