Con i playoff che ormai infiammano i nostri teleschermi, la regular season 2017/18 è quasi uno sbiadito ricordo.
Mentre ci tuffiamo con le ‘magnifiche sedici’ nell’agguerrita corsa al titolo, però, un’ultima occhiata a quanto successo da ottobre ad aprile è doverosa. Con un occhio sui pronostici e sulle aspettative di inizio stagione, diamo i voti alle trenta franchigie, per scoprire chi ha rispettato e chi invece ha tradito le attese della vigilia.
Miami Heat: voto 6

Da sinistra: Bam Adebayo, Dwyane Wade e James Johnson
Una regular season tutto sommato sufficiente per gli uomini di Erik Spoelstra, ma certamente non entusiasmante. Il sesto piazzamento ad Est era un obiettivo più che alla portata; una volta raggiunto, però, sono mancate le energie per tentare di scalare qualche posizione, con una volata finale piuttosto mediocre (5 sconfitte nelle ultime 10 partite).
Doveva essere la stagione della consacrazione per Goran Dragic, Dion Waiters e Hassan Whiteside, invece i veri protagonisti sono stati i ‘gregari’: Josh Richardson, Tyler & James Johnson, Wayne Ellington e Kelly Olynyk. La spinta decisiva, però, è arrivata con il ritorno di un Dwyane Wade ancora in ottima forma, riaccolto da eroe dopo un anno e mezzo di ‘esilio’ tra Chicago e Cleveland. Dragic è riuscito a conquistare l’All-Star Game, ma ci è arrivato più che altro per le molteplici defezioni dei convocati iniziali (Cousins, Porzingis, Wall e Love). Il suo 2017/18 non è stato per niente esaltante; sia a livello di cifre che di impatto, lo sloveno è nettamente calato rispetto alla scorsa stagione. Idem dicasi per Whiteside, mentre Waiters ha dovuto arrendersi dopo sole 30 partite a un’inevitabile operazione alla caviglia. Justise Winslow sembrava aver intrapreso un ‘binario morto’ della sua fin qui breve carriera. Dopo l’incoraggiante stagione da rookie e un secondo anno quasi interamente saltato per infortunio, nell’ultima regular season l’ex-Duke non ha mai saputo convincere. Con l’arrivo dei playoff si è invece trasformato in un vero e proprio ‘guerriero’. Buono, ma non irresistibile, il debutto di Bam Adebayo, la cui giovane età rappresenta una validissima giustificazione. Gli Heat si sono confermati una franchigia solida e ben allenata, e il ritorno ai playoff è un giusto premio al lavoro di Spoelstra. Per fare strada, però, servirà ben altro (o Ben Affleck, come diceva Maccio Capatonda).
Milwaukee Bucks: voto 5,5

Giannis Antetokounmpo e coach Jason Kidd, rimpiazzato a metà regular season da Joe Prunty
A proposito di squadre poco convincenti, ecco i Bucks. Attesi dalla stagione del grande salto, sono partiti forte, sospinti da un Giannis Antetokounmpo formato MVP. Poi sono arrivati un netto calo (che ha portato all’esonero di Jason Kidd, rimpiazzato dall’assistente Joe Prunty) e una seconda parte di regular season più che altalenante. Il settimo posto finale è davvero poco, per una squadra con così alte aspettative. Certo, l’infermeria non è rimasta vuota nemmeno in questo 2017/18; stavolta è toccato a Malcolm Brogdon, che ha saltato 34 partite per un problema al quadricipite. Un Brogdon che, oltretutto, stava vedendo calare il suo minutaggio dopo l’arrivo di Eric Bledsoe. L’ex-Suns, pur con i suoi limiti, ha portato a Milwaukee una buona dose di energia, dando spesso una mano importante a ‘The Greek Freak’ e a Khris Middleton in fase offensiva. Resta comunque il fatto che i Bucks hanno un roster ancora troppo corto per puntare in alto. L’incostanza di Thon Maker (regular season sottotono e – come l’anno scorso – playoff notevoli) ha messo in evidenza la poca profondità del reparto lunghi, ma anche nel backcourt non ci sono enormi alternative a Brogdon e Bledsoe. Basti pensare allo spazio concesso ai vari Jason Terry, Matthew Dellavedova e… Brandon Jennings!
Aldilà dell’esito dei playoff, è inevitabile che in estate si debba passare alla seconda fase della costruzione di questa squadra. Probabilmente sarà necessario qualche sacrificio (Jabari Parker?), ma con il gruppo attuale le prospettive sembrano piuttosto limitate.
Minnesota Timberwolves: voto 5

I ‘Big Three’ dei T’Wolves 2017/18. Da sinistra: Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Jimmy Butler
Il ritorno ai playoff dopo tredici anni non allontana per niente il fatto che Minnesota sia una delle maggiori delusioni di questa regular season. Perché l’ottavo biglietto per la post-season è stato staccato all’overtime dell’ultima partita, e la squadra di coach Tom Thibodeau si è presentata senza uno straccio di possibilità di impensierire gli Houston Rockets al primo turno. Viste le premesse, con un altisonante mercato estivo, c’è poco da essere soddisfatti nel freddo Nord.
Oltre all’allenatore, i cui dogmi sono probabilmente anacronistici, i maggiori imputati per questa brutta stagione sono Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. Dovevano essere le star che avrebbero trascinato i Timberwolves ad un’era gloriosa, invece rischiano di restare delle grandi incompiute. Sul loro valore tecnico e sulle loro doti offensive non si possono avanzare dubbi, ma la loro incostanza, la loro inesistente applicazione difensiva e il loro linguaggio del corpo sono ben lontani dalle doti di un leader. Doti che, per fortuna di Thibodeau, ha portato Jimmy Butler. Guidati da uno dei migliori two-way-players della lega, i T’Wolves sono arrivati persino ad assaggiare il terzo posto a Ovest. Il suo infortunio, però, ha esposto tutti i limiti di una squadra non pronta a competere ad alti livelli. Riuscirà mai a diventarlo? Qualora la risposta fosse negativa anche l’anno prossimo, dopo gli inevitabili aggiustamenti estivi, avremmo di fronte uno dei più grossi sprechi di talento della storia NBA.
New Orleans Pelicans: voto 8,5

Coach Alvin Gentry con Anthony Davis, DeMarcus Cousins (dietro, da sinistra), Jrue Holiday e Rajon Rondo (davanti)
Stagione alquanto sorprendente per la squadra di Alvin Gentry. Guardando il roster, composto da due tra i migliori (se non I migliori) lunghi NBA, ma anche da due veterani ormai lontani dai giorni migliori e da un gruppo di ‘scarti’ delle altre franchigie, in pochi avrebbero scommesso su questi Pelicans. Invece Anthony Davis e DeMarcus Cousins, che in precedenza avevano giocato insieme giusto un paio di mesi, hanno dimostrato di saper coesistere alla perfezione. Non solo, entrambi hanno disputato una regular season da MVP. Quando DMC ha dovuto fermarsi per il grave infortunio al tendine d’Achille, AD è ulteriormente salito di livello, incendiando i parquet con prestazioni inumane. Detto dei due lunghi, per il raggiungimento del sesto posto sono stati fondamentali gli ‘anzianotti’ di cui sopra; Rajon Rondo è stato il motore perfetto di una squadra ben organizzata (a differenza di quelle da cui era transitato dopo il suo addio a Boston), ma la vera rivelazione è stata Jrue Holiday. All-Star – in una vita precedente – con i Sixers, nei quattro anni a New Orleans la sua stella sembrava essersi offuscata. Questo 2017/18 è stato la sua miglior stagione in carriera, e il suo inatteso exploit ha dato una notevole spinta alla squadra nella volata playoff. Con quattro giocatori, però, non si vincono le partite. L’ottima stagione dei Pelicans è arrivata anche grazie al contributo di insospettabili gregari: da E’Twaun Moore a Nikola Mirotic (arrivato a stagione in corso dopo gli alti e bassi di Chicago), passando per i redivivi Darius Miller (0.4 punti di media nel 2014/15, sua ultima apparizione NBA) ed Emeka Okafor (visto per l’ultima volta a Washington nel 2013).
Peccato che il futuro della franchigia sia stracolmo di incognite (dal rinnovo di Cousins al possibile desiderio di Davis di andare a vincere altrove), perché questo gruppo di ‘reietti’ meriterebbe almeno una chance…
New York Knicks: voto 5,5

Gli uomini di punta per i Knicks 2017/18. Da sinistra: Tim Hardaway Jr., Kristaps Porzingis e Frank Ntilikina
Il nuovo capitolo dell’infinita saga può considerarsi positivo, se confrontato con le follie della stagione precedente. Anche questa regular season, però, ha riservato più amarezze che soddisfazioni agli inconsolabili tifosi dei Knicks. Un grandissimo Kristaps Porzingis ha trascinato la squadra in zona playoff, finché il suo ginocchio non ha ceduto; operazione, addio al primo All-Star Game in carriera (per il quale era stato appena selezionato) e addio sogni di gloria per New York. Doveva essere la stagione di Porzingis e di Frank Ntilikina (ottava scelta al draft 2017, chiamato prima del pari-ruolo Dennis Smith Jr.), invece è stata quella di Michael Beasley e Trey Burke. I due sono stati gli imprevedibili protagonisti di questo 2017/18, al fianco di compagni sicuramente più attesi come Enes Kanter e Tim Hardaway Jr. (migliori cifre in carriera al suo ritorno a Manhattan). Interessante la strategia elaborata dalla dirigenza per favorire l’inserimento di Ntilikina: aggiungere Burke (ottimo) ed Emmanuel Mudiay (una sorta di Ntilikina con due anni in più) ad un reparto guardie che già poteva ‘vantare’ il millenario Jarrett Jack, l’intristito Courtney Lee e il mitico rookie Damyean Dotson, salito alla ribalta per il trentello contro Miami (6 aprile) e per aver giocato una partita in G-League e una in NBA nello stesso giorno (29 novembre)… Dai, che sei giovane!
In attesa di capire l’entità del recupero di Porzingis e il nome del nuovo allenatore (Jeff Hornacek è stato silurato al termine della regular season), sotto con il draft e con una nuova fase dell’interminabile ricostruzione. Tanto si sa, il tifoso di New York avrà pure tanti problemi, ma di sicuro non quello della pazienza…
Oklahoma City Thunder: voto 5,5

Paul George (#13), Russell Westbrook (#0) e Carmelo Anthony (#7) al Media Day dei Thunder
I Thunder erano una delle squadre più attese, al via della regular season. Gli arrivi di Paul George e Carmelo Anthony al fianco dell’MVP Russell Westbrook avevano dato una grossa spinta alle ambizioni da titolo, ormai sopite dopo l’addio di Kevin Durant. Sulla carta principale pericolo per Warriors e Rockets, OKC è invece apparsa un motore mai in grado di scatenare tutta la sua potenza. Ha alternato vittorie strabilianti (contro Houston e Golden State, ma anche Spurs, Raptors e Cavs) a tonfi clamorosi (Sacramento, due volte Dallas, Orlando, Phoenix e le due newyorchesi).
Il trio di stelle ha pian piano trovato il giusto amalgama, con Steven Adams a spadroneggiare sotto canestro come Diego Abatantuono sul suo moto-fuggone e Corey Brewer a sostituire più che egregiamente l’infortunato Andre Roberson. Però il livello dei Thunder non è mai decollato, soprattutto – e incredibilmente – sul piano offensivo. Il quarto posto finale è arrivato più per le sconfitte delle concorrenti, che per una stagione convincente degli uomini di Billy Donovan.
Tra le poche certezze, nell’Oklahoma, una è proprio Russell Westbrook. Pur lontano dalle cifre mostruose del 2016/17, il numero 0 ha scritto un’altra pagina di storia NBA chiudendo la seconda stagione consecutiva in tripla-doppia di media. Per lui sono finiti gli aggettivi, per la franchigia inizia invece una fase decisiva, tra una corsa playoff in salita e le decisioni estive di Anthony e (soprattutto) George. Se PG dovesse rimanere, il prossimo potrebbe essere davvero l’anno buono per tornare in alto. Altrimenti… sipario?
Orlando Magic: voto 5

Aaron Gordon, una delle poche note liete della regular season degli Orlando Magic
Il 2017/18 doveva servire ai Magic per trovare finalmente qualcosa su cui costruire, invece è ancora notte fonda. La sesta scelta assoluta all’ultimo draft, Jonathan Isaac, ha saltato per infortunio gran parte della stagione. I giovani emergenti non sono emersi (il solo Aaron Gordon ha fatto visibili progressi, ma non parliamo ancora di un All-Star), alcuni sono addirittura peggiorati (Evan Fournier), altri ancora si sono infortunati presto (Terrence Ross). Qualcuno è stato ceduto (Elfrid Payton ‘regalato’ ai Phoenix Suns), mentre qualcun altro è inspiegabilmente rimasto (Nikola Vucevic). L’allenatore su cui imbastire i progetti futuri, Frank Vogel, è stato cacciato senza ritegno, capro espiatorio di una franchigia allo sbando. Difficile, anzi, impossibile trovare qualcosa da salvare in una regular season chiusa con la miseria di 25 vittorie, dopo la brevissima illusione iniziale (8 vittorie nelle prime 12 partite). Forse l’ennesima scelta in lotteria, anche se il ritornello ormai è ben noto. Bisognerà davvero trovare il biglietto d’oro (tipo Shaq, Hardaway o Howard) per cambiare le sorti di un ambiente disastrato da anni di tanking fine a se stesso.
Philadelphia 76ers: voto 9

Ben Simmons e Joel Embiid sembrano già pronti a conquistare la lega
Dopo le buone premesse del 2016/17, questa regular season è stata quella della definitiva esplosione dei Sixers. Con l’abbagliante debutto di Ben Simmons, un Joel Embiid finalmente in salute, la crescita di Dario Saric e Robert Covington e l’aggiunta di preziosi veterani come J.J. Redick e Amir Johnson, la truppa di Brett Brown ha finalmente iniziato la seconda fase di ‘The Process’. Ecco dunque l’arrembante cavalcata in zona playoff e i primi, chiari avvertimenti lanciati alla lega. Con gli arrivi di Marco Belinelli ed Ersan Ilyasova e il rientro di Markelle Fultz (prima scelta assoluta 2017, fermo a lungo per un misterioso infortunio alla spalla), il puzzle è stato completato. Phila ha chiuso la regular season con un’impressionante striscia di 16 successi consecutivi, assicurandosi il terzo miglior record a Est (davanti ai Cavs di LeBron James).
Aldilà di come vada a finire questa sorprendente stagione, le premesse sono tutte dalla parte dei Sixers. Embiid e Simmons, così giovani e già leader indiscussi (su entrambi i lati del campo), hanno margini di crescita esponenziali. Tutto il roster, dalle star emergenti ai veterani, è a completa disposizione dell’allenatore (qualcuno sta pensando a Minnesota?). Inoltre, ci sono asset e spazio salariale per aggiungere tasselli importanti già dalla prossima stagione. Insomma, salvo sorprese, per la Eastern Conference (e per la NBA in generale) è l’alba di una nuova era.
Phoenix Suns: voto 5,5

Josh Jackson (a sinistra) e Devin Booker, giovani promesse dei Suns
Il record con cui Phoenix ha chiuso la regular season 2017/18 (21 vinte – 61 perse) è il secondo peggiore nella storia della franchigia, dietro solo a quello della stagione inaugurale (16-66 nel 1968/69). Dopo la pessima partenza, coach Earl Watson è stato allontanato senza remore, mentre Eric Bledsoe è letteralmente ‘fuggito’ a Milwaukee.
Ciò premesso, dalla stagione dei Suns non ci si aspettava molto di più. L’obiettivo principale era far crescere i giovani talenti, in attesa di aggiungerne di nuovi al prossimo draft (magari DeAndre Ayton, ‘sbocciato’ proprio in Arizona, o Marvin Bagley, nativo di Phoenix), con quattro scelte a disposizione. A tal proposito, i vari Marquese Chriss, Dragan Bender, Alex Len e Tyler Ulis hanno compiuto passi meno significativi di quanto ci si aspettasse. Molto bene Josh Jackson, su cui la dirigenza aveva puntato nel ricco draft 2017. Dopo un avvio faticoso, l’ex ala di Kansas ha bruscamente accelerato nella seconda parte di regular season. Buono anche l’impatto di Elfrid Payton, ‘scaricato’ dagli Orlando Magic prima della trade deadline, e di T.J. Warren, grande sorpresa di inizio anno. Devin Booker, leader designato della squadra, ha continuato la sua ascesa alla grandezza, pur limitato da alcuni infortuni. Sarà interessante vederlo all’opera in un contesto minimamente competitivo, in futuro. E non è detto che quel contesto sia per forza Phoenix…
Portland Trail Blazers: voto 8,5

C.J. McCollum (a sinistra) e Damian Lillard
Non facciamoci condizionare dal pesante e imprevedibile ‘cappotto’ subito al primo turno playoff; la regular season dei Blazers è stata eccezionale. Sono stati gli unici in grado di staccarsi dal ‘gruppone’ ciclistico in lotta fino all’ultima partita per il posizionamento playoff. L’hanno fatto grazie ad una straordinaria seconda parte di stagione, culminata con le tredici vittorie consecutive tra febbraio e marzo. Una squadra che partiva con semplici pretese da playoff, e che invece si è ritrovata in post-season con il fattore campo (poi neutralizzato da Davis e soci). A guidarla, due condottieri: il primo, Terry Stotts, seduto in panchina; il secondo, Damian Lillard, col pallone tra le mani. In una stagione senza ‘alieni’ (i Rockets di Mike D’Antoni e il duo Harden-James), Stotts potrebbe tranquillamente ambire al premio di Coach Of The Year, mentre Dame al trofeo di MVP. Le grandi annate dei due hanno ‘nascosto’ i limiti della squadra, ovvero un supporting cast mediocre (C.J. McCollum e Jusuf Nurkic più altalenanti che mai) e una panchina troppo corta. A contribuire alla causa sono state anche le sorprendenti performance di giocatori ben lontani dalle luci dei riflettori; Evan Turner, Al-Farouq Aminu, Pat Connaughton, Shabazz Napier. Ancora un impatto relativo, ma buoni segnali per la giovanissima coppia di lunghi Zach Collins – Caleb Swanigan. Con la scarsa propensione di Portland nell’attrarre free-agent e, a maggior ragione, dopo la brutta eliminazione ai playoff, ripartire dai giovani è l’unica via percorribile.
Sacramento Kings: voto 6

Il nuovo corso dei Kings parte dai giovani. Da sinistra: Frank Mason, Bogdan Bogdanovic, De’Aaron Fox, Justin Jackson e Harry Giles
E’ vero, i Kings versione 2017/18 sono stati pressoché inguardabili, e il loro record (27 vinte – 55 perse) parla da sé. Però si tratta pur sempre di un gruppo che, più che un roster NBA, sembra una sorta di ‘Dream Team’ collegiale: De’Aaron Fox (Kentucky, 20 anni), Frank Mason (Kansas, 24 anni), Justin Jackson (North Carolina, 23 anni), Harry Giles (Duke. 20 anni, ai box per infortunio). Qualche super-veterano (Vince Carter e Zach Randolph) e un mucchio di giovani da far crescere. Tra questi, i migliori sono stati Bogdan Bogdanovic (rookie ‘atipico’ di 25 anni) e Buddy Hield. Gli altri, da Skal Labissiere a Willie Cauley-Stein, sono ancora tutti da costruire. Fox, l’uomo-franchigia designato, ha mostrato sprazzi di talento cristallino, ma per la continuità ci sarà da lavorare. Così come ci sarà da lavorare per assemblare i Kings del futuro. All’errore dell’insensato innesto di George Hill è stato posto rimedio con la trade che lo ha spedito ai Cavs in cambio di quel che restava di Iman Shumpert (mai sceso in campo con Sacramento), mentre i contratti degli altri veterani saranno in scadenza. Sotto con il draft, dunque, che la (ri)salita è ancora lunga.
San Antonio Spurs: voto 5,5

LaMarcus Aldridge e coach Gregg Popovich
Senza alcun dubbio, il 2017/18 è stata la stagione più strana della storia recente degli Spurs. Lo scorso maggio erano arrivati in finale di Conference con la seria intenzione di mandare a casa i Golden State Warriors, poi l’intervento di Zaza Pachulia su Kawhi Leonard ha stravolto tutto. Con il loro candidato MVP fermo per infortunio, gli uomini di Gregg Popovich hanno immediatamente alzato le mani in segno di resa, venendo spazzati via da Curry, Durant e compagni. Con tutte le possibili attenuanti, un atteggiamento non da Spurs. Poi è arrivata una off-season totalmente priva di significativi movimenti, eccezion fatta per i rinnovi (esageratamente lunghi) dei veterani. Quindi ecco la regular season, segnata indelebilmente dal mistero-Leonard. La stella nero-argento, apparentemente guarita dal problema alla caviglia, si è nuovamente fermata prima del via per un non meglio precisato guaio al quadricipite. Dopo aver continuamente rinviato il rientro, Leonard si è rivisto in campo; 9 partite, poi un nuovo stop. Da lì, nuove speculazioni sulla data del definitivo ritorno e sulle sue reali condizioni, finché la stagione non si è conclusa.
Aspettando Kawhi, San Antonio ha staccato il ventunesimo biglietto consecutivo per i playoff, pur faticando enormemente. I veterani di cui sopra, da Pau Gasol a Tony Parker, sono spesso sembrati un malinconico ricordo dei campioni di un tempo, e le giovani speranze (Dejounte Murray, Davis Bertans, Kyle Anderson) sono state tutto, tranne che continue. Il fatto che un quarantunenne come Manu Ginobili sia stato uno degli elementi chiave per il raggiungimento della post-season la dice lunga… Oltre all’immortale argentino, Popovich deve ringraziare LaMarcus Aldridge, faro offensivo e protagonista di una grandissima stagione. Ora inizia un’estate ricca di decisioni difficili.
Toronto Raptors: voto 9

Kyle Lowry (#7) e Demar DeRozan (#10), leader storici dei Raptors
Con un roster pressoché invariato rispetto allo scorso anno (le uniche aggiunte, seppur importanti, sono state quelle di O.G. Anunoby e C.J. Miles), era facile presumere che i Raptors avrebbero ripetuto i risultati del 2016/17: terzo posto a Est e sconfitta al secondo turno playoff. Fermo restando che l’epilogo potrebbe essere il medesimo, quanto fatto in regular season dalla squadra di Dwane Casey è andato ben oltre le più rosee aspettative. Toronto ha dominato la Eastern Conference, chiudendo con il miglior record nella storia della franchigia (59-23) e rendendo l’Air Canada Centre un fortino inespugnabile (7 sconfitte su 41 incontri).
A rendere possibile tutto ciò non sono stati solo i ‘soliti’ DeMar DeRozan e Kyle Lowry (entrambi in netto calo sul piano statistico) o i miglioramenti di Serge Ibaka e Jonas Valanciunas. A fare la differenza è stata la miglior panchina della lega, guidata dalla sorpresa Fred Vanvleet, da veterani come Miles e dai giovani Pascal Siakam, Jakob Poltl e Delon Wright. Oltre a quello di saper valorizzare tutti i giocatori del roster, il grande merito di Casey (e del suo staff) è stato quello di saper adattare il gioco dei Raptors alla rapida evoluzione della NBA attuale: maggiore ritmo, meno isolamenti (anche se ai playoff sembra si stia tornando ai vecchi standard) e incremento del tiro da tre punti, con la decisiva partecipazione di un DeRozan mai così prolifico dall’arco (31% con 285 tentativi, contro il 26% su 124 tiri del 2016/17). In attesa del verdetto dell’esame storicamente più duro, quello dei playoff, non si può che promuovere a pieni voti la regular season di Toronto.
Utah Jazz: voto 9

Grandissima regular season per i Jazz di Rudy Gobert (a sinistra), Ricky Rubio e Donovan Mitchell
A proposito di sorprese, i Jazz sono stati tra i grandi protagonisti di questo 2017/18. L’esplosione della passata stagione sembrava destinata a rimanere un fuoco di paglia, dopo che uno dei due leader, Gordon Hayward, aveva fatto le valigie con destinazione Boston. L’altro giocatore di riferimento, Rudy Gobert, si è presto infortunato, raggiungendo in infermeria Rodney Hood, principale arma offensiva di Utah dopo l’addio di Hayward. C’erano tutte le premesse per un crollo, dunque. Peccato (per gli altri) che a Salt Lake City sia comparso quasi dal nulla Donovan Mitchell. Il rookie da Louisville si è impadronito della squadra, strabiliando il mondo con una regular season eccezionale; 20.5 punti di media, roboanti schiacciate, triple e una leadership innata. Sulle ali della nuova stella, con il ritorno di Gobert e lo scambio Rodney Hood – Jae Crowder, la squadra ha iniziato a volare. Merito soprattutto di coach Quin Snyder, capace di tirar fuori il meglio da tutti i suoi giocatori; dai giovani rampanti (Dante Exum, Royce O’Neale) ai veterani, alcuni dei quali apparentemente destinati all’oblio (Ricky Rubio su tutti, ma anche Derrick Favors, Joe Ingles e Jonas Jerebko). Nella seconda parte di questo 2017/18, i Jazz hanno mostrato il gioco più organizzato e brillante dell’intera NBA, conquistando di prepotenza l’accesso ai playoff (con il terzo piazzamento, se solo avessero battuto Portland nell’ultima gara della regular season). A prescindere dal risultato finale, la strada è stata tracciata. Ora arriva la parte più difficile: passare da “rivelazione” a “contender”.
Washington Wizards: voto 5,5

Una coppia di stelle a Washington: Bradley Beal (#3) e John Wall (#2)
Qualche tempo fa, Brunori Sas cantava: “Te ne sei accorto, sì, che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante?” Ormai sono diversi anni che i Wizards sono attesi da un salto di qualità. Ogni volta, quel salto non arriva. Dopo aver sfiorato le finali di Conference nel 2017 (sconfitta in gara-7 contro Boston), la squadra di Scott Brooks sembrava pronta a entrare nell’elite dell’Est, a provarci fino in fondo. Al termine di una regular season mediocre, invece, la troviamo all’ottavo posto, con speranze pressoché nulle di fare strada. Cosa è successo?
Anche in questo 2017/18, Washington si è confermata indecifrabile. Certo, la lunga assenza di John Wall (fermato per metà stagione dai problemi a un ginocchio) ha pesato moltissimo. Sia con che senza il loro leader, però, gli Wizards non hanno mai convinto, non si sono mai dimostrati un gruppo solido. Per tutta la regular season sono stati impantanati nel ‘nuvolone’ tra la terza e l’ottava posizione. L’unico momento davvero positivo è arrivato tra gennaio e febbraio, con dieci vittorie in tredici partite. Prima e dopo, una cronica discontinuità di gioco e risultati. Con Wall ai box, Bradley Beal era atteso al proscenio. In realtà, l’ex guardia dei Florida Gators ha reso molto meglio al fianco del suo storico partner, che da solo. Per lui è arrivata la prima convocazione all’All-Star Game, ma l’impressione è che, in contesti diversi, potrebbe fare ancora meglio. Ecco, forse è il contesto il vero problema. I margini di miglioramento di questo gruppo, dal nucleo ormai più che collaudato (Otto Porter, Markeff Morris, Marcin Gortat e Kelly Oubre, oltre alle due guardie), sembrano ridursi di stagione in stagione. Che sia il momento di cambiare?






















