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NBA Power Ranking 2017/18 – Prima parte

di Stefano Belli
Lonzo Ball

18 – Charlotte Hornets

Kemba Walker (a sinistra) e Dwight Howard. Tra loro, coach Steve Clifford

Kemba Walker (a sinistra) e Dwight Howard. Tra loro, coach Steve Clifford

Dopo il passo falso della scorsa stagione, gli Hornets possono tranquillamente ambire a tornare ai playoff. Negli ultimi anni, coach Steve Clifford ha plasmato una squadra piuttosto solida. La presenza di Nicolas Batum e Michael Kidd-Gilchrist ha contribuito ad instillare una forte identità difensiva, spesso però non bilanciata da un rendimento offensivo all’altezza. A tal proposito è stato selezionato Malik Monk, uno dei realizzatori più affidabili in uscita dall’ultimo draft. Con un Jeremy Lamb che non è ancora riuscito a sfondare, potrebbe diventare lui la principale risorsa offensiva della second unit. Il giocatore di riferimento rimarrà Kemba Walker, reduce da una stagione da All-Star, e ad aiutarlo ci sarà il principale rinforzo estivo, Dwight Howard. Colui che un tempo era il miglior centro NBA è da qualche anno alle prese con una serie di infortuni e scelte sbagliate che ne hanno frenato la carriera. Ad Atlanta non è andata nemmeno malissimo (12.7 rimbalzi a partita, miglior media dai tempi di Orlando) ma, come già successo a Houston, ‘Superman’ ha dato l’impressione di essere un giocatore fuori contesto.
Il roster di Charlotte è comunque da playoff; Marvin Williams, Cody Zeller e Frank Kaminsky si alterneranno con Howard in un reparto lunghi di tutto rispetto, mentre le aggiunte di Monk e di Michael Carter-Williams (un altro che dovrà ritrovarsi, dopo gli alti e bassi con i Bulls) daranno ulteriore profondità ad una panchina spesso carente in passato. Complice anche il livello medio in netto ribasso della Eastern Conference, questo gruppo potrebbe chiudere tra il quinto e l’ottavo posto da qui ai prossimi due o tre anni. Il nucleo della squadra (Walker, Batum, MKG, Williams, Zeller, Howard, Kaminsky) sarà infatti sotto (oneroso) contratto almeno fino al 2019. Se a lungo termine c’è il rischio di finire in un ‘limbo’ di hawksiana memoria, per l’imminente 2017/18 la qualificazione alla post-season sarà l’obiettivo minimo.

 

17 – New Orleans Pelicans

I quattro assi dei Pelicans per la prossima stagione. Da sinistra: Rajon Rondo, Anthony Davis, DeMarcus Cousins e Jrue Holiday

I quattro assi dei Pelicans per la prossima stagione. Da sinistra: Rajon Rondo, Anthony Davis, DeMarcus Cousins e Jrue Holiday

Una franchigia gestita in modo piuttosto strano e una squadra che sembra assemblata a caso. Questi sono i New Orleans Pelicans che, da quando hanno abbandonato il nome Hornets, sembrano navigare a vista. Con il training camp ormai imminente, coach Alvin Gentry si ritrova con un roster alquanto bizzarro. Le punte di diamante sono Anthony Davis e DeMarcus Cousins; presi singolarmente, forse. i due migliori lunghi della lega. Nei pochi mesi in cui hanno giocato insieme, però, hanno dimostrato di non essere poi così affiatati (oltretutto, per la direzione in cui sta andando la NBA moderna, entrambi potrebbero tranquillamente giocare da ‘centro’). Poi Rajon Rondo e Jrue Holiday, ovvero due playmaker (più passatore il primo, più realizzatore il secondo) accomunati dal fatto di essere ben lontani dai tempi migliori. Intorno a loro…il nulla. Il ‘supporting cast’ dei Pelicans è formato da Frank Jackson (che a Duke giocava da….playmaker!), Jordan Crawford (guardia, ma all’occorrenza…ci siamo capiti), il trentacinquenne Tony Allen, Ian Clark e Alexis Ajinca. Nella migliore delle ipotesi, rientreranno due grandi assenti: Solomon Hill e Omer Asik. Facile immaginare Steph Curry e compagni in pellegrinaggio a Fatima, per scongiurare un incontro al primo turno… In chiave playoff, l’ottavo posto può essere raggiungibile (se la dovrebbero giocare con Denver, Portland, Utah e Dallas). Il problema è che una squadra del genere non sembra poter ambire a qualcosa di meglio, né oggi, né domani. Con Rondo e Cousins in scadenza a fine anno, l’idea di dover ripartire per l’ennesima volta da zero potrebbe non piacere affatto al numero 23.

16 – Utah Jazz

Le punte di diamante di Utah per il 2017/18. Da sinistra: Ricky Rubio, Rudy Gobert e... Raul Neto??

Le punte di diamante di Utah per il 2017/18. Da sinistra: Ricky Rubio, Rudy Gobert e… Raul Neto??

L’addio di Gordon Hayward (a cui è seguito quello di George Hill, in scadenza di contratto) è stato una batosta tremenda per i Jazz che, con l’ottima stagione passata, sembravano ormai giunti alla fine di una lunga ricostruzione. La consacrazione del numero 20 e la contemporanea esplosione di Rudy Gobert erano stati i fattori determinanti per il ritorno ai playoff, e ora la truppa di Quin Snyder si trova con un vuoto difficile da colmare. La base di partenza è comunque molto buona; un gruppo ormai collaudato e pressoché invariato rispetto all’anno scorso, capitanato da un Gobert ormai pronto a diventare un All-Star. I suoi pick’n’roll con il nuovo playmaker Ricky Rubio promettono già ora di infiammare il pubblico della Vivint Smart Home Arena, e con ogni probabilità aiuteranno il centro francese ad innalzare la sua media punti.
Ecco, la produzione offensiva è sempre stata un problema per questi Jazz, e la partenza di Hayward non fa altro che peggiorare le cose. In Summer League ha particolarmente brillato Donovan Mitchell, rookie in uscita da Louisville, ma sperare che una matricola possa diventare il punto di riferimento offensivo è sempre rischioso. Meglio confidare nella definitiva esplosione di Rodney Hood, il cui rendimento è stato fin qui troppo altalenante. Il numero 5 è atteso dalla stagione che porterà alla qualifying offer da parte della franchigia, per cui le motivazioni non gli mancheranno. Stessa situazione per Dante Exum, perfetta incarnazione del concetto di “oggetto misterioso” fin dal suo approdo (quinta scelta assoluta al draft 2014). Una delle poche certezze riguardanti il playmaker australiano, però, è la sua scarsa vena realizzativa. Eccoci dunque tornati alla principale matassa da sbrogliare. In tal senso, il rinnovo di Joe Ingles (confermato a cifre importanti soprattutto per cercare di trattenere Hayward, suo grande amico) e l’innesto di Jonas Jerebko sono giusto delle soluzioni parziali. Dovesse trovare qualcuno in grado di ‘buttarla dentro’ con continuità, Utah potrebbe comodamente ambire a restare in orbita playoff, almeno come settima / ottava testa di serie. In caso contrario, il rischio di un brusco passo indietro sarebbe molto elevato.

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