Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaNBA Power Ranking 2017/18 – Seconda parte

NBA Power Ranking 2017/18 – Seconda parte

di Stefano Belli

6 – San Antonio Spurs

L'incontenibile entusiasmo di Kawhi Leonard per il mercato degli Spurs

L’incontenibile entusiasmo di Kawhi Leonard per il mercato degli Spurs

Nell’estate in cui tutte le big della Western Conference si sono rinforzate (di molto, in alcuni casi), gli Spurs sono rimasti a guardare. Le principali manovre della off-season sono state i dispendiosi rinnovi di Patrick Mills e Pau Gasol, quello meno dispendioso di Manu Ginobili (più un atto dovuto che una reale necessità, siamo onesti…) e le aggiunte di Rudy Gay e Jeoffrey Lauvergne. Decisamente troppo poco per provare a migliorare il risultato della scorsa stagione, ovvero una finale di Conference che gli Warriors avrebbero vinto (magari faticando un po’ di più) anche senza l’infortunio di Kawhi Leonard. Jonathon Simmons e Dewayne Dedmon, tra le note più liete dell’ultima annata, sono stati lasciati andare senza troppe remore. Chiaro, non si parla né di Kevin Durant, né di Anthony Davis, ma comunque di elementi in grado di portare energia e dinamismo ad un roster dall’età media troppo avanzata. All’avvio di questo 2017/18, Gregg Popovich si ritrova con un gruppo poco futuribile e allo stesso tempo non pronto (almeno all’apparenza) per poter competere con Golden State. Le lacune sono le stesse dell’anno scorso: la mancanza di una vera alternativa a Kawhi Leonard (LaMarcus Aldridge, il ‘secondo violino’ designato, ha sempre peccato di incostanza) e l’assenza di validi ricambi per i grandi veterani. Solo Dejounte Murray, reduce da una buonissima stagione da rookie, sembra avere il potenziale per diventare una colonna degli Spurs del futuro. Gli altri giovani (Kyle Anderson, Davis Bertans, Bryn Forbes) sono tutt’altro che delle certezze. L’affermazione “Gli Spurs sono finiti” è sempre pericolosa. Eppure è davvero difficile pensare che Pop possa tirar fuori da questa pattuglia di ‘vecchi soldati’ (oltretutto priva dell’infortunato Tony Parker fino a stagione inoltrata) una squadra da titolo. A meno di clamorose sorprese (come un nuovo numero 23 nel 2018, per esempio), un altro fallimento potrebbe portare ad una scomodissima fase di stallo, con lo spettro incombente della fine di un’epoca.

 

5 – Oklahoma City Thunder

I nuovi 'Big Three' dei Thunder: Paul George (#13), Russell Westbrook (#0) e Carmelo Anthony (#7)

I nuovi ‘Big Three’ dei Thunder: Paul George (#13), Russell Westbrook (#0) e Carmelo Anthony (#7)

Negli ultimi quattordici mesi, le prospettive in casa Thunder sono cambiate continuamente. Prima l’addio di Kevin Durant, quello minacciato di Russell Westbrook e lo spettro di una lunga ricostruzione. Poi la stagione da MVP del numero 0 e un’estate da protagonisti. Gli arrivi di Paul George e Carmelo Anthony rendono OKC una squadra magari non da titolo, ma quantomeno da tenere d’occhio.
Per coach Billy Donovan le incognite sono sicuramente più delle certezze. Innanzitutto bisognerà trovare la giusta amalgama tra giocatori abituati ad essere i leader indiscussi e le principali opzioni offensive delle proprie squadre. Se è facilmente presumibile che Westbrook non ripeta più l’one man show della passata stagione (i nuovi arrivati non saranno di certo lì a fare da ‘spettatori’), è invece più complicato immaginare due strepitosi solisti come ‘Melo’ e PG13 rivoluzionare improvvisamente il loro modo di giocare. Se aggiungiamo la spinosa questione del ruolo (entrambi in passato hanno dichiarato di non gradire la posizione di ‘ala grande’ – per quanto il la concezione stessa sia radicalmente cambiata), capiamo che per Donovan si prospetta una stagione piuttosto impegnativa. Anche perché il roster è notevolmente più ‘corto’ di quello del 2016/17. Victor Oladipo, Domantas Sabonis, Enes Kanter e Doug McDermott, ‘sacrificati’ per arrivare alle due nuove stelle, non erano certo quattro fenomeni, ma comunque dei buonissimi elementi da rotazione. Se il reparto guardie è abbastanza coperto (in estate sono arrivati Isaiah Canaan, Raymond Felton e il rookie Terrance Ferguson), sotto canestro l’assenza di Sabonis e Kanter potrebbe farsi sentire. A meno che Jerami Grant non diventi il nuovo Serge Ibaka (e non è da escludere, considerato anche che è in scadenza di contratto), l’unica presenza ‘importante’ nel pitturato sarà quella del granitico Steven Adams.

Al netto dei numerosi interrogativi (ci sarebbe anche da considerare che George e Anthony potrebbero non rinnovare a fine stagione), OKC si ritrova comunque tra le mani una quantità di talento senza precedenti. Anche nell’anno di grazia 2012, quello delle finali perse, il trio Durant-Westbrook-Harden era ben lontano dalla piena maturità. Oggi invece, RW e George sono all’apice delle rispettive carriere e Anthony ha ancora parecchie cartucce da sparare (soprattutto partendo lontano dalla palla, situazione in cui può creare arte in movimento). Sottovalutare questi Thunder potrebbe essere un errore imperdonabile per chiunque.

 

4 – Houston Rockets

James Harden (#13) e Chris Paul

James Harden (#13) e Chris Paul

Reduci da una stagione eccellente, i Rockets di Mike D’Antoni si presentano al via di questo 2017/18 con un’importante novità. Di fianco al candidato MVP James Harden ci sarà, infatti, nientemeno che Chris Paul. Inutile nascondere le iniziali perplessità riguardanti la funzionalità della scelta; il Barba ha giocato la sua miglior pallacanestro quando è stato investito del ruolo di playmaker. Dalle sue mani è partita qualsiasi azione di Houston l’anno scorso, e il suo exploit ha portato grossi benefici sia a lui stesso, che ai compagni (chiedere ad Eric Gordon, sesto uomo dell’anno grazie agli scarichi del numero 13). Affiancargli un giocatore con più o meno le stesse caratteristiche non sembra il massimo della logica. Eppure, se in Texas si è deciso di prendere questa strada, un motivo ci dovrà pur essere. Paul, Harden e D’Antoni sono innegabilmente delle grandi menti cestistiche. Avranno certamente calcolato i pro e i contro di questo ‘matrimonio’, arrivato oltretutto in un momento cruciale per la storia della franchigia (recentemente rilevata da Tilman Fertitta per la cifra record di 2,2 miliardi di dollari). L’arrivo di CP3 va a coprire innanzitutto il più grosso limite dei Rockets versione 2016/17: la mancanza di un’alternativa a ‘The Beard’ nei momenti cruciali (vedi i possessi decisivi nella serie contro San Antonio). Con due fenomeni e, soprattutto, due leader di tale calibro, il rischio di arrivare senza benzina quando conta sarà sensibilmente ridotto. Paul e Harden giocheranno spesso insieme, ma con ogni probabilità si prenderanno riposi alternati, in modo che uno dei due sia sempre (o quasi) sul terreno di gioco.
Il successo della squadra dipenderà più che altro dal ‘supporting cast’, piuttosto rimaneggiato dopo gli addii di Beverley, Lou Williams, Dekker e Harrell. P.J. Tucker e Luc Mbah a Moute sono tecnicamente sostituti all’altezza (soprattutto sul piano difensivo), bisognerà vedere se riusciranno ad inserirsi nel particolarissimo contesto creatosi con l’arrivo in panchina di D’Antoni. Toccherà soprattutto ai vari Clint Capela, Trevor Ariza ed Eric Gordon cercare di fare quel salto di qualità indispensabile per rendere i Rockets una credibile minaccia per i favoritissimi Warriors.

 

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