Utah Jazz: The 100 | Nba Passion
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Utah Jazz: The 100

Utah Jazz: The 100

Guerra nucleare globale. Al genere umano rimane solo una stazione spaziale (l’Arca) e un complesso di 12 (nemmeno a farlo apposta) di stazioni spaziali minori in orbita, quando avviene il disastro. L’Arca, al bordo della quale vigono leggi molto severe per mantenere l’ordine e gestire la popolazione terrestre imbarcata, presenta un carcere, dove si trova Clarke, colpevole di aver voluto aiutare il padre a comunicare la sua scoperta: l’inesorabile ed imminente esaurimento dell’ossigeno e di tutte le risorse. Tradita dalla madre, insieme ad altre 99 carcerati, viene mandata sulla Terra per verificare se le condizioni permettono un prossimo ripopolamento.

Dev’essersi sentito così Rudy Gobert, alla notizia che Gordon Hayward non aveva intenzione di rifirmare con gli Utah Jazz, esattamente come Clarke quando scopre il tradimento della madre. Aveva forse già intuito che il progetto che l’hanno scorso aveva portato i Jazz ad essere la quinta forza ad Ovest, a pari merito coi Los Angeles Clippers, si stava per smantellare. Un progetto costruito con grande calma a seguito dalla ricostruzione del 2011. Una squadra che, priva di fenomeni assoluti, ha creato un sistema estremamente coerente, dotato di una solida identità difensiva.

Se però la spedizione dell’Arca era composta da 100 uomini per tentare di ripopolare la Terra, chi, in questa situazione, può aiutare nella seconda ricostruzione in pochi anni dei Jazz?

E’ opportuno specificare che il termine ricostruzione non fa riferimento solo alla perdita di Hayward, ma si rivolge anche al fatto che i Jazz hanno perso due giocatori fondamentali per poter applicare i loro principi di gioco: Boris Diaw e George Hill. Il primo per la possibilità di allargare il campo e poter giocare con lo spacing ideale per permettere ad ogni singolo di operare,  ed il secondo, sebbene nell’ultima fase della sua carriera, risultava particolarmente utile per scatenare il pick and roll con Gobert  e consentire al centro di ricevere palle invitanti vicino a canestro. Senza contare l’apporto che potevano portare i due i situazioni complicate, specie difensivamente, data la loro esperienza e leadership.

E’ piuttosto complicato cercare di capire quella che sarà la nuova conformazione dei Jazz, perché gli acquisti fatti in questa offseason offrono diversi spunti di riflessione per cercare di intuirne il futuro. Di sicuro qualcosa cambierà nel sistema di gioco, che ha mostrato tutti i suoi limiti nella serie contro Golden State. Vero è che il risultato era segnato già dall’inizio ma allo stesso tempo è apparso evidente la necessità di giocare un basket ad alto numero di possessi (91.6 il pace dello scorso anno, ultimi nella lega) e cercare un gioco che porti a concludere in minor tempo, completamente in antitesi con quello fino ad ora visto. Quel che è certo è che Utah non ha assolutamente intenzione di smantellare il progetto che li ha portati ad ottenere gli eccellenti risultati della passata stagione.

Per questo, la sostituzione di Hill (forzata, a dire la verità) con Ricky Rubio è un chiaro segnale: spingere, anche in transizione, e capitalizzare offensivamente, sull’elevato numero di palle rubate e stoppate generate dalla difesa, grazie anche alla favolosa visione e precisione dello spagnolo.

Rubio ha capacità e la visione nell’innescare la transizione direttamente dal rimbalzo.

Quello in cui Rubio dovrà sicuramente migliorare è certamente il palleggio-arresto-tiro, che lo scorso anno tutte le difese li hanno concesso sistematicamente. Ma il motivo per cui Rubio potrebbe rivelarsi fondamentale per i Jazz è la sua capacità di passatore (l’anno scorso quinto con 9.1 assist di media), che lo renderebbe in grado di armare le mani dei tiratori in uscita dai blocchi o in spot-up. Già, i tiratori. Su chi possono contare i Jazz per il tiro oltre l’arco? Questo sarà il problema vero per Utah in questa stagione ed il motivo per cui Hill ed Hayward erano fondamentali. Sebbene non fossero tiratori eccelsi, la loro pericolosità dal tiro da fuori garantiva un ottimo spacing e la sicurezza di poter lasciar libero Gobert di sgomitare in post per rimbalzi o in situazioni di alto/basso per mandarlo direttamente sotto canestro.

Nello spot di point guard peserà e non poco l’infortunio di Dante Exum: nel match di preseason contro i Phoenix Suns, l’australiano si è procurato una lussazione alla spalla sinistra con interessamento dei legamenti. Un gaio che potrebbe tenerlo fuori per tutta la stagione.

L’impressione è che Utah possa contare solo su Joe Ingles e Joe Johnson (rispettivamente 44.1% e 41.1% da 3) per aprire il campo. Forse, un po’ troppo poco.

L’unica certezza che hanno i Jazz in questa stagione, oltre alla eccellente mentalità difensiva, è Rudy Gobert. La sua influenza sulla franchigia è spesso associato al suo rendimento difensivo che con 6.0 win-shares difensivi e 2.7 stoppate per partita gli sono valse l’entrata nel Second Team All-NBA (non si vedeva dai tempi di Deron Williams, 2010) e il First Team All-Defensive. Quest’anno non basta. Posto che i numeri non spiegano a sufficienza la sua enorme intelligenza nel guidare la difesa e la sua capacità/tempismo nel difendere il canestro, Gobert deve diventare il go-to-guy e accettare di dover essere il punto cardine della squadra. Sarà fondamentale non solo per lui, ma anche a beneficio della squadra, ampliare il suo gioco e non limitarsi al solo pick and roll in cui il francese è un fenomeno per la capacità di attaccare il canestro nell’azione che gli è valsa il 65% dal campo.

 

Uno dei giocatori che dovrà alzare il livello di gioco e che probabilmente dovrà adottare un nuovo ruolo all’interno della squadra sarà sicuramente Derrick Favors. Favors è un giocatore che ha contributo a creare il nucleo dei Jazz in questi anni ed è uno dei giocatori che conosce alla perfezione il sistema di coach Quin Snyder. Il problema principale è dal punto di vista difensivo perché a Gobert non si può rinunciare, ma in combinazione con Favors potrebbe essere un grande problema difendere con squadre che adottano quintetti piccoli e che rendono la sua fisicità sostanzialmente inutile. Resta però fondamentale per poter giocare una pallacanestro simile a quella adottata in questi anni o potrebbe essere utilizzato come 5 in un  particolare di small ball, anche per brevi scampoli di partita. Alternativamente, dovrà giocare un numero ancor più elevato di pick and pop dal midrange o dal gomito, dove ha il 68.2%.

L’abilità di Favors dal midrange e la sua dimestichezza nei giochi a due saranno importanti per l’attacco dei Jazz.

Trovare una quadra in questo scenario è piuttosto complesso perché i Jazz vivono la strana situazione di essere stati vincenti nella scorsa stagione giocando una pallacanestro vintage che, grazie alle capacità eccezionali degli interpreti, è riuscita ad ottenere risultati importanti in una lega predicata su principi diametralmente opposti. La perdita del giocatore principale non è stata assolutamente rimpiazzata, né se si continuasse a giocare il vecchio sistema né se si predicasse una pallacanestro più moderna. Un core solido è rimasto quello rappresentato da Hood-Favors-Gobert, attorno ai quali sarà necessario costruire. La palla sarà molto in mano a Rubio che dovrà nettamente migliorare nelle letture, e non fare affidamento solo sul suo istinto che fino ad ora gli ha garantito l’interesse dei fan appassionati dello spettacolo. La chiave del gioco dei Jazz, dal punto di vista offensivo, sembra essere quindi affidata a giochi a due (1-4 e 1-5) in ingresso dell’azione con Rubio quasi sempre responsabile dell’entry pass e Ingles e Rodney Hood in movimento per aprire spazi di manovra. Non aver cercato un tiratore da 3 affidabile è una grave lacuna da parte della dirigenza, che costringerà la squadra a giocare come ha sempre fatto senza i due giocatori che creavano il perfetto spacing (Hayward e Hill). L’alternativa potrebbe essere limitare il ball movement ed entrare direttamente in area sfruttando la fisicità dei lunghi e scaricare per i tagli a canestro o aspettando lo spot-up shooter. La speranza dei tifosi di Utah sta nell’esplosione dei giovani come Exum e la maturazione definitiva di Hood che potrebbe essere sfruttato molto di più in assenza di Hayward. E se Thabo Sefolosha dovesse tornare quello del 2012…

 

Trovandosi ad Ovest, la situazione attuale dei Jazz non garantisce l’ingresso ai playoff, anche perché il roster è variato molto, non nel numero di transazioni ma nel ruolo che i singoli avevano all’interno della squadra. Sicuramente non sarà facile creare un sistema offensivo che permetta immediatamente di realizzare quei 22 punti a partita che Hayward porta con sé a Boston. Coach Snyder ha però tanto materiale su cui lavorare e una solida base su cui ripartire: la difesa. Nel caso in cui tutto funzionasse e gli infortuni consentissero di poter lavorare con continuità, la solidità mentale dei Jazz potrebbe garantire un posto per entrare in, anche se dalla posizione più scomoda (ottavo posto ad Ovest).

 

Se, invece, tutto non andasse per il meglio, è ragionevole pensare che i Jazz potrebbero ragionare su come muoversi in ottica futura anche perché Utah si è garantita l’anno prossimo la possibilità di intervenire seriamente sul mercato.

Arturo Fagnano
arturo.fagnano@gmail.com
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