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I crescenti sospetti sulla vera identità di Cerruti Brown gettano definitivamente nello scompiglio l’organizzazione dell’AmeriLeague. Il sito D-League Digest, tra i più attivi nell’inchiesta, chiede lumi a Jonathan Jordan, che aveva sostituito Ethan Norof come commissioner. La risposta è sconcertante: “Mi sono dimesso da commissioner dell’AmeriLeague. Per informazioni scrivete a c.brown@amerileague.com“. Poi tocca al programma di ESPN Outside The Lines raccogliere la testimonianza che fa calare la mannaia sul progetto. Marcus Bass inizialmente prende tempo, dicendo che il draft si sarebbe regolarmente svolto, poi vuota il sacco: “Ho parlato con Cerruti Brown, gliel’ho chiesto espressamente, e lui ha ammesso di essere Glendon Alexander. Mi ha detto che si tira indietro, e di avvisare lo staff che a breve ci sarà una nuova proprietà. Sono scioccato.”. Un po’ la stessa reazione di Joe Connelly, uno dei presunti allenatori della lega, il quale rilascia al blog 2 Ways & 10 Days alcune dichiarazioni che esprimono al meglio l’assurdità della vicenda: “Il giorno prima di partire, un mio contatto mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Pensaci bene, Joe… A volte le persone non sono quello che sembrano’. Era una persona fidata, per cui sono rimasto scioccato, Uno dei miei migliori amici, Brian Moore, vive a Las Vegas. Ha incontrato questa persona e mi ha mandato la foto. Quando ho visto la sua faccia, ho avuto un tuffo al cuore: Cerruti Brown era Glendon Alexander! Lo avevo già incontrato quando era un promettente liceale, a un camp con Kobe Bryant e Stephon Marbury. Vi rendete conto? Avevo addirittura comprato i biglietti per mia moglie e per i miei tre figli, e non erano neanche rimborsabili! Più tardi mi è stata offerta una panchina a Sidney; in pochi giorni, sono passato da Las Vegas all’Australia!”.
“A volte, la realtà supera l’immaginazione” è un modo di dire forse abusato, in un mondo in cui lo storytelling è diventato così di moda. Quando si parla di basket americano (e soprattutto di leghe minori), però, spesso si fatica a credere alle vicende in cui ci si imbatte. Avete presente Prova a prendermi, il film del 2002 diretto da Steven Spielberg e interpretato (magistralmente) da Leonardo DiCaprio e Tom Hanks? Raccontava le incredibili peripezie di Frank Abagnale Jr., vero e proprio ‘mago della truffa’ che, negli Anni ’60, si intascò oltre due milioni di dollari assumendo svariate identità. Ebbene, un Frank Abagnale Jr. è esistito anche nel mondo della pallacanestro made in USA: vi è entrato nel 1996 con il nome di Glendon Alexander e ne è uscito, quasi vent’anni dopo, come Cerruti N. Brown, fondatore della AmeriLeague.

Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
L’11 maggio 2015, sul canale YouTube di tale Cerruti Brown compare un video in cui viene annunciata la nascita dei Las Vegas Dealers, una franchigia che riporterà il basket professionistico nella ‘Sin City’. Nel promo viene spiegato che la nuova squadra sarà formata da un mix di atleti professionisti, giocatori di college e alcuni tra i migliori prospetti delle high school americane, e che in estate si esibirà in una serie di incontri, sia al Cox Pavillion sia in giro per l’Europa, contro avversari di area FIBA, alcuni addirittura di livello Eurolega. Qualche giorno prima, Brown aveva rilasciato un’intervista telefonica a Fox 5, TV di Las Vegas, in cui sosteneva di avere già importanti accordi con alcuni sponsor e di essere disposto a sborsare fino a 700 mila dollari per ingaggiare degli All-American.
La notizia fa alzare subito qualche sopracciglio; offrire agli studenti un’alternativa ben remunerata al college o al professionismo in continenti lontani potrebbe sconvolgere il sistema sportivo americano. Ci sono però alcune domande che si diffondono presto tra gli addetti ai lavori: chi è Cerruti Brown? Perchè il suo nome non compare in nessun database, nemmeno al di fuori del mondo sportivo? Com’è possibile che nessuno lo abbia ancora visto in faccia? E soprattutto, da dove arrivano i suoi soldi?
La prima a rivolgere tali quesiti al diretto interessato è Kami Mattioli, giornalista di Sporting News. Brown, naturalmente senza mostrarsi, sostiene di essere “un businessman che ha avuto un’intuizione”, a cui degli investitori hanno dato fiducia. Dichiara che il suo patrimonio arriva “da tutte le strade della vita”, che ha già parlato con molti atleti e con le loro famiglie, di avere l’approvazione ‘morale’ di alcune superstar NBA e di essere già d’accordo con il CSKA per una doppia sfida estiva sull’asse Las Vegas-Mosca. La Mattioli contatta prontamente la società russa, la quale però non dà alcuna conferma. La giornalista scopre anche che la proprietà dei Dealers è intestata a una società chiamata LV Basketball Enterprises Inc., registrata nel Delaware il 15 aprile 2015 (solo dieci giorni prima dell’annuncio via web della creazione del team). Perchè, invece, l’azienda non compare nei registri del Nevada, dove effettivamente la franchigia si dovrà insediare? E’ solo uno dei molti misteri che gravano intorno al progetto e alla figura di Brown.
Nel frattempo, l’intuizione del sedicente imprenditore prende forma. Se in origine era prevista una sola squadra itinerante, con il passare delle settimane si inizia a parlare di una vera e propria lega professionistica: la AmeriLeague. Vengono presentate otto franchigie, tutte con sede a Las Vegas: ai Dealers si aggiungono High Rollers, 702 Vegas, i15, Westerners, Wild Aces, Mambas e Flush, ma le ultime due falliranno durante l’estate. Viene spiegato che la stagione inizierà a fine ottobre e si concluderà a metà febbraio, e che la AmeriLeague porterà un’importante innovazione in campo commerciale: le maglie delle squadre avranno infatti gli sponsor. Inoltre, vengono annunciate delle selezioni che, da fine settembre a metà ottobre, si svolgeranno in diverse città degli Stati Uniti, con un costo di iscrizione di 275 dollari. Sembra tutto organizzato alla perfezione, mancano solo… i giocatori.
O meglio, alcuni nomi di rilievo vengono realmente ingaggiati, ma non si tratta certo degli All-American di cui parlava Brown. A detta dell’ufficio stampa dell’AmeriLeague, il processo di reclutamento delle giovani stelle è iniziato troppo tardi, quando i migliori prospetti si erano già accordati con i vari college. C’è però ottimismo sul fatto che l’operazione andrà in porto l’estate successiva (si parla addirittura di un pre-accordo con Josh Jackson, futura scelta in lotteria dei Phoenix Suns). Così, i giocatori di punta della nuova lega saranno principalmente degli ‘scarti’ NBA, da Royce White, scelto dagli Houston Rockets nel 2012 e protagonista di una lunga serie di vicissitudini extra-parquet, a Dajuan Wagner, uno che aveva segnato 100 punti in una partita liceale (il 16 gennaio 2001) e che si era ‘bruciato’ dopo quattro sole stagioni NBA (tra Cleveland e Golden State), passando per Al Thornton, Terrence Williams, David Harrison, Josh Selby e Antoine Wright, tutte ‘meteore’ nella lega di Adam Silver. Per ‘ingolosirli’, Brown arriva a proporre loro contratti da 200 mila dollari per quattro mesi scarsi di attività. Soldi che la D-League non potrà mai offrire. Soldi che, ovviamente, gli atleti in questione non vedranno mai.
Le esagerate offerte economiche non si limitano ai soli giocatori. A Ethan Norof, già editor del sito Bleacher Report, vengono proposti 150 mila dollari per diventare il primo commissioner della AmeriLeague. Norof accetta immediatamente, va a Las Vegas per incontrare Brown e l’accordo viene raggiunto. Quando finalmente riceve il contratto, però, si accorge che la cifra riportata nero su bianco è di soli 50 mila dollari, con una serie di clausole, imprecisioni e scappatoie che lo insospettiscono non poco. “Mi ha portato a fare colazione il primo giorno che sono arrivato a Las Vegas”, dichiarerà Norof. “In termini commerciali, quella è l’unica cosa che ho ottenuto. Quella, e una camera d’albergo, ma non lo conto.”. Dopo appena una settimana, la AmeriLeague non ha più il suo commissioner.
Le esagerate offerte economiche non si limitano ai soli giocatori. A Ethan Norof, già editor del sito Bleacher Report, vengono proposti 150 mila dollari per diventare il primo commissioner della AmeriLeague. Norof accetta immediatamente, va a Las Vegas per incontrare Brown e l’accordo viene raggiunto. Quando finalmente riceve il contratto, però, si accorge che la cifra riportata nero su bianco è di soli 50 mila dollari, con una serie di clausole, imprecisioni e scappatoie che lo insospettiscono non poco. “Mi ha portato a fare colazione il primo giorno che sono arrivato a Las Vegas”, dichiarerà Norof. “In termini commerciali, quella è l’unica cosa che ho ottenuto. Quella, e una camera d’albergo, ma non lo conto.”. Dopo appena una settimana, la AmeriLeague non ha più il suo commissioner.
Passa l’estate ma non passano, anzi aumentano, i dubbi e i misteri riguardanti la AmeriLeague e il suo fondatore. Com’è possibile che, a poche settimane dal via, non siano ancora disponibili un calendario, un regolamento, nemmeno i biglietti delle partite (che risultano sempre “disponibili a breve”? Come mai ci sono sei franchigie e solo quattro allenatori ufficializzati (Joe Connelly, Tree Rollins, Paul Mokeski e Martin Knezevic)? Come si spiega che il quinto, Scott Adubato, annunciato ma mai presentato, risulti attualmente allenare in Colombia? E soprattutto, perchè Cerruti Brown non si fa vedere?
A quest’ultima domanda Marcus Bass, ‘direttore delle operazioni’ dell’AmeriLeague (che avrà un ruolo chiave nella soluzione dell’enigma), risponde sostenendo che Brown abbia occupazioni ben più importanti che interfacciarsi con i media. Qualcuno, però, riesce a vedere in faccia l’enigmatico ideatore della lega. Brian Moore, uno degli investitori contattati da Brown, lo incontra al Four Seasons Hotel di Las Vegas. Bastano pochi istanti a Moore per realizzare di conoscere già quel volto. I suoi sospetti si uniscono a quelli di Ethan Norof e di altre persone coinvolte nell’operazione-AmeriLeague, che si mettono presto in contatto tra loro: non è che dietro a Cerruti N. Brown si nasconde per caso Glendon Alexander?
A quest’ultima domanda Marcus Bass, ‘direttore delle operazioni’ dell’AmeriLeague (che avrà un ruolo chiave nella soluzione dell’enigma), risponde sostenendo che Brown abbia occupazioni ben più importanti che interfacciarsi con i media. Qualcuno, però, riesce a vedere in faccia l’enigmatico ideatore della lega. Brian Moore, uno degli investitori contattati da Brown, lo incontra al Four Seasons Hotel di Las Vegas. Bastano pochi istanti a Moore per realizzare di conoscere già quel volto. I suoi sospetti si uniscono a quelli di Ethan Norof e di altre persone coinvolte nell’operazione-AmeriLeague, che si mettono presto in contatto tra loro: non è che dietro a Cerruti N. Brown si nasconde per caso Glendon Alexander?

Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander era uno dei migliori prospetti liceali texani. Giocando per la Newman Smith Hig School, si era persino guadagnato la convocazione al McDonald’s All-American Game del 1996, evento a cui partecipavano atleti del calibro di Kobe Bryant, Rip Hamilton, Jermaine O’Neal, Stephen Jackson e Mike Bibby. Dopo quattro anni di college, passati tra Arkansas e Oklahoma State (dove raggiunge le Elite Eight al Torneo NCAA 2000), la sua carriera prende una strada piuttosto imprevedibile: quella che porta al carcere.
Poco dopo il draft 2000, in cui viene snobbato dalla NBA, emerge che Alexander, tra superiori e college, ha ricevuto oltre 75 mila dollari in sovvenzioni illecite, che gli hanno permesso di continuare a giocare senza nemmeno presentarsi alle lezioni. A Oklahoma State ha persino sottratto l’assegno di una borsa di studio al compagno Ivan McFarlin. Ma tutto questo è nulla, in confronto alle ‘imprese’ compiute al termine del suo percorso ‘accademico’ (tra moltissime virgolette). Nell’arco di dieci anni, Glen vive innumerevoli vite, collezionando una notevole somma di capi d’accusa; dalla frode bancaria e telematica al furto da 150 mila dollari (in contanti e gioielli) ai danni dell’ex giocatore MLB Derek Bell. Alexander confesserà di aver emesso assegni per quasi 50 mila dollari intestati al conto di un dentista dell’area di Dallas e di aver trasferito illecitamente oltre 1,5 milioni dal conto di Henry Mohney, proprietario di molti strip club in California (“E’ stato facile, avrei potuto portargli via tutto” dichiarerà Glen in tribunale). Tutto ciò porta all’incarcerazione del ‘genio della truffa’ presso il Seagoville Federal Correctional Institution, in Texas, da cui viene rilasciato l’11 ottobre 2005. Dopodichè, di Glendon Alexander si perdono le tracce, o quasi. Dopo il carcere diventa responsabile di un’accademia di basket in Iowa, e torna brevemente agli onori delle cronache perchè una madre, dopo aver ritirato il proprio figlio dalla scuola, chiede il risarcimento dei quattromila dollari della retta per “livello inadeguato dei pasti, degli alloggi e della preparazione cestistica”. Nel 2014, Glen dichiara di essersi lasciato tutto alle spalle, che la sua vecchia vita appartiene ormai al passato.
Poco dopo il draft 2000, in cui viene snobbato dalla NBA, emerge che Alexander, tra superiori e college, ha ricevuto oltre 75 mila dollari in sovvenzioni illecite, che gli hanno permesso di continuare a giocare senza nemmeno presentarsi alle lezioni. A Oklahoma State ha persino sottratto l’assegno di una borsa di studio al compagno Ivan McFarlin. Ma tutto questo è nulla, in confronto alle ‘imprese’ compiute al termine del suo percorso ‘accademico’ (tra moltissime virgolette). Nell’arco di dieci anni, Glen vive innumerevoli vite, collezionando una notevole somma di capi d’accusa; dalla frode bancaria e telematica al furto da 150 mila dollari (in contanti e gioielli) ai danni dell’ex giocatore MLB Derek Bell. Alexander confesserà di aver emesso assegni per quasi 50 mila dollari intestati al conto di un dentista dell’area di Dallas e di aver trasferito illecitamente oltre 1,5 milioni dal conto di Henry Mohney, proprietario di molti strip club in California (“E’ stato facile, avrei potuto portargli via tutto” dichiarerà Glen in tribunale). Tutto ciò porta all’incarcerazione del ‘genio della truffa’ presso il Seagoville Federal Correctional Institution, in Texas, da cui viene rilasciato l’11 ottobre 2005. Dopodichè, di Glendon Alexander si perdono le tracce, o quasi. Dopo il carcere diventa responsabile di un’accademia di basket in Iowa, e torna brevemente agli onori delle cronache perchè una madre, dopo aver ritirato il proprio figlio dalla scuola, chiede il risarcimento dei quattromila dollari della retta per “livello inadeguato dei pasti, degli alloggi e della preparazione cestistica”. Nel 2014, Glen dichiara di essersi lasciato tutto alle spalle, che la sua vecchia vita appartiene ormai al passato.
Eppure, tutte le strade portano a supporre che sia proprio lui a celarsi dietro il nome di Cerruti Brown. Effettivamente, indagini più approfondite mostrano dei collegamenti tra le due identità. Secondo i registri di nascita del Texas, un Cerruti Nino Brown è nato il 28 febbraio 1977. Il documento di nascita indica Rupert Nati Brown come il padre, che appare in altri documenti anche con il nome di Rupert Alexander, il nome del padre di Glendon. Non esiste invece un atto di nascita in Texas per Glendon Alexander, di cui però le biografie online e i rapporti giudiziari indicano come data di nascita il 28 febbraio 1978 e la sua città natale come Carrollton, Texas. Oltretutto, i database pubblici non presentano dati su nessun Cerruti Brown negli Stati Uniti, a parte l’atto di nascita in Texas e l’intestazione di una licenza commerciale del Nevada per la società LVD International. I funzionari dello stato del Texas e della contea di Dallas dichiarano però di non avere alcuna registrazione di un cambio di nome legale.
I crescenti sospetti sulla vera identità di Cerruti Brown gettano definitivamente nello scompiglio l’organizzazione dell’AmeriLeague. Il sito D-League Digest, tra i più attivi nell’inchiesta, chiede lumi a Jonathan Jordan, che aveva sostituito Ethan Norof come commissioner. La risposta è sconcertante: “Mi sono dimesso da commissioner dell’AmeriLeague. Per informazioni scrivete a c.brown@amerileague.com“. Poi tocca al programma di ESPN Outside The Lines raccogliere la testimonianza che fa calare la mannaia sul progetto. Marcus Bass inizialmente prende tempo, dicendo che il draft si sarebbe regolarmente svolto, poi vuota il sacco: “Ho parlato con Cerruti Brown, gliel’ho chiesto espressamente, e lui ha ammesso di essere Glendon Alexander. Mi ha detto che si tira indietro, e di avvisare lo staff che a breve ci sarà una nuova proprietà. Sono scioccato.”. Un po’ la stessa reazione di Joe Connelly, uno dei presunti allenatori della lega, il quale rilascia al blog 2 Ways & 10 Days alcune dichiarazioni che esprimono al meglio l’assurdità della vicenda: “Il giorno prima di partire, un mio contatto mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Pensaci bene, Joe… A volte le persone non sono quello che sembrano’. Era una persona fidata, per cui sono rimasto scioccato, Uno dei miei migliori amici, Brian Moore, vive a Las Vegas. Ha incontrato questa persona e mi ha mandato la foto. Quando ho visto la sua faccia, ho avuto un tuffo al cuore: Cerruti Brown era Glendon Alexander! Lo avevo già incontrato quando era un promettente liceale, a un camp con Kobe Bryant e Stephon Marbury. Vi rendete conto? Avevo addirittura comprato i biglietti per mia moglie e per i miei tre figli, e non erano neanche rimborsabili! Più tardi mi è stata offerta una panchina a Sidney; in pochi giorni, sono passato da Las Vegas all’Australia!”.
Dopo il servizio di Outside The Lines, sul sito (tuttora esistente; all’interno si trova un articolo di ESPN sulla vicenda) dell’AmeriLeague compare un messaggio, poi rimosso: “Cerruti Brown è Glendon Alexander. Yeah, dovreste cercarlo su Google, è un artista della truffa”. I contratti firmati sotto falso nome e i primi reclami per mancati pagamenti sanciscono ufficialmente la fine dell’AmeriLeague. Un’idea che avrebbe potuto dare un forte scossone al mondo cestistico americano, e che invece si è rivelata una colossale farsa, ha ingannato una moltitudine di persone in cerca della giusta opportunità (dai giocatori agli allenatori, dai dipendenti agli investitori) e ha mostrato fin dove possa spingersi l’ambizione umana.

