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Le migliori 5 PG ad Ovest (e qualcosa in più)

di Luca Mazzella

Le mie migliori Point Guard ad Ovest (più qualche outsider)

 A differenza di altre classifiche, nelle quali si arrivava tranquillamente a prendere i migliori 5 lasciando fuori giocatori che per numero di partite giocate, infortuni e mancata qualificazione ai playoffs non avevano le cifre e i risultati di squadra adatti per essere inseriti nella top 5, per le Point Guard il discorso è diverso, essendoci tantissimo talento distribuito su quasi tutte le squadre dell’Ovest e dovendo quindi fare una classifica che coniughi statistiche e raggiungimento di determinati traguardi di squadra, senza trascurare le proprie simpatie. Si parte!

5) Mike Conley Jr: Memphis Grizzlies, 1987. Il figlio d’arte (il padre fu campione olimpico nel salto triplo nel 1992), scelto al draft 2007 con la 4° chiamata dai Memphis Grizzlies, al settimo anno di esperienza NBA può finalmente essere messo nell’èlite del basket americano. Play vecchio stampo, che per necessità ha sviluppato una pallacanestro molto tattica e ragionata, con ritmi non necessariamente frenetici vista la struttura fisica molto diversa dalle altre PG come Westbrook, Lillard, ma anche lo stesso Paul. La cocente sconfitta patita in gara 7 contro i Thunder, sicuramente condizionata dalla squalifica a Zach Randolph, ha fermato i sogni di gloria di Conley e di una Memphis che forse il prossimo anno, con l’aggiunta di Carter, può sperare finalmente di tentare la scalata fino in fondo. Il tutto contando sull’ennesimo anno di esperienza accumulato da Conley, giocatore sempre migliorato a livello di statistiche anno dopo anno. I 9.4 punti della stagione 2007-08 sono diventato 17.2 quest’anno, passando gradualmente per 10.9, 12.0, 13.7, 14.6, mostrando una leadership sempre maggiore e una capacità di assumersi anche le proprie responsabilità in attacco che sorprende sempre di più. I 6 assist di media ne fanno poi comunque uno dei top 10 nella Lega, ma l’impressione è che per valutare a 360° l’operato di Conley i numeri siano abbastanza relativi.

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4) Russell Westbrook, Oklahoma City Thunder, 1988. Odi et amo. Probabilmente il giocatore più pazzo della Lega, capace di sfornare triple doppie nei playoffs come nemmeno i più grandi di sempre, ma di prendersi 35 tiri in una partita segnandone 10 e perdendo palloni in doppia cifra. Russell Westbrook è da tante persone indicato come il principale responsabile degli insuccessi di Okc, ma le cifre (in questo caso mostruose), non sembrano fare di lui o almeno solo di lui l’indiziato principale. Enorme realizzatore, questo lo ha già fatto capire ampliamente negli anni passati, essendo reduce da 4 stagioni consecutive sopra i 21.8 di media (suo minimo dal 2010-11, registrato quest’anno. Gli 8 assist di media della stagione da sophemore e della terza stagione nella Lega sono però numeri abbastanza irraggiungibili, considerato che sono aumentati i tiri presi, rimanendo sulle quasi 4 palle perse di media. Un giocatore che, in quanto a numeri, produce di tutto sia in positivo che in negativo. Chi ha aspettato i playoffs per attribuirgli responsabilità e colpe non sue, ha avuto sia materiale a supporto che prestazioni incredibili che hanno spostato forse le critiche su KD (nella serie coi Clippers a tratti dominato difensivamente da Paul e in enorme difficoltà nel far uscire la palla dai raddoppi). In ogni caso, c’è ancora chi pensa ed è convinto, numeri alla mano, di avere davanti una fenomenale guardia più che un playmaker in senso pieno, ma nel basket dei tempi attuali Russell Westbrook incarna perfettamente il concetto di nuova Point Guard, che riesce a coinvolgere (nel suo caso non sempre) i compagni ma è allo stesso tempo capace di segnarne 40 per più sere consecutive. La fisicità rimarrà la sua caratteristica saliente e prevarrà, almeno fin quando il corpo supporterà il tutto, per altri ancora; ma quando sarà costretto a ragionare di più e saltare di meno, ho l’impressione che vedremo un giocatore molto più completo e ancora più sorprendente.

NBA: Oklahoma City Thunder at Minnesota Timberwolves

 

3) Damian Lillard, Portland Trail Blazers, 1990: un futuro MVP. 24 anni tra due giorni e una leadership che nessuno dei giocatori citati finora aveva mostrato nei suoi primi due anni. Migliorato rispetto all’anno da rookie in percentuale da 3, rimbalzi, palle perse (sceso a 2.4 rispetto alle 3), punti per partita (20.7 contro 19), e sicuramente prossimo a scollinare sui 25 di media. Lillard sembra un Russell Westbrook che fa meno affidamento sul fisico, senza dispensare giocate sopra al ferro, ma prediligendo la leadership silenziosa e il controllo mentale della partita senza mai andare oltre le righe. Portland è uscito al primo turno, è vero, e ci sono altri giocatori che essendo andati più avanti meriterebbero ben altro piazzamento, ma tutti sanno che la debolezza maggiore del team è stata la pochezza della panchina, mai dimostratasi all’altezza dei 5 solidi starters capeggiati da Lillard. Aldridge, pare, sta riflettendo sull’estensione contrattuale, ma se fossimo in lui non esiteremmo un secondo a scegliere di giocare con il futuro migliori play dell’NBA. E’ solo questione di tempo, il prossimo anno potrebbe già essere quello della consacrazione finale.

NBA: Portland Trail Blazers at Golden State Warriors

2) Chris Paul, Los Angeles Clippers, 1985: Leader della classifica degli assist per partita, 10.7 di media, 2.5 palle rubate, 4.3 rimbalzi e 19.1 punti. Altro da dire? Teoricamente no, ma da un giocatore capace di sfornare numeri del genere da quando è entrato nella Lega praticamente, e vicino ormai ai 30 anni, si chiede solo un’ultima cosa per la definitiva consacrazione come Hall of Famer: l’anello. La mia idea è che, nonostante i Clippers abbiano nello spot di ala piccola (Barnes, Granger, Dudley non si sono dimostrati all’altezza e la speranza è che possano mettere le mani su Deng dopo che Pierce si è accasato ai Wizards), unito alla vulnerabilità di DeAndre Jordan che per forza di cose viene fatto accomodare in panchina negli ultimi minuti per evitare falli sistematici stile HakaShaq, un minimo di responsabilità vadano attribuite comunque anche a Cp3. La completezza dei numeri non si discute, la capacità di prendere la squadra per mano e portarla a rimonte impossibili nemmeno, ma forse a Paul manca una totale concentrazione, che spesso lo porta a compiere clamorosi passi falsi come nei playoffs di quest’anno contro i Thunder (il tentativo di tiro da 3 per subire il fallo, poi non arrivato, che ha permesso ai Thunder di vincere gara 5 dopo essere stati a -6 a 40 secondi dalla fine e -2, con palla a Paul appunto, a 17 secondi dalla fine..situazione in cui Westbrook stava cercando di fare fallo e Paul perse clamorosamente il pallone ). CP3 ha sicuramente i mezzi per non cadere in errori del genere, poi pagati sanguinosamente, e a 30 anni per raggiungere la perfezione che potrebbe significare titolo, basterebbe evitare alcuni cali di concentrazione. Altra cosa, difensore sottovalutatissimo, ben oltre la statistica delle palle rubate. Ricordate la difesa su KD, che mandò l’MVP totalmente in crisi!?

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1)  Tony Parker, San Antonio Spurs, 1982: 28° scelta del draft 2001, chilometri macinati sul campo da gioco, passaggio da una dinastia a un’altra, ma sempre a fianco del suo amico Tim Duncan. Uno ha fatto le fortune dell’altro, e Tony merita di essere in alto in questa classifica perché, al di là dei numeri, con la sua struttura fisica e una piccola propensione agli infortuni, è eroico arrivare a 5 anelli ed essere, SEMPRE, protagonista in tutte le edizioni degli Spurs da titolo. 17.1 punti di media in 13 stagioni NBA, 6 assist, 2.5 palle perse (pochissime se spalmate su una carriera intera, e contando quindi anche i primi anni di apprendistato da coach Pop). Il neo, forse, la difesa. Ovviamente penalizzato in una posizione in cui ormai dominano bestie di 100 chili, ma alla fine contano i risultati, e chi può dargli torto? In una Lega camaleontica soprattutto in questa estate, con i finalisti dell’est ormai in ricostruzione, Indiana ancora cantiere aperto, Okc che non ha ancora messo le mani su un lungo per sostituire Perkins, siamo sicuri che anche il prossimo anno non saremo costretti a dare ragione al franco-belga?

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0) Stephen Curry, Golden State Warriors, 1988: sarete rimasti sorpresi, ma era prevedibile che in questa classifica ci fosse un lieto fine. Troppo talento per metterne solo 5, lasciando comunque clamorosamente fuori Dragic, migliorato tantissimo, e Lawson, ma lasciate che almeno 6, per non mettere fuori un Conley che comunque rimane un signor giocatore, vengano messi. Tornando a noi, come può contestarsi una scelta del genere? Steph Curry, nonostante il fisico esile e una paurosa propensione agli infortuni soprattutto nei primi 2 anni, è la point guard migliore ad Ovest, e credo nell’intera Lega. Per lui mi sono permesso di fare eccezione alla regola per cui si dovevano coniugare risultati personali e obiettivi di squadra, ma lo si è fatto con la consapevolezza di essere davanti un futuro Hall of Famer. 17.5, 19.9, 18.8, 21.6, 23.7 punti di media nelle sue prime 5 stagioni bastano? No? Allora 5.9, 5.8, 5.3, 6.9, 8.5 assist di media? Ma come, 8.5 assist facendo quasi 24 a partita? Ecco, siamo davanti a un giocatore unico. In più, tiratore da 90% in carriera ai liberi, record per triple segnate in singola stagione lo scorso anno, 44% in carriera da 3, “solo” 3 palle perse di media, obiettivamente poche per quanto ha la palla nelle mani. La mia idea è che coach Mark Jackson gli abbia dato una serenità mentale, una fantasia e una capacità di fare quasi sempre la scelta giusta, che difficilmente troverà in Steve Kerr. Probabilmente da quest’ultimo coach Steph potrà prendere tantissimo sotto il profilo caratteriale, ma onestamente sembra un giocatore difficilmente migliorabile, entrato per molti come specialista ma diventato macchina infernale da assist e punti. Anche per lui, sperando in qualche mossa di mercato azzeccata dei Warriors (che si sono, per il vero, mossi comunque benissimo negli ultimi anni), il prossimo anno dovrà essere quello decisivo, perché con un giocatore del genere non ci si può accontentare di un primo turno playoff; e, difatti, non si sono accontentati e hanno dato il benservito a coach Jackson.

Stephen Curry

 

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