Prima degli elogi a non finire e della fama (oltre che alla gloria conquistata con il titolo MVP e l‘Anello nella scorsa annata) le aspettative sul suo conto erano tutt’altro che positive. Molti dubbi erano legati al suo fisico esile, non adatto secondo alcuni critici per farsi valere sui duri parquet della NBA: ma si sa, gli scettici spesso vengono smentiti con i fatti, cosa che alla fine Stephen Curry è riuscito a fare. Il play dei Golden State Warriors si è ormai imposto, a suon di triple, come una delle stelle dell’intera lega in un crescendo che ha avuto il suo culmine nelle Finals 2015 vinte contro i Cleveland Cavaliers.Il nativo di Akron, per arrivare a questi livelli, si è dato da fare, lavorando sui fondamentali e sfruttando anche il sistema di gioco imposto da coach Steve Kerr. Guardando indietro nel tempo, si può dire che di strada ne ha fatta tanta.
28 ottobre 2009. I Warriors iniziano la stagione tra le mura amiche, affrontando gli Houston Rockets. Curry, scelto con la settima chiamata del draft, viene subito schierato in quintetto. Il debutto non è affatto negativo, anche se arriva la sconfitta per 107-108: il prodotto del Davidson College mette a referto 14 punti, 7 assist, 4 palle rubate e 2 palle perse in 36 minuti di gioco.
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Sprazzi di talento in una lontana notte di sei anni fa. Ci è voluto un bel po’ per arrivare al top, ma alla fine i diffidenti sono stati zittiti e risultati sono arrivati. Curry continuerà imperterrito a macinare record e a riportare i suoi in trionfo?
Per NBA Passion,
Olivio Daniele Maggio ( @daniele_maggio on Twitter)

