Le parole sono pesanti, e faranno di sicuro storcere il naso ai ferrei sostenitori dell’ortodossia cestistica. “Stephen Curry è il Michael Jordan della nostra generazione” – ha affermato Jason Kidd a ‘CBS Sports’ quasi a parziale risarcimento per la vittoria ottenuta a danno dei Golden State Warriors. Vittoria che ha posto la parola fine alla streak vincente dei californiani, seppur con attenuanti più che valide.
Kidd però non si é fermato qui, e ,continuando, fa segnare l’assist numero 12.092 della sua leggendaria carriera: “Tutti noi volevamo essere Mike, e i bambini di oggi cresceranno volendo diventare Steph Curry”. Come dare torto al buon Jason? L’effetto Steph è dirompente e sta travolgendo qualsiasi cosa trovi lungo la strada. Una strada sgombra da parole come ‘scusa’ e ‘alibi’. Facile idolatrare LeBron James o MJ; un po’ più difficile accettare l’evidenza dei fatti: non si può essere LeBron, non si può realmente essere Mike! Se Madre natura infatti non ci ha fatto dono di un telaio come quello, di quel corredo genetico, è una gara persa in partenza e si va in tripla doppia di amarezza, lacrime e nocche rotte. Più facile la vita quando si guarda gente come Curry. Sublime ed inarrivabile dal punto di vista tecnico, il 30 from Davidson ha avuto in dote però un fisico tutt’altro che dominante. Anzi, normotipo e gracilino è da sempre stato costretto ad affinare fino all’inverosimile il suo gioco. Se in più ci mettiamo una storia, una faccia e una famiglia telegenica (le tre cose non fanno propriamente schifo agli americani…), beh, abbiamo trovato la quadratura del cerchio, e questo fa di lui l’atleta/personaggio al quale alludeva Kidd nel paragonarlo a Jordan.
Come il 23, il 30 ha smosso in modo massiccio il mercato, il cuore e i sogni di tutti noi proprio per questa relativa facilità nell’immedesimarsi nella sua parte. Abbiamo osannato Allen Iverson perché era uno di noi: l’eroe dello Sturm-und-Drang che conscio del suo destino (zero anelli) non accettava i suoi limiti e si scagliava contro il fato avverso. Parliamo ancora delle magie che faceva John Stockton, a netto di un fisico da impiegato. Stesso discorso vale per il’head-coach dei festanti Milwaukee Bucks. Allo stesso modo sprofondiamo nella più profonda sindrome di Stendhal nell’ammirare le gesta sublimi di Steph, con la vaga idea, forse, che se ce l’ha fatta lui con quel fisico li…beh, magari ce la potremmo fare anche noi. No?

