Vicino, dannatamente vicino è andato Jimmy Butler dal mandare il match allo storico quinto overtime. Ultimo possesso, palla nelle sue mani, tiro da tre e palla che entra con una facilità irrisoria, per un giocatore che con la pressione ci scherza, e contemporaneamente arriva un palese fallo sul tiro da parte di Caldwell-Pope; come fa notare William Lou su TheScore– l’eventuale giro positivo in lunetta avrebbe pareggiato i conti, con ancora una manciata di secondi da giocate. Non secondo l’arbiro però, e li gira tutta la partita. Senza rendere onore ai 56 miuti giocati dall’ex Marquette, e nemmeno questa è una notizia, dato che Butler risulta spesso, se non sempre, fra i più utilizzati della Lega, per la sua duttilità e le sue ormai salde doti da leader che gli hanno permesso di ricevere a pieno titolo lo scettro del potere in quel dello United Center.
E’ proprio quest’utimo il tema su cui batte Jimmy nell’intervista post-partita: “Dovevamo vincere, quattro overtime o non quattro overtime non cambia la sostanza. Non lo abbiamo fatto. Non abbiamo protetto casa nostra“.
I 43 punti parlano per lui. Leader ormai tecnico e carismatico, Butler ne infila ben 13 (sui 17 complessivi dei suoi) nel quarto e ultimo overtime e sembra la personificazione del “And down here…you’re on your own” tanto caro alla filmografia Coeniana. Solo non lo è stato, leggendo le statistiche dei suoi partners in crime: Pau Gasol 30 punti e 15 rimbalzo e Derrick Rose 34, conditi da 8 assistenze, ma solo lo è nelle sue parole. Ormai si è calato in toto nella parte dell’uomo franchigia assegnatagli da coach Fred Hoiberg e dal suo sconforto si legge quella sana ossessione per la vittoria che ha fatto spendere su di lui parole al miele da parte di un certo Kobe Bryant.
Dall’altra parte onore va reso ai redivivi Detroit Pistons, in netta crescita in questo scampolo di regular season. Merito va tributato ad Andre Drummond in versione Chamberlain, con 33 punti e 21 rimbalzi, con annesso mal di testa di tutta la dirigenza alla ‘scoperta’ che il ragazzone va rifirmato a fine anno, 31 con 13 assist per il nativo di Pordenone, Reggie Jackson, che si sta facendo rimpiangere in quel di Oklahoma City e rispondendo con i fatti alle frecciatine mandategli dal 2 dei Wizards ad inizio anno per la cifra esorbitante messa nero su bianco per lui.
La gioia sarà parziale, ma a Chicago la sensazione è sempre più quella di aver trovato una vera stella, che non fa altro che migliorare e di candidarsi ad almeno tre categorie di premi individuali. La sua vita non è stata una passeggiata al parco a racogliere margheritine, ma l’incarnazione moderna di quell’Andreuccio da Perugia di cui parlava Boccaccio in una novella del Decameron sembra aver completato la sua catarsi e guadagnatosi un posto d’onore nell’olimpo della NBA.
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Bulls: Butler, blessed with a curse
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