“It’s all about money”
Conta solo il Dio Denaro. Dev’essere stato questo il pensiero dei tifosi degli Oklahoma City Thunder quando hanno visto James Harden essere ceduto: è il 27 Ottobre 2012 quando gli Houston Rockets e la squadra di Oklahoma chiudono la trade che porta a OKC Kevin Martin, Jeremy Lamb, due prime scelte e una seconda scelta al draft in cambio di Cole Aldrich, Daequan Cook, Lazar Hayward e appunto Harden.
Eppure il 6th Man of the Year un offerta importante dai Thunder la riceve: 55 milioni in 4 anni, beh per un ex panchinaro non sono niente male. Ma non abbastanza però per il barba che ormai si sente di meritare il massimo salariale. I tifosi della “cinderalla city” non la prendono bene. “Harden è un traditore”; “Harden pensa solo ai soldi”; Harden di qua e Harden di la. In realtà lui sta soltanto facendo quello che ritiene sia il meglio per la sua carriera. Ok, i soldi hanno influito, ma dietro la scelta di accettare il trasferimento in territorio texano c’è molto di più. La ricerca dell’anello da protagonista per fare un esempio, il tentativo di diventare MVP per farne un altro.
James Edwards Harden Jr. nasce a Los Angeles il 26 Agosto 1989, da Monja Willis e James Harden Sr. La sua infanzia non può essere considerata tra le migliori possibili. Suo padre, dopo aver abbandonato la marina militare, passa metà della sua vita a drogarsi e l’altra metà in carcere. Il piccolo James passa la maggior parte della sua infanzia nella città di Compton dove oltre ad appassionarsi al basket, si dice entri a far parte di una gang: i Blood. In realtà lui non dirà mai nulla a riguardo di ufficiale, in alcune partite però compie gesti tipici della banda di Los Angeles. Nonostante cresce a Compton, una delle città più criminali della west coast, Harden decide saggiamente di lasciar stare quello stile di vita, concentrandosi solo sulla palla a spicchi. Già da giovane dimostra di avere talento, ma un fisico non impressionante e, soprattutto, un forte problema asmatico, sembrano precludere una carriera da PRO per il ragazzo. Mamma Monja però non ci sta. Decide quindi di mandarlo a Lakewood, California, alla Artesia High School (anche per allontanarlo da un posto che potrebbe portarlo fuori strada) dove James o, come lo chiamano da quelle parti, ‘H’ aiuta i Pioneers di Loren Grover a vincere il titolo, per ben due volte, nel ruolo di shooting guard. Comincia a farsi un nome dunque, grazie anche ad un fisico decisamente migliorato, e all’asma tenuta sotto controllo che ormai non lo infastidisce più. Harden inoltre è un ragazzo decisamente intelligente, con ottimi voti a scuola e assolutamente pacifico e sorridente. Questo influirà molto quando arriveranno le richieste da parte dei college.

James Harden ai tempi del college
Nel 2007 decide di indossare la maglietta “Maroon and gold” alla Arizona State Univeristy. Con i Sun Devils non vincerà niente a livello di squadra, ma diventerà uno dei prospetti più interessanti tra i giocatori collegiali, apparendo sulla copertina di “Sport Illustrated”. La sua esperienza nella cosiddetta “Italia d’America” dura solo due anni. Dopo due stagioni al college decide infatti di dichiarare la sua eleggibilità per il Draft NBA 2009.
Quel Draft ci ha regalato qualche giocatorino interessante. Blake Griffin è il piatto più appetitoso, e viene subito divorato dai Clippers, che lo chiamano alla prima. Alla seconda i Grizzlies selezionano Hasheem Thabeet. Alla terza OKC non se lo lascia scappare. James abbandona la California per accasarsi a Oklahoma City e diventare un Thunder. Inizia la sua carriera NBA. Con la numero 13 sulle spalle

Harden, Durant e Westbrook
L’impatto coi grandi è assolutamente buono, ma non eccellente. I tifosi di Oklahoma rimpiangono chi è stato preso dopo di lui (Tyreke Evans che sarà poi eletto Rookie of the Year n.d.r.) e James comincia a sentire un po’ di quella che viene chiamata “the rookie fever”. Nella stagione 2011-2012 però fa ricredere i tifosi malfidenti. È la stagione della sua esplosione. Ingrana perfettamente la chimica tra lui Durant e Westbrook e la squadra comincia a fare veramente paura. Con un record di 47-19 (era l’anno del lockout NBA n.d.r) dominano la propria Division e si piazzano al secondo posto nella Conference, dietro a degli Spurs da 50-16. Il barba in questa squadra ha ruolo da protagonista. Mette a referto 16.8 punti di media conditi da 4.2 rimbalzi e 3.7 assist a partita che li valgono il titolo di 6th man of the Year. OKC si prospetta come seria pretendente al titolo. Un 4-0 rifilato ai Mavericks al primo turno aumenta le loro speranze che si alzano ancora di più dopo un 4-1 ai Lakers nelle semifinali di Conference. Nelle finali di Conference arrivano gli Spurs, che dopo aver dominato la regular season sono decisamente favoriti. Nelle prime due partite sembra essere rispettata la legge del più forte: gara 1 e gara 2 vinta dagli Spurs. Poi però si vola a Oklahoma, Durant e compagnia non vogliono certo che il Chesapeake Energy Arena sia il teatro della loro sconfitta. Gara 3 è dominata dai Thunder, con Harden che mette a referto 15 punti. Gara 4 stesso spettacolo e serie pareggiata, si torna in Texas con la serie sul 2-2. Nella casa degli Spurs KD si trasforma in bestia indomabile e in 6 gare gli Oklahoma City Thunder eliminano gli Spurs, conquistando le prime NBA Finals della loro storia. Le finals iniziano anche bene, OKC si aggiudica gara 1, poi però un LeBron James inarrestabile porrà fine ai sogni di gloria di Harden e soci, eliminandoli con un secco 4-1.
La delusione per James Harden è indescrivibile, dirà in un intervista: “ero già convinto di avere l’anello al dito, ci vorrà tempo per superare questo momento, ma ci rifaremo”. Le cose invece andranno in modo diverso, perché la stagione successiva lascerà i Thunder per approdare a Houston agli ordini di Kevin McHale. Il suo inizio di stagione come Rocket è devastante, nel suo debutto metterà a referto 37 punti e 12 assist. Chiuderà la sua prima regular season texana con una media di 25.9 punti, 6 assist e 4.7 rimbalzi. La squadra però fatica, arrivano due volte ai Playoffs dove per due volte sono eliminati al primo turno. Le cose sembrano cambiare nella stagione 2014-2015. La squadra gioca eccezionalmente, arrivando seconda, dietro i Warriors, con un record di 56-26. Harden viaggia con una media di 27.5 punti 6.9 assist e 6.4 rimbalzi che li faranno vincere il NBPA Basketball Players Award – Most Valuable Player e lo inseriranno nel All-NBA team. Ai Playoffs i Rockets si liberano in 5 gare dei Mavericks al primo turno. Al secondo turno sono autori di una delle più belle serie di playoff degli ultimi 15 anni: sotto 3-1 con i Clippers vincono tre partite consecutive, raggiungendo le finali di conference in 7 gare. Lì però incontrano i Warriors di Steph Curry, ed in 5 partite abbandonano il sogno.
James Harden è senz’altro uno dei giocatori più amati dell’NBA, la sua barba inconfondibile, le sue interviste sempre imprevedibili, le sue pubblicità particolari e le sue sfide alla Play-Station con i compagni, lo hanno reso un icona di questo sport, un icona che non ha mai avuto peli sulla lingua, come quando ha detto di essere il vero MVP della passata stagione, o come quando si è auto-dichiarato miglior shooting guard in circolazione (vero Thompson?). Spesso la sua mancanza di difesa e la sua tendenza alle palle perse hanno annebbiato quello che è uno dei talenti più cristallini, ma anche questa stagione sta dimostrando perché bisogna “fear the beard”.

