“With the first pick…”. Quante volte vi sarà capitato di sentire David Stern proferire queste parole, sul palco del Madison Square Garden, circondato da tifosi pieni di speranze. E magari, se la Lottery vi aveva sorriso, in mezzo a quei tifosi c’eravate idealmente anche voi, con le mani giunte in preghiera in attesa che la franchigia per cui tenete scegliesse di affidare il proprio futuro al giovane fenomeno di turno.
Ora invece mi rivolgo a voi che seguite fedelmente i Toronto Raptors da anni, e che ancora non riuscite a superare lo shock del 2006, quando i canadesi scelsero il nostro Andrea Bargnani alla 1, facendo sì la storia del basket (prima – e finora unica – 1st pick europea), ma lasciando alle altre squadre la possibilità di selezionare futuri allstar come Rondo, Aldridge, Lowry o Millsap (tralascio per ovvi motivi quello che probabilmente sarebbe stato il migliore fra tutti questi nomi, tale Brandon Roy).
Ma il senno del poi non fa sconti, e non possiamo certo far finta di non sapere che Andrea in quel momento fosse veramente uno dei prospetti più quotati, che per anni ha comunque tenuto cifre di alto livello come 1° e 2° terminale dei Raptors, che quel draft in fin dei conti è stato uno dei più poveri in termini di talento, e soprattutto che ai canadesi sarebbe potuta andare molto peggio, visto che forse fra i campioncini usciti dal college quello con più hype era un certo Adam Morrison (poi scelto alla 3 dai Bobcats, well played MJ).
I Raptors non hanno più avuto la fortuna di scegliere prima di tutti alla serata del draft (di Dan Gilbert ce n’è uno solo), e dopo quasi un decennio, tra stagioni mediocri, cambi di proprietà, e inversioni di rotta, i bei tempi sembrano finalmente essere arrivati: alla fine di questa Regular Season, i titoli consecutivi di campioni della Atlantic Division (Boston Celtics permettendo) potrebbero diventare 3; la testa della Eastern Conference, occupata dai più quotati Cleveland Cavaliers, dista solo 2 partite; DeRozan e Lowry sono 2 allstar sulla cresta dell’onda, una delle coppie di esterni più letali della Lega.
Ma evidentemente, in mezzo a questo mare di ottimismo, una nota stonata ci doveva essere. E si tratta ancora di una prima scelta, stavolta addirittura made in Toronto. Sì, perchè i Raptors, a inizio stagione, hanno provato a dare una chance a un giovane che di chance, nei suoi pochi anni di carriera, ne ha già sprecate a bizzeffe: stiamo ovviamente parlando del primo giocatore canadese ad essere stato scelto – dai Cavs – davanti a tutti nella notte del draft, Anthony Bennett.
Il draft in questione è quello recentissimo del 2013, e il ragazzo, avendo appena 22 anni, avrebbe ancora una caterva di tempo per rialzare la testa. Il management dei Raptors credeva appunto che, dopo le sfortunate esperienze di Cleveland e Minneapolis, l’aria di casa avrebbe fatto bene al prodotto di UNLV. Inoltre un ruolo inizialmente marginale nelle rotazioni avrebbe potuto alleggerire il peso delle aspettative che grava inevitabilmente sul giovane dal suo primo giorno da professionista. Il quadro sembrava quello giusto, ma la cornice non si è rivelata all’altezza: l’esperienza di Bennett ai Raptors si è chiusa il 1° marzo con il taglio (al suo posto è stato firmato Jason Thompson, ex Kings e Warriors), dopo una stagione vissuta a cavallo fra Nba e D-League, con 28 punti totali messi a referto in 84 anonimi minuti di garbage time, suddivisi in 19 presenze che probabilmente nessuno ricorderà.
Un azzardo a prezzi irrisori (il minimo salariale, 1 milione di dollari) che non ha pagato, e che ha ribadito al mondo Raptors un concetto sempre più chiaro: tenersi a debita distanza dalle prime scelte.
We The North #1: La Solitudine dei numeri uno
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