“We were better than the Showtime Lakers”

Lo dice scherzando Klay Thompson, può permettersi questo e altro. I suoi Golden State Warriors hanno appena annientato i Cleveland Cavaliers con un impietoso 77-110, con un intero quarto periodo di “garbage time”. Di fianco a lui in conferenza stampa siede Draymond Green, MVP della partita e secondo molti futuro MVP della serie, che spiega come non si possano fare paragoni tra loro e i Bulls di Jordan o qualsiasi altra grande squadra del passato perchè non hanno mai giocato contro. La forza degli uomini di coach Kerr è tale da scomodare questi mostri sacri ma mai una squadra si era imposta così nettamente prescindendo dalla sua stella: Steph Curry infatti nelle due gare ha giocato appena 61 minuti sui 96 disponibili, raccogliendo 29 punti con 11/26 dal campo. Qualcuno, sbagliando, potrebbe quindi pensare che Curry non sia decisivo nell’economia dell’attacco di Golden State: gli 85 punti totali arrivati dalla panchina per i Warriors derivano infatti spesso da amnesie difensive dei Cavs, dovute ad un eccesso di concentrazione sugli “splash brothers” a discapito dei compagni. Anche Klay Thompson infatti non viaggia a cifre eccelse (26 punti con 10/25) ma attira su di se la difesa liberando a ruota Livingstone, Green, Iguodala o Bogut sotto canestro. Se a questo poi si aggiunge il notevole contributo difensivo di tutta la squadra non è difficile spiegare il +33 con cui è finita la partita.

LEBRON CONTROLLATO A VISTA DALLA DIFESA DI GOLDEN STATE

LEBRON CONTROLLATO A VISTA DALLA DIFESA DI GOLDEN STATE

Troppi Warriors per questi Cavs o troppo pochi Cavs per questi Warriors? La risposta probabilmente sta nel mezzo: Cleveland difende malissimo ma Golden State sembra aver assorbito benissimo le fatiche della lunghissima serie contro i Thunder e sembra esserne uscita più forte anche psicologicamente. Coach Lue dovrà per forza apportare delle modifiche nell’assetto intorno al “Prescelto”, probabilmente proverà ad alzare il quintetto. In panchina coach Kerr non potrà più pescare David Lee per giocare lo small ball, decisivo l’anno scorso: in questa serie ha però funzionato anche con Iguodala e Green nelle vesti di ala grande e centro.

L’aspetto che rende straordinario il roster dei Californiani è che nell’estate del 2014 nessuno si aspettava dai Warriors un dominio del genere. Curry era ritenuto troppo fragile fisicamente, Livingston era considerato finito dopo quel bruttissimo infortunio ed è stato tagliato da tutte le squadre che lo avevano messo a contratto, in molti si preoccuparono dopo l’infortunio di David Lee ritenendo Draymond Green non all’altezza. Questi sono solo i casi più eclatanti ma tanti giocatori di questa franchigia erano considerati di un valore nettamente inferiore a quello visto negli ultimi due anni: questo li ha uniti, li ha rafforzati e li ha fatti diventare uno dei roster più competitivi di sempre, dal primo al dodicesimo uomo. Il loro motto è “strenght in numbers”, la loro forza è il gruppo: Lebron James e i suoi Cavaliers ora tremano davanti alla forza granitica dei Golden State Warriors.

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