Come ogni settimana, torna ‘Three Points’, la rubrica in cui vengono analizzati tre temi caldi degli ultimi sette giorni in NBA. La regular season sta entrando nel vivo, perciò, senza ulteriori preamboli… si parte!

1 – Take me down to L.A. (parte 1)

Blake Griffin (#32) e Chris Paul, i due leader dei Clippers

Blake Griffin (#32) e Chris Paul, i due leader dei Clippers

Con i riflettori in gran parte puntati sulla non lontanissima Oakland, ad L.A. c’è un fermento che non eravamo abituati a vedere da anni. Senza fare troppo rumore, i Los Angeles Clippers si sono presi il controllo della Western Conference.

Quella iniziata da qualche settimana è una stagione cruciale per le sorti della franchigia di Steve Ballmer. Dopo anni da eterna incompiuta, funestati peraltro da una serie di indicibili sciagure (dal caso-Sterling e l’ ‘harakiri’ contro Houston nel 2015 al doppio infortunio Paul-Griffin l’anno successivo), potrebbe essere vicina la fine dell’era dei ‘Big Three’ Chris Paul-Blake Griffin-DeAndre Jordan; CP3 e BG avranno infatti una player option per uscire dal contratto la prossima estate.

E’ davvero difficile fidarsi di una squadra del genere, visti i precedenti. E’ vero, però, che l’inizio degli uomini di Doc Rivers è estremamente promettente; dieci vittorie nelle prime dodici partite, tra cui spiccano quelle contro Thunder, Spurs, Jazz e le due contro i Blazers. Un vero e proprio rullo compressore.

La migliore notizia è il rendimento di Blake Griffn, reduce da una stagione 2015/16 caratterizzata dai molteplici infortuni e dalla famigerata rissa con il magazziniere della squadra. Il numero 32 sembra lontano anni luce da quello che, fino a poco tempo fa, vedevamo costantemente nella Top 10 delle azioni più spettacolari su NBA.com. Non che Blake abbia rinunciato allo spettacolo, ci mancherebbe. L’impressione, però, è che Griffin stia diventando un giocatore sempre più completo; range di tiro in continua espansione, eccellenti doti di passatore, playmaking in costante miglioramento… Un giocatore che, in questo momento, chiunque vorrebbe avere.

Al suo fianco continua a spadroneggiare un atleta a mio avviso estremamente sottovalutato: DeAndre Jordan.
Certo, non parliamo né di Hakeem Olajuwon, né di Kareem Abdul-Jabbar; sono in pochi, però, a poter schierare un giocatore così dominante sotto i tabelloni. DeMarcus Cousins, nettamente superiore sul piano tecnico, è troppo spesso penalizzato da un atteggiamento inconciliabile con il contesto in cui gioca. Allo stesso tempo, Andre Drummond e Hassan Whiteside, forse i due centri più simili a DJ, non hanno intorno una squadra capace di esaltarne al meglio le caratteristiche. Cosa che invece può vantare il numero 6 dei Clippers, costantemente rifornito da passatori del calibro di Chris Paul, Jamal Crawford e Austin Rivers.

Sebbene il roster abbia un’età media piuttosto elevata (solo Rivers figlio e l’infortunato Brice Johnson, tra gli elementi da rotazione, sono nati dopo il 1990), molti veterani stanno dando un contributo superiore alle aspettative. Da Marreese Speights a Luc Mbah a Moute, fino a Raymond Felton, tutti hanno avuto una parte in questo eccellente inizio di regular season.

Da qui a giugno, senza ombra di dubbio, si susseguiranno cataclismi biblici, che faranno naufragare la scialuppa e allontaneranno per sempre i due leader da L.A.. Se così non fosse, però, attenzione a questi Clippers, silenziosi e disperati. Del resto è risaputo: il destino spesso toglie, a volte però dà…

 

2 – Take me down to L.A. (parte 2)

Le giovani speranze della L.A. gialloviola: Da sinistra: Jordan Clarkson, D'Angelo Russell, Brandon Ingram e Julius Randle

Le giovani speranze della L.A. gialloviola: Da sinistra: Jordan Clarkson, D’Angelo Russell, Brandon Ingram e Julius Randle

C’è davvero aria nuova nella ‘città degli angeli’. L’euforia di questo inizio di stagione è portata anche dai ‘nobili decaduti’ di L.A., quei Lakers alle prese con una lunga e faticosa ricostruzione.
L’addio di Kobe Bryant, seppur rappresenti ‘un colpo all’anima’ (come direbbe Ligabue) per tutti gli appassionati, ha di fatto dato il via alla risalita al vertice.
Senza l’ingombrante presenza del Mamba, il palcoscenico è stato preso dai giovanissimi talenti accumulati nel corso degli ultimi draft, in seguito alle continue, umilianti sconfitte.

D’Angelo Russell sembra essere diventato il nuovo leader gialloviola. Le sue prestazioni, dopo un inizio zoppicante, erano migliorate sensibilmente con il passare della scorsa stagione. In questo inizio di 2016/17, il numero 1 (di maglia) si sta confermando ad eccellenti livelli.
Anche Jordan Clarkson ha cominciato alla grande, ripagando la dirigenza per il rinnovo contrattuale da 50 milioni in quattro anni. Il suo enorme contributo in uscita dalla panchina lo rende già ora un serio candidato al premio di 6th Man Of The Year.
La vera rivelazione di queste prime settimane, però, è Julius Randle. Il giocatore da Kentucky, di fatto al secondo anno in NBA, si sta dimostrando una sorta di ‘blocco di granito’ che nasconde una preziosa scultura; tutto da ‘sgrezzare’, ma con delle potenzialità immense.
Più difficoltoso, per ora, l’inserimento di Brandon Ingram. L’ex stella dei Duke Blue Devils avrà bisogno di tempo e pazienza per adattarsi ad una lega in cui il puro talento spesso non basta, se non accompagnato da una struttura fisica adeguata. Non ci sono dubbi, però, sul fatto che la seconda scelta assoluta all’ultimo draft possa avere tutte le carte in regola per emergere alla distanza.

Oltre al ritiro di Kobe, l’altro fattore determinante per questa ‘fioritura’ dei Lakers è stato l’arrivo in panchina di Luke Walton. L’ex assistente di Steve Kerr è riuscito, finora, a tirar fuori il meglio dai giocatori chiave, persino da chi, come Lou Williams, Nick Young o Timofey Mozgov, sembrava essersi perso in un limbo di mediocrità. Chissà che, tra qualche mese, il nome del figlio del grande Bill non sia tra quelli candidati al premio di Coach Of the Year

Da qui ad aprile manca ancora un’eternità, è vero, ma non ci sono dubbi che sulla calda Los Angeles stia soffiando una brezza piuttosto profumata.

 

3 – Wiggins… You’re next!

Andrew Wiggins nella partita da 47 punti contro i Lakers

Andrew Wiggins nella partita da 47 punti contro i Lakers

In questo caso “you’re next!” non è una minaccia, bensì l’augurio che possa essere Andrew Wiggins la prossima breakout star NBA.
Dopo due anni di ‘gavetta’, impreziositi comunque da un titolo di Rookie Of The Year vinto per distacco, il giovane canadese sembra pronto per entrare definitivamente nell’elite della superstar della lega.

Quella appena trascorsa è stata la sua settimana. Dopo i 22 punti contro i Clippers è arrivata una prestazione che vale una carriera; l’ex Kansas ne ha inflitti ben 47 agli altri protagonisti di questa puntata di ‘Three Points’, i Los Angeles Lakers. Dopodichè ne sono arrivati 29 contro Charlotte e 35 (con 10 rimbalzi) contro Philadelphia.
Queste cifre non sono exploit estemporanei (come ad esempio furono i 51 punti di Terrence Ross qualche stagione fa), bensì il sintomo più evidente di un terzo anno iniziato da grande protagonista.
Quasi a voler ricordare di essere ancora lui, non Karl-AnthonyTowns, la punta di diamante dei giovani Minnesota Timberwolves, Wiggins ha letteralmente ‘rubato lo show’ in queste prime settimane. Non solamente per le statistiche legate alla media punti (ottavo miglior realizzatore NBA con 27.4 nelle prime undici partite, contro una media in carriera di 19,3), quanto per il modo in cui questi punti sono arrivati. Il numero 22 sta ampliando costantemente il suo già devastante repertorio offensivo, perfezionando sempre più un tiro da tre punti che potrebbe renderlo un’arma letale. In questo momento il canadese registra un surreale 53.5% dall’arco, a fronte del 33.1% delle prime due stagioni. Cifre pazzesche, che si sposano ad un talento fuori dal comune.

Il problema è che, nonostante le prodezze di Wiggins, la grande conferma di Towns e uno strepitoso inizio di stagione di Zach LaVine (già due volte sopra i 30 punti, con un career-high di 37 contro Orlando), la squadra di coach Tom Thibodeau fatica enormemente. Tutti aspettavano con ansia di vedere questo gruppo di giovani rampanti lottare per un posto ai playoff. Le sette sconfitte collezionate finora in undici gare, invece, ci raccontano di una formazione ancora estremamente acerba, che con ogni probabilità terminerà a metà aprile la tredicesima stagione consecutiva.

Guai a disperarsi, ovviamente; servirà forse un po’ di pazienza in più ma, potendo contare su fenomeni del genere, i risultati prima o poi arriveranno.

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