Green Characters: Danny Ainge
Quando giochi accanto a giocatori del calibro di Larry Bird, Kevin McHale, Bill Walton e Robert Parish puoi dirti uno dei giocatori più fortunati della storia, ma anche uno dei più sfortunati. Il tuo nome, infatti, verrà sempre accostato a questi grandissimi personaggi, ma passerà sempre in secondo piano. Questa è la meravigliosa storia di Danny Ainge, comprimario di lusso, indispensabile, e spesso ricordato per tutto tranne che per il suo apporto nel campo.
Gli inizi: grande propensione allo sport
Basket, Baseball, Football: Il giovane Danny, sin dai tempi della Eugene High-School, dimostra una straordinaria propensione allo sport, tanto da essere selezionato nella migliore squadra liceale di baseball, football e basket, portando questa al titolo statale ben due volte. Il giovane Danny cresce, e quando arriva il momento di scegliere il college, opta per i i BYU Cougars, trascinato dal suo amore per la palla a spicchi.
Dopo tre anni di college, in cui batte diversi record ai Cougars, si rende eleggibile all’NBA Draft del 1981 e viene scelto dai Boston Celtics con la 31esima chiamata assoluta.
L’avventura in bianco-verde: inizi in sordina
L’avventura in maglia Green non inizia granché bene per la giovane guardia, tanto da generare l’ironia di coach Fitch che affermò di vederlo meglio come giocatore di Baseball che di Basket. Eppure Danny non si scoraggia, e dopo tanto lavoro, trova il suo spazio in un roster ricco di campioni. Giocatore intelligente e tenace agonista, qualità con cui compensava un fisico non dei migliori. Ainge viene ricordato dai compagni perlopiù per la grandissima grinta e il trash-talking che lo ha reso uno dei giocatori più “odiati” della lega(celebre l’episodio, quando vestiva la maglia bianco-verde, dello scontro con Tree Rollins).
Sebbene il suo fisico non fosse esattamente al pari delle altre guardie in NBA, Danny era un esterno che riusciva sempre a fare la differenza, viste le sue qualità di grande tiratore (oltre il 50% dal campo) e specialista da 3 punti. Queste caratteristiche, d’altra parte, lo rendevano un giocatore quasi innovativo, data la bassa percentuale di giocatori costanti da oltre l’arco in quel periodo. Ainge, durante la sua permanenza in maglia Celtics lunga 8 stagioni, mantenne quasi il 40% da 3 punti.
Tenacia ed etica lavorativa impeccabile: il collante perfetto

Danny Ainge (a sinistra) e Kevin McHale (a destra), due leggende bianco-verdi
La guardia biancoverde, oltre ad essere un grande pericolo al tiro, lavorò molto negli anni per migliorare le sue doti di passatore (arrivando a quasi 6 assist di media nel momento migliore della carriera) e divenne un giocatore imprescindibile, a detta dei suoi stessi compagni, per i trionfi celtici del 1984 e 1986. Ainge univa la capacità di incidere senza fare troppo “rumore” ad un’etica lavorativa comune a pochi. La caratteristica che più lo rappresentava, era sicuramente la grinta difensiva che il ragazzo metteva ogni volta nonostante i suoi “limiti” fisici.
Ainge, nei due titoli vinti con i Celtics, era il collante perfetto in un quintetto ricco di talento. Una front-line di prim’ordine veniva coadiuvata perfettamente dallo stesso Ainge e da Dennis Johnson, bravissimi a lavorare silenziosamente in fase difensiva e a ritagliarsi spazi offensivi di tutto rispetto, il tutto lavorando all’ombra di quel fenomeno che era Larry Bird.
Prosieguo e fine della carriera cestistica
Dopo 8 anni gloriosi in maglia verde, Ainge passa ai Sacramento Kings, per poi tornare a giocare vicino a casa con i Portland Trail Blazers, insieme ai quali si regala le NBA Finals 1992 (persa contro gli invincibili Bulls di Michael Jordan).
Dopo una parentesi con i Blazers, Ainge gioca le ultime tre stagioni della sua carriera in maglia Suns (1992-95) dove raggiunge un’altra volta le Finals. Nel 1995 annuncia il ritiro, chiudendo una gloriosa carriera coronata da due anelli ed arricchita da quasi 12000 punti messi a referto, di cui 1002 da 3 punti.
Una nuova vita: il lavoro del General Manager
A distanza di un anno dal suo ritiro, Ainge diviene vice del coach Fitzsimmons ai Suns, dei quali diventa in seguito Head-Coach. Nel 1999, Ainge lascia la panca del team dell’Arizona, prendendosi una pausa lunga 4 anni.
Nel 2003 diviene General Manager dei Celtics, dove non perde tempo a dimostrare subito le sue doti. Ainge prese le redini della franchigia in un periodo difficile: i bianco-verdi avevano a roster un’unica stella, Paul Pierce, ma non riuscivano a decollare, e il titolo mancava dal 1986 in Massachussets. Ci voleva una scossa e al più presto. Detto fatto: nell’estate del 2007, dopo una stagione disastrosa durante la quale The Truth chiese addirittura la trade, Ainge porta nel Massachussets Kevin Garnett e Ray Allen formando con Paul Pierce i Big Three che vinceranno l’anello nella stagione successiva.
Ainge, quindi, può essere considerato uno dei principali artefici del successo che ha riportato l’anello dopo più di 20 anni a Boston. Sia il titolo del 1986 che quello del 2008 portano la sua firma, anche se i ruoli ricoperti, a distanza di 22 anni, sono ovviamente differenti. Per questo, sicuramente, Ainge verrà ricordato come uno degli uomini che hanno fatto la recente storia di questo sport a Boston.
Guardiamo al presente: Il GM dei C’s si dimostra molto abile anche nel periodo di rebuilding, ottenendo tantissimi assets e scelte al Draft durante gli anni, mantenendo anche una grande flessibilità salariale. Ad oggi, Ainge può considerato uno dei migliori GM della storia NBA, dopo essere stato a lungo uno dei Most Hated Players della stessa.
Per NBAPassion.com,
Nicola Garzarella

