Gli Houston Rockets sono la sorpresa positiva della stagione. L’arrivo di coach Mike D’Antoni è stato provvidenziale per una franchigia che punta ad essere nell’elite della NBA. Già oggi possiamo essere sicuri che non siano da titolo?
L’iter storico
Dall’arrivo di James Harden, i Rockets sono stati eliminati tre volte al primo turno playoff e una alla finale di conference nel 2015. Il dualismo con Howard non funzionava parecchio, non dava la sensazione di poter puntare realmente il titolo. Allora l’addio di Dwight era inevitabile, come indispendabile era un cambio in panchina. La scelta è caduta su coach Mike D’Antoni, la scelta più coerente per poter cambiare radicalmente il modo di giocare. Ryan Anderson, Eric Gordon e Nenê sono gli importanti innesti estivi, un altro cambiamento da rilevare, è l’ufficialità del ruolo di playmaker per Harden. Da questi presupposti, è nata una stagione finora straordinaria, fintanto da chiedersi se Houston possa lottare per il titolo.

Che Barba, che gioia
Iniziando l’azione con la palla in mano, può “gustarsela“, palleggiare e poi entrare nell’attacco; con i tiratori pronti dall’arco, Harden può decidere se attaccare in prima persona o, se la difesa collassa su di lui o c’è un compagno libero, passarla. In più c’è da dire che le idee di D’Antoni prevedono un uso massiccio del pick and roll, gioco nel quale il barba è difficilissimo da marcare, anche per la sua capacità di guadagnarsi falli.
Difensivamente è stato lo zimbello della lega per gli ultimi 2-3 anni, dopo aver fatto dei primi anni difensivamente di livello ad OKC. In questo anno magico, è migliorato anche nella propria metà campo. Anche se restano delle evidenti lacune.

Il net rating è migliorato in modo spaventoso, così come gli assist e il rapport con le palle perse (tenendo conto che ha molto di più la palla in mano). Il pace è aumentato per tutta la squadra, anche se ci si poteva aspettare un incremento ancor maggiore. Dati più precisi, ci saranno a fine regular season.
Mike’s style
Non si gioca 7 seconds or less, si gioca un numero di possessi nella media. Harden non corre sempre, però accelera. Anderson, Gordon e Capela hanno cambiato l’ossatura della squadra. Sui raddoppi delle difese, i tiratori sono pronti a punire. Capela prende rimbalzi, fa il lavoro sporco e difensivamente si fa sentire. Il tutto con uno stipendio ben diverso da quello di Howard. Intanto i Rockets tirano quasi il 20% delle volte in più da tre rispetto al passato. Con giocatori ad allargare il campo, costringono gli avversari o ad abbassare il quintetto per “correre dietro” oppure a giocare con dei lunghi non in grado di coprire quelle distanze. I Rockets sono secondi per punti e assist a partita, dietro solo a GSW, ben 62.9 punti vengono da assist. Primi per tiri realizzati da 3. Nonostante la mole dalla lunga distanza, Houston è sesta per punti nel pitturato 45.9.
Migliorarsi per vincere
L’evoluzione di Gordon è l’esempio di quello che devono fare per crescere ancora. L’ex Pelicans è un forte candidato a sesto uomo dell’anno, tiene in vita praticamente da solo, la second unit, dove è stato messo. I 37.6 punti di media che arrivano dalla panchina, devono essere migliorati, specialmente perché dal coach viene richiesto un grosso dispendio di energie, giocando molto in transizione e correndo. Sia chiaro, la panchina non è male, anzi, ma per ambire all’anello con questo sistema di gioco avere qualcun altro pronto a subentrare, è fondamentale!
Il GM Morey è già a lavoro per far firmare a James Harden un nuovo contratto. 118 milioni di dollari in 4 anni, questo è ciò che ha firmato l’ex Thunder in estate. Un quadriennale da 171 milioni, stando ai rumors, è quello che firmerà. La franchigia voleva prima valutare la compatibilità D’Antoni-Harden. I risultati premiano questo rapporto e quindi vogliono assicurarsi le prestazioni del 13 a lungo, per costruire con lui, una squadra da titolo.
D’altronde non tutti hanno uno come il Barba in squadra. E chi ce l’ha, se lo tiene stretto.


