The real MVP: Brad Stevens
Quando, nel 2013, Danny Ainge scelse di puntare, per il processo di “rebuilding”, su un coach giovane e senza esperienza in NBA, molti lo presero per pazzo. Oggi, è il GM biancoverde a sorridere. Il giovane coach collegiale, che aveva ben figurato con il piccolo college di Butler e i suoi Bulldogs, è oggi riconosciuto da tutti come uno dei migliori allenatori in circolazione nella lega.
Ainge, ancora una volta, ha vinto la sua scommessa e Brad Stevens sta continuando a meravigliare il mondo biancoverde. Il coach è stato bravissimo a trasmettere i suoi dettami tattici, e anche morali, ad una franchigia che aveva bisogno di essere rinnovat.a In questa sua quarta stagione nel New England, Stevens sta riuscendo a portare i suoi ragazzi ad un livello superiore. I Celtics sono ormai una creazione del proprio allenatore sia tatticamente che moralmente.
La Superstar dei Celtics? Brad Stevens
In questa stagione, che si avvia verso la metà, i ragazzi del Massachusetts hanno avuto dei momenti bui, ma una cosa è sempre rimasta integra: la loro identità di squadra. Anche dopo molte sconfitte di fila, come avvenuto ad inizio novembre e a metà dicembre, complici i numerosi infortuni, la squadra non ha perso fiducia nei suoi mezzi e si è sempre rialzata. Gran parte del merito di questo atteggiamento, che ora vede i Celtics volare in solitaria verso il terzo posto ad Est, va dato sicuramente a coach Stevens. Il suo modo, pacato ma fermo, di comunicare ai giocatori non è mai cambiato, né nei momenti positivi né in quelli negativi.

Coach Brad Stevens, eletto terzo miglior coach in NBA da Bleacher Report
Stevens è un allenatore che fonda il suo credo nel “team-working”, il gioco di squadra in cui tutti fanno tutto e nessuno è ritenuto superiore agli altri. Questo suo modo di ragionare lo ha accompagnato sin dai tempi del college, e il giovane coach è stato bravo a mantenere la rotta sin dagli inizi della sua avventura in bianco-verde. La tattica, ovviamente, si è evoluta con il passare degli anni, l’adattamento ai ritmi del gioco NBA e con l’aumentare dell’esperienza, ma il suo credo rimane sempre lo stesso: “we must play togheter”.
Oggi ai Celtics, come ieri al college, è sempre la sua maniacale cura dei dettagli e delle statistiche a fare la differenza. Stevens, prima di ogni sessione di gara, studia in maniera quasi irreale ogni suo avversario. Nulla va lasciato al caso perché una brutta prestazione può capitare, una brutta interpretazione no. Proprio per questo motivo i suoi schemi spesso sono polivalenti e, in una lega in costante evoluzione, questo consente un maggior adattamento ai suoi ragazzi.
La Motion Offense
Ai tempi dei Bulldogs, in una realtà diversa come quella collegiale, i suoi ragazzi conoscevano a memoria ogni singolo movimento della transizione offensiva. Lo schema prevedeva un movimento così articolato: il playmaker, in un continuo gioco di rotazioni con i piccoli, muoveva la difesa e, sfruttando il lavoro dei lunghi bloccanti, si garantiva un attacco al ferro o uno scarico sui piccoli circostanti. In NBA Stevens ha dovuto apportare alcuni cambiamenti alle sue idee di base: la sua idea di manovra offensiva si è pian piano evoluta in rapide letture della difesa avversaria, che comportano reazioni immediate a cui seguono esecuzioni di schemi talvolta semplici ma efficaci.
In genere il playmaker scarica subito su un lungo che, palla in mano, sposta la transizione su un lato giocando un pick’n’roll con il piccolo che corre verso di lui. In questa situazione, che apparentemente ha una lettura banale, il lungo avversario si trova in chiaro miss match contro uno dei piccoli rivali che può andare in penetrazione oppure scaricare sul lato opposto per un tiro oltre l’arco.
Le soluzioni alternative poi non mancano: Stevens basa il suo playbook offensivo su una gran circolazione di palla che permette, partendo da una situazione di pick ‘n’ roll, di creare un cambio difensivo e quindi un conseguente raddoppio. Se il lungo non chiude il gioco a due, infatti, sul perimetro ci sono i tre piccoli pronti a punire dall’arco. Coach Stevens, poi, ama giocare con i quintetti piccoli, la cosiddetta “Small-Ball”, che dovrebbe garantire una miglior circolazione di palla ed una maggior pericolosità dall’arco dei tre punti, prerogativa fondamentale della pallacanestro moderna. Questo tipo di gioco offensivo è stato ribattezzato “motion offense”.
L’arrivo di Horford
Il grande merito di Stevens è quello di rendere questo schema, molto frequente nella pallacanestro, sempre imprevedibile ed efficace. In questa stagione, con l’arrivo di Horford, le spaziature si sono allargate e le soluzioni offensive sono aumentate: è lo stesso Horford che, dopo aver bloccato, si colloca sulla linea di scarico prendendo il tiro oltre l’arco, oppure parte dalla stessa posizione per attaccare il difensore 1 vs 1, avendo nelle sue corde una capacità di penetrare nelle difese avversarie che fa invidia anche a qualche guardia.
L’estenuante lavoro di memorizzazione di questi schemi tramite video e simulazioni rende efficace la transizione a prescindere da quali siano gli interpreti. Lo straordinario lavoro di coach Stevens è stato riconosciuto, di recente, anche dalla nota testata giornalistica Bleacher Report. Il seguitissimo blog ha collocato Stevens al terzo posto nella classifica dei migliori allenatori in NBA, alle spalle solo degli esperti Popovich e Carlisle. Non possiamo dire con certezza fino a dove potranno arrivare i Celtics di questo brillante coach ma sappiamo di sicuro che, con questo allenatore, il Celtic’s Pride non sarà mai in discussione.
Per NBAPassion.com,
Nicola Garzarella

