Partiamo da un presupposto, tanto semplice quanto evidente: i Dallas Mavericks stanno attraversando un periodo di GRANDI difficoltà, come risultati e classifica testimoniano. Le ragioni sono molteplici: l’età che avanza inesorabile, il numero di infortunati (spesso in contemporanea..) da Libro dei Guinness, qualche lacuna nel talento dei singoli, e tante altre piccole e grandi cose. Sta di fatto che, dopo 44 games di RS, il record dei texani è di 15-29, con un posto in classifica costantemente a cavallo fra la quindicesima e la dodicesima posizione in Western Conference.
Così, di primo acchito e senza voler sapere altro, è più che naturale dire “non ci sono speranze, questa sarà una stagione da buttare; il tempo di rifondare è giunto, le mancanze sono troppe“. E poi? Poi, guardando un pò più nel dettaglio numeri, ultimi risultati, dati, e osservando la squadra in azione e le abilità di certi giocatori viene altrettanto spontaneo pensare “beh: la parte negativa è sempre in maggioranza, ma forse si è dato per morto chi per ora morto non è”.
E qui vi è il primo enigma: chi ha ragione? Il disfattismo estremo e brutale di tanti tifosi o le ventate di sano e rinfrancante ottimismo di altri?

Dirk Nowitzki in difficoltà, immagine simbolo del mese di Novembre di Dallas
Effettivamente il Novembre dei Mavericks è stato degno di una franchigia allo sbando, ormai defunta ed ampiamente sepolta: 3 vittorie su 14 partite giocate, e una striscia di ben 8 sconfitte consecutive. In compenso, pur con tante difficoltà, Dicembre ha avuto un altro piglio, più nel livello del gioco che nei risultati: 7 W su 17, di cui un paio (contro Clippers e Blazers) più “di spessore”, e soprattutto nessuna striscia particolarmente mortificante. Si arriva così a Gennaio e ad un altro (momentaneo) upgrade: su 10 sfide le vittorie sono state 5, l’ultima delle quali, in serata con i LA Lakers, da segnare con il pennarello rosso sul calendario visto il margine finale di +49 Pts, punteggio che rappresenta la peggior sconfitta nella storia dei californiani. Attenzione: con queste parole non si deve intendere che il buio sia completamente alle spalle, ma principalmente che quella famosa “luce in fondo al tunnel” inizia ad intravedersi anche dalle parti dell’American Airline Center.
Gli elementi che testimoniano questa evoluzione positiva non vanno solo ricercati nel rapporto tra W e L, ma li troviamo soprattutto nell’atteggiamento e nel gioco, direttamente sul parquet, insomma: la squadra è partita con percentuali disastrose, sia a livello di Team che di singoli, le assenze rendevano praticamente impossibile realizzare le idee di gioco di un ottimo coach come Carlisle, e chi era disponibile e chiamato in causa rendeva 1/3 delle reali possibilità. Ora la situazione è cambiata in modo drastico: gli infortunati sono andati via via in diminuzione, le percentuali sono tornate quelle relativamente buone che conoscevamo (fino a livelli top come contro i Lakers, con quasi il 50% dal campo, 43.6% dall’arco e 19/19 ai liberi), e i vari singoli sembrano rinfrancati e in una forma che non si vedeva da un pò.
I nuovi innesti entrano sempre meglio nell’amalgama di squadra, con Barnes che insiste nelle sue buone prestazioni, e Curry (personalmente, la vera marcia in più dei Mavs in questa stagione) che tira alla grande, segna, sforna assist al bacio e si fa trovare sempre prontissimo quando chiamato in causa (d’altronde buon sangue non mente). Anche i più giovani, come Brussino e Finney-Smith hanno una resa ben più alta di quanto il loro status richiederebbe, mentre “veterani” come Matthews e Williams hanno ricominciato ad essere decisivi per la sorte delle partite: l’ex Portland, dopo un inizio che peggiore non poteva esserci, è diventato un muro in difesa difficile da superare per qualunque avversario, e, oltre a questo, ha ripreso a tirare con una certa continuità e precisione dall’arco. Un perfetto 3-and-D Player. Allo stesso tempo, DWill si sta dimostrando un ottimo play (non ai livelli di qualche anno fa, ma comunque..), capace di servire molto bene e con intelligenza i compagni e di fare un buon numero di punti.
Anche altri sarebbero degni di menzione, come i giovani Powell (anch’egli sempre meglio inserito) e Anderson (top scorer contro i Lakers con 19 Pts), o Salah Mejri, centro d’esperienza un pò spigoloso ma efficace come pochi sotto canestro. E poi come non nominare Lui (volutamente maiuscolo), Dirk: non sarebbe corretto nei suoi confronti l’aspettarsi il giocatore di qualche anno fa, quello che con il suo Fadeaway cambiava le partite, ma è inevitabile: ora che ha smaltito l’infortunio che lo ha tenuto fuori per molto tempo, non c’è tifoso che possa trattenere la lacrimuccia quando, nei pochi minuti in cui è impiegato, lo si vede rilasciare il pallone con quelle mani più delicate del cotone, mani che non tengono minimamente conto dell’età.

Seth Curry, una fra le note più positive di questa stagione, in azione contro i Lakers
Ma.. ALT! Sembra (quasi) tutto in grande risalita, il profumo di quella fiducia che sembrava persa sta tornando ad inondare fans e staff, e proprio per questo troviamo il secondo enigma: conviene davvero ai Mavericks tentare questa faraonica risalita, esultare per le vittorie in più, o bisognerebbe essere più felici nell’arrivare il più indietro possibile, rimandando le eventuali soddisfazioni alle stagioni future, con magari qualche baldo giovane pieno di talento finalmente in casacca azzurra?
E’ difficile.. MOLTO difficile. Non è né una nota di merito né di demerito, ma i tifosi dei Mavericks non sono affatto abituati a sentir parlare di Tank, volontario o involontario che sia. Presidente, coach e veterani di squadra hanno l’abitudine di provare sempre e comunque a portare a casa l’intera posta in palio, è una questione di mentalità. Vai a spiegare a giocatori come Dirk o Barea, eroi tra gli eroi del 2011, così come a Harris, DWill o Matthews che in certi casi è meglio perdere! Mission Impossible.
In effetti, guardando i distacchi in classifica, si può affermare che l’ottavo posto non è poi così un miraggio inafferrabile: tra Dallas terzultima e i provvisoriamente ottavi Nuggets ci sono solamente 3.5 gare di distacco. Questo può avere diverse cause, ma la motivazione principale è un netto gap tra le primissime della classe (irraggiungibili e di un altro livello) e la “seconda fascia”; per rendersi conto basta constatare che c’è più distacco tra il settimo e l’ottavo seed (6.5 gare) piuttosto che tra l’ottavo e l’ultimo (4.5). Le posizioni della Western Conference sono ancora tutte in divenire, e la lotta per l’ultimo posto disponibile per l’accesso alla Post-season sarà senza’altro dura e ricca di sorprese, fino alla fine della stagione, anche perchè le franchigie in corsa sono molte. E in questa guerra un posto per la squadra di Cuban c’è eccome.
E siamo a tre, numero perfetto. Terzo grande enigma: come detto, i distacchi tra le prime della classe, a livello di gioco, personalità e atteggiamenti, e le altre sono oggettivamente abissali; sarebbe seriamente la best choice per i Mavericks il ricercare un posticino ai Playoffs, soprattutto per rendere il dovuto onore alle ultime (ultima?) stagione di Nowitzki, o il fatto di essere al 99.9% buttati fuori al primo turno con un 4-0 (o nel migliore dei casi 4-1) renderebbe questa fatica inutile se non dannosa?

Mark “TheBoss” Cuban, tra alti e bassi la perfetta rappresentazione dello spirito dei Mavs
I punti di domanda sono tanti, le incognite altrettante. I tifosi sono divisi, soprattutto sulla scelta del finale più appropriato per questa stagione piena di tribolazioni. La cosa che pare certa è una sola, cioè che, a discapito dell’epilogo, giocatori, coach, staff e dirigenza hanno un obiettivo comune: il lottare in ogni game, su ogni pallone, con tutti i mezzi a disposizione, aldilà di infortuni o altri problemi, per raggiungere la vittoria, e quel che sarà… Sarà. Potrebbe sembrare un atteggiamento poco prudente o scarsamente lungimirante (e forse lo è), ma verrà messo in pratica, possiamo starne certi. Per gratificare e inorgoglire chi la squadra la ama e la supporta, ma soprattutto per rendere onore a quella casacca troppo spesso bistrattata e scarsamente presa in considerazione. L’orgoglio texano vince su qualunque logica, la #MavsNation è questa, che piaccia o no.

