Home NBA, National Basketball AssociationNBA TeamsCleveland CavaliersUnspoken: L’insostenibile leggerezza dell’essere (primi)

Unspoken: L’insostenibile leggerezza dell’essere (primi)

di Marco Damiani
Green e Durant contro Lebron

Intro

Unspoken, quello che non è stato detto o, in accezione meno “carbonara”, considerazioni e argomenti del mondo NBA non del tutto sviscerati o scandagliati: il moto ispiratore di questo primo “appuntamento” è una domanda che mi/vi pongo, ovvero nella cultura (americana) e, quindi, in un contesto NBA è meglio essere considerato il migliore o diventarlo?

Nell’intento di rispondere a questa domanda introduco “l’oggetto del contendere”: Lebron James.

Lebron James

Akron, stato dell’Ohio, 1984: nasce Lebron James. Finita l’high school, giunge al Draft NBA del 2003 come una delle prime scelte assolute più acclamate di sempre, tanto da garantirsi a vita il famoso nickname “the chosen one”, letteralmente “la prima scelta” o, quasi in accezione biblica, “il prescelto”. Quest’ultima traduzione rende più l’idea del fenomeno mediatico creatosi al tempo attorno a James che, ancora 18enne, viene scelto proprio da Cleveland (anch’essa in Ohio). L’intero stato è in festa e accoglie Lbj come un profeta che lo condurrà alla terra promessa. Tra alti e bassi il titolo tanto ambito non arriverà e James decide di accogliere il progetto “Big Three” dei Miami Heat, assieme a Dwyane Wade e Chris Bosh. Proprio con gli Heat vincerà il tanto ambito Larry O’Brien trophy nel 2012 e nel 2013. Poi, nella stagione 2014-2015, il clamoroso “come back” in patria, in terra natìa, che orribilmente aveva metabolizzato la notizia del suo sbarco a Miami. Il 2016 è una data storica per i tifosi dei Cavs: Lebron James batte i Golden State Warriors e vince per la terza volta il titolo NBA, questa volta a casa sua. Il trofeo issato come le tavole del Sinai, il grido di James: “Cleveland, this is for you!”.
Bene. Siamo ai giorni nostri e Cleveland, come l’anno scorso, combatte e pena nelle finali NBA 2017, nuovamente, contro i Warriors, quest’anno ben corazzati con l’aggiunta di Kevin Durant.

Il miglior giocatore?

Questo sunto/digressione era necessaria per comprendere quelli che, secondo chi scrive, sono i motivi che portano James ad essere considerato da tutti o quasi il miglior giocatore al mondo, da molti il miglior giocatore di sempre. 

Inizierei da Gara 1 e 2 di queste Finals e le similitudini con le finali dello scorso anno: 2-0 per i Warriors, così è iniziata l’anno scorso e così è iniziata quest’anno, con l’inadeguatezza e farraginosità dei Cavs e di James in entrambi i lati del campo. Molto si è parlato dei numeri di James, le sue statistiche, ma l’atteggiamento in campo non risulta essere sempre brillante, tutt’altro, risulta spesso superficiale, come in alcune difese su KD, autentico protagonista di queste prime gare.

Mi potreste dire: “Dimentichi che l’anno scorso ha vinto di misura, capovolgendo il 3-1, con tanto di iconica stoppata su Andre Iguodala”. Tutto vero e mi trovereste anche d’accordo perché da Gara 5 in poi James gioca ad altissimi livelli, spalleggiato magnificamente da un Kyrie Irving in stato di grazia. Vero. Ma tutto ciò è iniziato da Gara 5, con l’assenza di un giocatore importante in attacco e fondamentale in difesa: Draymond Green, espulso automaticamente per una partita a seguito del quarto flagrant foul.

L’impressione è che James, e i Cavs con lui, abbia avuto delle mancanze che ha tutt’ora, e questo deficit si rivela chiaramente nel momento più importante della stagione, quando si è costretti a tirar le somme di ciò che si è fatto durante la season.

Cosa manca, allora?

Mentre preparavo quest’articolo, in un pensiero che mi appuntavo, mi era venuto spontaneo scrivere “la squadra di Lebron James” piuttosto che “i Cavaliers”, e non era un espediente editoriale per riformulare un concetto già espresso, ma l’idea che quella squadra sia lui e nulla più.

Questo si è reso evidente quando, a seguito di malumori fra James e David Blatt (coach fino a gennaio 2016), quest’ultimo viene sostituito da Tyronn Lue (amico ed ex-compagno di squadra dello stesso James).

La sensazione è che James non potesse accettare un allenatore, sì americano, ma di stampo “europeo” come Blatt, un coach che dirige, orchestra e impartisce i propri concetti tattici alla propria squadra, non un coach che semplicemente supporta la squadra in partita, diventando una sorta di vice del “primo” giocatore della squadra. Una cosa vista molte, troppe volte in NBA.

Il confronto dovrebbe far parte dell’accrescimento individuale, e questo, credo, sia mancato in più occasioni per James, proprio in virtù del suo essere “prescelto”.

Del resto, le sue stagioni migliori sono arrivate negli anni di Miami in cui ha deciso di mettersi in discussione e di accantonare il suo ego, in cui era un giocatore di squadra molto completo, tanto da vincere il titolo di MVP stagionale nel 2010, 2012, 2013 ed essere inserito nell’ NBA All-Defensive First Team nel 2010, 2011, 2012, 2013.

Cleveland  oggi

Ad oggi, con un backcourt (voluto e scelto anche da Lebron) non equilibrato, sguarnita sia di specialisti difensivi, sia di una tattica convincente, i problemi di James e i Cavs riemergono dopo un anno. In stagione passeggiano, si bene, ma poi ai playoffs al primo vero ostacolo duro, perché c’è da essere sinceri, è vero che i Warriors hanno giocato contro squadre come Portland e Utah nel primo e secondo turno, ma affrontare gli Spurs, anche senza Parker e Leonard è sempre difficile, mentre i Cavs si sono ritrovati squadre come Celtics, che già in stagione avevano dimostrato di pagare dazio a rimbalzo e per lo strapotere fisico di Cleveland (che comunque una gara l’hanno portata a casa nonostante l’infortunio di Thomas), i Raptors, squadra da rifondare da capo, senza capo appunto né coda, ed al primo turno dei Pacers per cui probabilmente vale il discorso di Toronto.

Aspettando Gara 3

Sperando di non aver tolto nulla al talento smisurato di James, così come ai suoi traguardi, l’augurio è che Gara 3 possa regalare un confronto più equilibrato, sia per chi con passione tifa l’una o l’altra squadra, sia per chi in quelle squadre gioca.

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