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Three Points – Draft e free-agency

di Stefano Belli

Pensavate che, dopo le Finals, sarebbero arrivati quattro lunghi mesi di astinenza da NBA? E invece, neanche il tempo di mettere agli atti il titolo vinto dai Golden State Warriors, che il draft e la free-agency hanno ridisegnato completamente il panorama della lega. Come sempre, la serie per l’anello è solo l’inizio del periodo più elettrizzante dell’anno, quello in cui tutto cambia nel giro di poche settimane. Finita la prima ‘raffica’ di colpi (ma l’estate NBA è ancora molto lunga), il momento è propizio per una nuova edizione di ‘Three Points’. Mai come in questi giorni, allora, meglio mettersi comodi: calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al computer, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero… Si parte!

 

1 – Timberwolves, good to great

Da sinistra: Karl-Anthony Towns, Andrew Wiggins e Jimmy Butler. Draft e free-agency hanno trasformato i T'Wolves in una squadra da playoff

Da sinistra: Karl-Anthony Towns, Andrew Wiggins e Jimmy Butler. Draft e free-agency hanno trasformato i T’Wolves in una squadra da playoff

Una squadra, più delle altre, esce vincitrice dal nuvolone di fumo provocato da queste turbolente settimane: i Minnesota Timberwolves. Reduce da una stagione deludente, chiusa nuovamente senza playoff nonostante le grandi aspettative, la franchigia ha deciso di accelerare bruscamente il processo di transizione da eterna promessa a reale minaccia per le grandi dell’Ovest.

Il ‘colpaccio’ è arrivato la sera del draft, quando il general mangager Scott Layden ha intavolato una trade perfetta con i Chicago Bulls; Zach LaVine, Kris Dunn e la settima scelta assoluta, Lauri Markkanen, nella ‘città del vento’, in cambio della chiamata numero 16 (il centro Justin Patton da Creighton University) e di Jimmy Butler.
Più corteggiato della signorina Silvani (Boston e Cleveland lo seguivano incessantemente), Butler era da tempo destinato a lasciare i Bulls, squadra che lo aveva preso con la scelta numero 30 nel 2011 e con cui era diventato una superstar.
Ecco poi la free-agency, con i T’Wolves più aggressivi che mai. In pochi giorni sono arrivati il playmaker Jeff Teague (All-Star nel 2015 con gli Atlanta Hawks) e l’ala grande Taj Gibson (uomo di fiducia di coach Tom Thibodeau a Chicago), due innesti potenzialmente in grado di dare la spinta necessaria per il grande salto.

Ora ‘Minnie’ si trova con un roster di assoluto livello. Il backcourt è da playoff; ‘Jimmy G. Buckets’ sarà l’uomo-franchigia (in attesa di Wiggins e Towns), mentre qualora Teague tornasse quello di Atlanta, ecco che le prospettive si farebbero decisamente interessanti. Gibson dividerà i minuti in campo con l’emergente Gorgui Dieng, per un reparto lunghi la cui ciliegina sulla torta è rappresentata da Karl-Anthony Towns. Eccellente nelle prime due stagioni da professionista, ‘Big KAT’ sembra destinato ad un futuro da dominatore, o quantomeno da perenne All-Star. Magari al fianco di Andrew Wiggins, altro giovanissimo (classe 1995) in continua ascesa. Gli innesti di Butler e Gibson, oltretutto, potrebbero colmare le due maggiori carenze messe in mostra nella scorsa stagione, la prima dell’ era-Thibodeau: concentrazione difensiva e intensità. Ora bisognerà rinforzare la panchina, ma un nucleo di questo livello è un’ottima base di partenza per tornare rilevanti, dopo un’attesa lunga tredici anni.

 

2 – “Chi arriva secondo?”

Chris Paul (a sinistra) e Paul George, i due giocatori più ambiti di questa free-agency

Chris Paul (a sinistra) e Paul George, i due giocatori più ambiti di questa free-agency

La celebre frase che Larry Bird pronunciò negli spogliatoi, prima del Three Point Shootout 1986, potrebbe benissimo essere riproposta dai Golden State Warriors, all’inizio della prossima stagione. La free-agency (e il periodo di scambi ad essa collegati) è partita molto forte, regalandoci una serie di colpi ad effetto. Prima Butler a Minnesota, poi Chris Paul che raggiunge James Harden a Houston, quindi Paul George che, a sorpresa, si accasa ad Oklahoma City, dove farà coppia con l’MVP Russell Westbrook, infine l’annunciato accordo tra i Boston Celtics e Gordon Hayward. Quel che ne risulta è un panorama piuttosto affascinante, soprattutto ad Ovest, ma tra le grandi protagoniste di questa ‘sessione di mercato’ non sembra esserci nemmeno l’ombra di una rivale degli Warriors in chiave Finals.

Inizialmente, la scelta dei Rockets aveva destato non poche perplessità, riassumibili con la seguente domanda: perché prendere un grande playmaker, quando la mossa decisiva per diventare grandi è stata trasformare Harden in un grande playmaker? Poi però ci si rende conto che l’operazione è stata studiata da Mike D’Antoni, Daryl Morey e compagnia, che probabilmente avranno idee ben più chiare delle nostre su come gestire la nuova situazione. Considerando che CP3 è una delle maggiori menti cestistiche del pianeta, possiamo escludere a priori che i due finiscano col ‘pestarsi i piedi’ (per quel che può significare). Detto ciò, per arrivare al genio dei Clippers sono stati ‘sacrificati’ quattro elementi importanti delle rotazioni dantoniane (Patrick Beverley, Lou Williams, Sam Dekker e Montrezl Harrell). La firma di P.J. Tucker e il rinnovo del trentacinquenne Nenè vanno a riempire solo in parte il vuoto (a livello di profondità del roster) lasciato da queste cessioni. Al momento, Houston può vantare su un backcourt da sogno. Per il resto, però, le sorti della squadra dipenderanno soprattutto dalla vena realizzativa (non sempre costante) dei vari Eric Gordon e Ryan Anderson e dalla crescita del giovane centro Clint Capela. Non proprio una base solidissima su cui costruire una contender…

Gli stessi Los Angeles Clippers, con la cessione di Paul, sembravano sul punto di rifondare. Poi sono arrivati il rinnovo di Blake Griffin (tutt’altro che scontato) e gli ingaggii di Danilo Gallinari e Milos Teodosic, altri pezzi pregiati di questa free-agency. Come per i Rockets, ci troviamo di fronte ad una franchigia in una pericolosa ‘zona grigia’. L’obiettivo playoff è assolutamente raggiungibile, con il trio Gallinari-Griffin-DeAndre Jordan davanti e con un supporting cast molto nutrito (Teodosic, Austin Rivers, Beverley, Williams, Dekker, Harrell, Wesley Johnson e Brice Johnson, quest’ultimo reduce da una stagione da rookie ai box per infortunio). Senza un grande leader come CP3, però, il massimo a cui si può puntare è dar fastidio agli Warriors, magari al secondo turno; batterli, proprio no.

Che dire poi della nuova ‘coppia d’oro’ dei Thunder? Westbrook e George sono tra i più grandi giocatori viventi e insieme potrebbero anche trovare una perfetta alchimia. Se la memoria non ci inganna, però, fino a pochi mesi fa di fianco a Westbrook c’era tale Kevin Durant… Ora, la domanda sorge spontanea: se i Thunder con Westbrook e Durant non sono mai riusciti a battere gli Warriors senza Durant, come diavolo potrebbero gli stessi Thunder, con George al posto di Durant, avere la meglio sugli Warriors con Durant? Forse è un ragionamento troppo terra-terra, ma i dubbi sono più che leciti. Senza contare, poi, sulla ben nota volontà (motivata esclusivamente da questioni di ‘tifo’, immagino, visto che difficilmente i Lakers faranno passi da gigante nella prossima stagione) di PG13 di trasferirsi nella Los Angeles gialloviola nel 2018. In pratica, o si vince subito (vedi sopra), oppure si riparte da zero. Per arrivare a George sono stati spediti ad Indianapolis Victor Oladipo e Domantas Sabonis; non due fenomeni, ma comunque importanti elementi di una rotazione ora parecchio accorciata.

La domanda da porsi, salvo epocali sorprese, è dunque la stessa con cui ‘Larry Legend’ provocò i suoi avversari oltre trent’anni fa: “Chi arriva secondo?”. Secondo nella Western Conference, ma anche secondo nella caccia all’anello. Lo scenario, sulla costa orientale degli Usa, vede i Cavs ‘bloccati’ in un pericolosissimo stallo, i Wizards non ancora pronti e, dietro di loro, il diluvio. Ci sarebbero i Boston Celtics, ma l’innesto di Gordon Hayward non sembra sufficiente nemmeno a colmare il gap con Cleveland, figuriamoci quello con i campioni NBA. E’ anche vero che la off-season è ancora lunghissima, e che Danny Ainge e soci hanno in mano le carte giuste per provare un altro grande colpo.

 

3 – La rivoluzione sta arrivando

Prima della free-agency, è arrivato il draft a rimiescolare le carte per la prossima stagione NBA

Prima della free-agency, è arrivato il draft a rimiescolare le carte per la prossima stagione NBA

Mentre ai piani alti ci si arrabatterà per essere sconfitti il più tardi possibile dagli Warriors (poi bisognerà comunque scendere in campo; per fortuna niente è già scritto in partenza…), ci sono diverse squadre che si stanno muovendo nel ‘sottobosco’ della NBA, pronte a salire alla ribalta quando la ‘Golden Age’ sarà terminata.

Più che sulla free-agency, i progetti di queste franchigie erano incentrati sull’attesissimo draft 2017, potenzialmente molto ricco. Per i Philadelphia 76ers, chiamare Markelle Fultz con la prima scelta assoluta (ottenuta tramite uno scambio con Boston) è stato il coronamento del famigerato ‘Process’. Dopo anni di sconfitte, i Sixers si ritrovano con tre potenziali uomini franchigia: Joel Embiid, Ben Simmons e lo stesso Fultz. Se anche due soltanto tra questi giovani fenomeni riuscissero a rispettare le attese, sul futuro della Eastern Conference apparirebbe presto l’ombra lunga dei Sixers. Rimanendo ad Est, anche Orlando, Charlotte e Miami potrebbero aver piazzato grandi colpi, scegliendo rispettivamente Jonathan Isaac, Malik Monk e Bam Adebayo. Intorno a loro, però, ci sono squadre da costruire quasi da zero.

Coloro che sembrano uscire meglio dalla notte del draft sono i Sacramento Kings. I tempi di DeMarcus Cousins sembrano estremamente lontani; ora i Kings sono una squadra dalle rosee prospettive e dall’accurata pianificazione (già, i Kings!). Dallo ‘smistamento’ di Brooklyn sono arrivate le giovani stelle di alcuni tra i migliori college americani. Su tutti De’Aaron Fox, esplosivo playmaker in uscita da Kentucky, ma anche gli innesti di Justin Jackson (fresco campione NCAA con North Carolina), Harry Giles (Duke, in passato miglior prospetto USA a livello liceale) e Frank Mason (uno dei leader a Kansas) non sono da sottovalutare. Se a loro aggiungiamo gli altri giovani talenti già a roster, come Buddy Hield e Skal Labissiere, ecco che potremmo trovarci di fronte ad un gruppo destinato a dare grande spettacolo negli anni a venire. Il vento di cambiamento provocato dall’addio di DMC ha soffiato forte anche sulla free-agency, che ha portato a Sacramento i veterani George Hill, Vince Carter e Zach Randolph. Due innesti perfetti per ‘fare strada’ ai ragazzi che, un giorno, dovranno guidare la franchigia in acque molto pericolose. Da squadra più disastrata della lega a interessantissimo progetto, tutto nel giro di pochi mesi. Per il GM Vlade Divac, 92 minuti di applausi!

Un’altra realtà da osservare con estrema curiosità è quella dei Phoenix Suns. Le ultime due stagioni, chiuse al quattordicesimo e quindicesimo posto della Western Conference, hanno segnato il definitivo ‘giro di boa’ per la franchigia dell’Arizona, che ora si prepara alla ripartenza. Dagli ultimi draft sono arrivate le guardie Devin Booker e Tyler Ulis (classe 1996) e le ali Marquese Chriss, Dragan Bender e Josh Jackson (1997). In sole due stagioni, Booker si è preso di prepotenza il ruolo di uomo-franchigia, accendendo intorno alla squadra un entusiasmo che mancava da tempo immemore. Gli altri elementi di spicco del roster (Eric Bledsoe, Brandon Knight, Jared Dudley e Tyson Chandler), potrebbero essere usati come pedine di scambio per ulteriori trade, visto che hanno tutti un discreto mercato. Questo è ciò che in America chiamano asset, ovvero un insieme di presupposti per poter crescere (esponenzialmente) nell’arco di qualche anno.

Tutta da dipanare, invece, la situazione in casa Los Angeles Lakers. Lonzo Ball, a parte tutte le sciocchezze di contorno (sempre che restino davvero separate dal suo percorso cestistico), sembra avere effettivamente le attitudini da leader di cui coach Luke Walton aveva disperatamente bisogno. Doti che, almeno per quel poco visto finora, non sembrano appartenere a Brandon Ingram (la cui carriera, va specificato, deve praticamente ancora iniziare) e Julius Randle, né tantomeno a D’Angelo Russell, per questo spedito ai Brooklyn Nets insieme al contrattone di Timofey Mozgov. Quest’ultima mossa testimonia l’intenzione di lavorare con cura sulle fondamenta, prima di lanciarsi in un nuovo corso che potrebbe mostrare i suoi frutti solo tra qualche stagione. Anche se il sospetto è che Magic Johnson e soci non aspettino altro che il 2018, anno dei presunti arrivi dei vari Paul George, LeBron James e compagnia cantante…

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