Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiLe 30 domande a cui le 30 squadre NBA devono rispondere nella stagione 2025-26 (prima parte)

Le 30 domande a cui le 30 squadre NBA devono rispondere nella stagione 2025-26 (prima parte)

di Michele Gibin

Cleveland Cavs: se non ora quando?

Un salary cap demenziale, Evan Mobley col peso d’un contratto che manco Giannis, tutte le squadre che lo scorso anno hanno dato loro del filo da torcere (Celtics, Pacers) menomate, un roster forte. Se i Cavs non quagliano quest’anno prima che il second tax apron faccia il suo effetto e imponga scelte difficili, saprebbe davvero di occasione perduta.

Nel 2024-25 è vero, Cleveland è arrivata un po’ zoppa ai playoffs con Darius Garland infortunato, ma il 4-1 che Indiana ha rifilato loro non in tanti lo avevano visto arrivare. La pressione per i Cavs potrebbe montare presto, sullo stesso Garland e su Jarrett Allen e i rispettivi contratti se le cose non dovessero andare bene.

Dallas Mavs: Cooper Flagg è il nuovo Larry Bird?

Dato che la domanda “Kyrie Irving rientra?” è noiosa e la risposta è “no, dormite tranquilli”, si va sul non mettere pressione alla star da Duke, la Grande Speranza Bianca con cui la NBA spera di conquistare di nuovo quella parte di pubblico bianco e “rurale” che la NBA non la guarda più perché… dai, che lo sapete.

Se appena appena Flagg si dimostra buono come sembra (e come è) anche nella NBA, prepariamoci a una campagna di propaganda di proporzioni omeriche per lui: All-Star, rookie dell’anno, All-NBA, pallone d’oro, oscar per la miglior sceneggiatura originale, primo uomo su Marte. Tutto.

Denver Nuggets: è il miglior roster che Jokic abbia mai avuto?

A occhio, si. Cam Johnson è forse pure meglio di Michael Porter Jr e la panchina è lunga ancor più di quella dei Nuggets titolati annata 2023. Certo, Bruce Brown non ha praticamente più giocato da allora il che la dice lunga di quanto Jokic ti faccia sembrare più forte di quanto sei. Tim Hardaway Jr non ringiovanisce ma non ha paura di prendersi dei tiri pesanti, Christian Braun è emerso lo scorso anno. Aaron Gordon è affidabile come la tua vecchia chitarra che usi sempre, anche se ne hai delle altre più belle. Jonas Valanciunas a Denver a giocare gli scampoli di partite non ci voleva andare, ma lo hanno costretto. Al Pana ci andrà l’anno prossimo, nel frattempo il lituano farà il suo e del resto non gli verrà chiesta la luna.

Per cui si, è un gran bel roster e attenzione a Cam Johnson: può fare il botto se solo solo capisce dove deve mettersi. Piccola sottotrama da seguire: Michael Malone farà l’opinionista a ESPN e dovrà commentare la sua ex squadra, che l’ha cacciato a tre partite dai playoffs e che ci ha messo al posto suo il suo assistente.

Detroit Pistons: dove lo metto Jaden Ivey?

Possono scalare la Eastern Conference? Si, anche perché ogni avversaria ha i suoi bravi problemi: infortuni (Pacers, Celtics), pressione (Knicks, Cavs), incognite (Bucks, Magic).

Detroit ha perso Malik Beasley e lo ha rimpiazzato con Duncan Robinson, rientra (tra poco) Jaden Ivey che coach JB Bickerstaff aveva rivitalizzato lo scorso anno prima che un infortunio lo togliesse dai giochi ma nel frattempo Cade Cunningham s’è allargato a dismisura. 26 punti di media con 9 assist e 6 rimbalzi, 9 triple doppie e almeno un paio di mesi da simil-MVP. La boccia arancione è sua ma è anche vero che dietro di lui manca della… fantasia a centrocampo ed è qui che Ivey dovrà trovare la sua nicchia. Jaden può giocare con Cade e Tobias Harris, Ausar Thompson e Robinson o Caris LeVert oltre che Jalen Duren. Ron Holland non è sembrato irresistibile e si accontenterà di quel che c’è.

Golden State Warriors: e se corressimo un po’ di più?

C’è un aspetto del gioco, forse l’unico, in cui Jonathan Kuminga è meglio della gran parte dei giocatori NBA: il campo aperto. E ovviamente gioca nella peggior squadra possibile per sfruttare tale caratteristica.

A Golden State vige l’ortodossia: sistema, sistema e ancora sistema, e se non lo sai giocare sei fuori. Kuminga è riuscito però a arroccarsi in quell’area grigia in cui non ci hai ancora palesemente capito un tubo ma sei comunque troppo forte perché la squadra possa scaricarti, soprattutto perché sei l’unico asset di mercato con del valore. Agli Warriors non farebbe male correre un po’ di più, distendersi un po’ di più sfruttando l’atletismo di Kuminga e i suoi “cavalli” soprattutto quando non c’è Steph Curry in campo. Il problema è che quelli saranno i minuti Butler che è probabilmente il giocatore NBA più compassato che esista, e allora niente.

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