Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiLe 30 domande a cui le 30 squadre NBA devono rispondere nella stagione 2025-26 (seconda parte)

Le 30 domande a cui le 30 squadre NBA devono rispondere nella stagione 2025-26 (seconda parte)

di Michele Gibin

Sacramento Kings: perché insistere?

De’Aaron Fox ha abbandonato la nave, dopo aver contribuito peraltro a intorbidare le acque sfiduciando Mike Brown, l’allenatore che aveva reso di nuovo i Kings una squadra di basket, e che li aveva riportati ai playoffs per la prima volta da quando Fox, di anni ne aveva 12.

DeMar DeRozan e Zach LaVine non hanno combinato nulla di concreto, nonostante qualche prodezza di DeMar, a Chicago e ora si sono ritrovati a Sacramento, assieme a Russell WestbrookDennis Schroeder (altra rimpatriata) e Malik Monk che alla fine è rimasto. I Kings volevano Jonathan Kuminga e non è detto che alla fine arriverà, le due squadre ne riparleranno probabilmente più avanti, Keegan Murray è chiuso dai veterani. Domantas Sabonis è l’unico lungo presentabile e alle sue spalle ci sono Drew Eubanks… e basta, sostanzialmente. La parola d’ordine ora come ora è non compromettersi a lungo termine con giocatori che non servono (LaVine, DeRozan), sondare il mercato per Monk e se si rendesse necessario un reset, aprire l’asta per Sabonis. Che tristezza però, se pensiamo ai bei Kings del 2022-23.

San Antonio Spurs: quanto è grande Wemby?

Se c’è un giocatore che promette di papparsi quasi tutto in termini di premi, si chiama Victor Wembanyama. San Antonio non è la peggior squadra dell’Ovest, tutt’altro, ma alla vetta manca ancora un bel pezzo, a Wemby basterebbe una buona stagione complessiva (fate un 45-48 vittorie) e difensiva di squadra per vincere il premio di Defensive Player of the Year e fare uno dei tre All-NBA. Per l’MVP è già più complicato con Shai Gilgeous-Alexander e i soliti “vecchi” nomi (Jokic, Antetokounmpo, Doncic) ma più gli Spurs vinceranno più le probabilità seguiranno. Da qui all’MVP di basket da giocare però ce n’è, Wembanyama rientra da uno stop lungo e per un problema di salute risolto ma che andrà tenuto in conto.

Dei premi, tutto sommato, chi se ne frega. Quello arrivano di conseguenza. Ma a San Antonio ci aspettiamo di vedere un grande Wembanyama, dominante, che abbia impatto sulle vittorie. De’Aaron Fox non ha avuto modo di giocarci assieme e sarà interessante misurare il grado di sintonia tra i due, San Antonio ha in Keldon JohnsonHarrison BarnesJeremy Sochan e forse anche Devin Vassell le fiches per fare un’altra trade importante. Forse non quest’anno però.

Toronto Raptors: Darko Rajakovic è un allenatore NBA?

Rajakovic non ci ha convinto, non doveva vincere i mondiali di calcio a Toronto ma non ci ha convinto. E il roster che ai Raptors gli hanno messo a disposizione richiede doti di fantasia per capirci qualcosa. Ali, altre ali e ancora ali con Scottie Barnes, Brandon Ingram, RJ Barrett, il rookie Collin Murray-Boyles e Gradey Dick, e una point guard come Immanuel Quickley che è più attento a creare per sé che per gli altri (eufemismo, anche qui). Però c’è anche tanto talento, un po’ alla rinfusa ma c’è con anche Ja’Kobe WalterJamal Shead e Ochai Agbaji a lottare per i minuti.

Ingram è un signor attaccante ma non ha mai spostato molto l’ago per le proprie squadre, Barnes è retrocesso un po’ ovunque in una stagione 2024-25 negativa. Barrett è stato il più bravo lo scorso anno ma con Brandon Ingram a esigere spazio e tiri proprio nel suo ruolo, come se la caverà? Il quintetto ideale con Quickley, Barrett, Ingram, Barnes e Jakob Poeltl presenta dei probabili problemi di spaziature (e difensivi, di rapidità) e in panchina non c’è propriamente Klay Thompson a aprire il campo. Dick non è un gran tiratore, Agbaji ha chiuso col 39% l’anno scorso ma in controtendenza coi suoi numeri in carriera, Murray-Boyles non ha tiro dalla distanza, non ancora perlomeno. E l’uomo che ha supervisionato tutte queste scelte, compresa quella di coach Rajakovic, ovvero Masai Ujiri, ha lasciato in estate.

Utah Jazz: dove va Lauri Markkanen?

The Finnisher potrebbe essere l’uomo mercato alla trade deadline di febbraio. Utah è alle aste, senza una point guard di spessore, con Ace Bailey, Cody Williams, Kyle Filipowski, Brice Sensabaugh come prospetti migliori. Keyonte George ha perso il posto in quintetto base in favore di Isaiah Collier (non proprio John Stockton), Walker Kessler è sul mercato da due anni e nonostante dei buoni numeri, i Jazz sembrano proprio non voler puntare su di lui.

Markkanen non era cedibile lo scorso anno dopo l’estensione di contratto, gli Warriors lo volevano ma pensando di pagarlo due noccioline e un biglietto del tram scaduto, e magari ci riproveranno con un Kuminga quasi nuovo. Altre squadre emergeranno (spendiamo qui un nome: Charlotte) ma occorrerà verificare le richieste dei Jazz. Che non hanno fretta particolare, da parte loro.

Washington Wizards: possono prendere in considerazione l’ipotesi di vincere delle partite di pallacanestro, di quando in quando?

Dipingiamo per loro lo scenario più roseo possibile: CJ McCollum e Khris Middleton portano professionalità, punti e mestiere di vincere, Alex Sarr fa il balzo e diventa un fattore difensivo, Bilal Coulibaly limita le palle perse. Il rookie Tre Johnson segna la sua quota prevista di tiri da tre e con Corey Kispert (finché c’è) si occupa di punire raddoppi (su chi, esattamente?) e rotazioni. Cam Whitmore con la licenza di uccidere esplode sopra ai 15-18 punti di media, Bub Carrington diventa una point guard affidabile.

Basta per andare ai play-in a Est? Basta per dare a loro stessi in primis l’impressione che almeno una partita su due la si può vincere? Forse no ma a ogni inizio di stagione è lecito per tutte sognare. E invece finirà con un doppio buyout per McCollum e Middleton, una trade insipida per Kispert e una stagione già finita a gennaio.

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