Sì, è tornato Stephen Curry, che ha messo a referto 40 punti, 17 solo all’overtime, il che rappresenta un record NBA: grazie alla meravigliosa prestazione del numero 30, i Golden State Warriors si sono portati sul 3-1 nella serie contro i ragazzi terribili dei Portland Trail Blazers. Ma non solo, perchè nell’ombra (mica tanto) ha agito l’altra chiave di volta della franchigia della Baia, un certo Draymond Green.
L’ala infatti si è resa protagonista di una prova a tutto tondo, mostrando ancora una volta la sua incredibile versatilità, degna del classico un cortellino svizzero utile per tutte le occasioni. In attacco ha fornito la solita verve alla manovra, sfruttando il pick and roll col rientrante Curry e punendo gli avversari in contropiede o dall’arco (2-3 per lui). In difesa invece si è rivelato un muro difficile da superare per la banda guidata da Damian Lillard: importantissimo il suo contributo a rimbalzo, così come quello relativo alla protezione del ferro, dove si è fatto trovare sempre puntuale. Alla fine il suo personale tabellino recita 21 punti, 9 rimbalzi, 5 assist, 7 stoppate e 4 palle rubate. Numeri d’alto livello, impossibile da ignorare, anche se il numero 23 non ha la stessa caratura mediatica del suo decantato compagno di squadra. Green è uno dei leader emotivi del team, un ‘mestierante’ (difficile definirlo così) il cui lavoro viene ‘poco considerato‘ rispetto alle gesta altrui.
Finora il prodotto di Michigan State sta sfiorando la tripla doppia di media in questi playoff, con 18.2 punti, 10.3 rimbalzi e 7.1 assist. E Steve Kerr non può che coccolarsi la sua arma segreta, efficace su ogni aspetto del gioco e più di una parte integrante del sistema. Total player.
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