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Tiro da tre, avvertenze per l’uso

di Andrea Ranieri

Il tiro da tre punti è un’arma sempre più importante nell’economia del gioco offensivo nel basket NBA. Basti pensare che nel giro di 5 stagioni, secondo i dati forniti dalla Gazzetta, si è passati da 44.313 tiri da 3 punti tentati nella stagione 2010-11 alle oltre 59.000 dell’ultima stagione.

Sono ormai pochissime le squadre che non facciano un uso massiccio del tiro da tre. Quasi tutte le franchigie vantano almeno venti tentativi a partita da oltre l’arco. Ma a cosa è dovuta la diffusione di questo fondamentale? Quali sono i vantaggi? Quali le controindicazioni?

Sicuramente, la maggiore attenzione che si presta alla preparazione della fase difensiva prima di una partita ha portato, nel tempo, a valutare che sia più vantaggioso proteggere il pitturato, a costo, ovviamente, di concedere un tiro da tre punti, che è comunque una conclusione da oltre 7 metri di distanza. Non per nulla, soprattutto nei playoff, assistiamo a una difficoltà degli attacchi ad entrare nell’area pitturata e trovarvi punti. Inoltre, l’insegnamento e l’utilizzo sempre più rari del palleggio, arresto e tiro dalla media distanza ha favorito una mentalità per la quale se non si riesce ad entrare in area, si tira da tre. D’altronde che senso avrebbe tirare da lontano per segnare “soli” due punti?

E allora è naturale che questo fondamentale abbia conosciuto una sempre maggiore fortuna. Se è vero che le difese cercano, prima di tutto, di proteggere l’area, è altresì vero che, davanti a una squadra molto precisa nel tiro dalla distanza, chi difende è costretto a impedire i cosiddetti “tiri aperti” o “tiri in ritmo”. Allo stesso tempo, chi sa sfruttare bene il tiro da tre, creando preoccupazione nella difesa avversaria, troverà maggiore spazio vicino al ferro. Risulta, perciò, evidente che il tiro dall’arco sia un’arma eccezionale per distruggere i piani difensivi avversari e costringere questi ad altre scelte.

Per ottenere questi benefici, per, è anche necessario saper fare buon uso del tiro dalla distanza. Infatti questo tipo di soluzione presenta alcune insidie:

  1. Affidabilità. Il tiro da tre è un qualcosa che può esserci in una partita e sparire in quella dopo. Facendo troppo affidamento su di esso, ci si fida, di fatto, di qualcosa di incerto.
  2. Esagerazione. Si sa, quando una squadra vede che il tiro dall’arco entra, ha una pigra tendenza ad appoggiarsi solo su quello. Questo toglie imprevedibilità all’attacco e porta spesso a tiri forzati o senza ritmo.

Alla luce di quanto detto, è comprensibile la crescita statistica dell’uso del tiro da tre. D’altronde, nonostante tutto, le difese perseverano nella scelta di proteggere l’area, che, pare ancora la migliore. E’ vero, i vantaggi che segnare da lontano porta all’attacco sono incredibili, ma, come detto, questa è un’arma non sempre affidabile.

Sarà interessante tornare sull’argomento in futuro, tra qualche anno. La sempre maggiore necessità di tiro da tre porterà alla crescita e al perfezionamento dei tiratori, che diventeranno sempre più precisi. E’ opinione del sottoscritto che nei prossimi draft vedremo diversi ottimi tiratori. Il tiro da tre punti è in via di perfezionamento, forse le difese cominceranno ad adattarsi. Intanto, però, attenzione: il troppo storpia e nella pallacanestro esistono tanti altri fondamentali bellissimi ed efficaci, tanto quanto il tiro da tre; anzi, alcuni di questi, come le penetrazioni o il gioco in post basso, aiutano a creare tiri dalla distanza di maggior qualità, quindi più facile. Non dimentichiamolo.

Thompson contro Parsons in uno scatto durante la sfida di stanotte tra Warriors e Mavs

Klay Thompson è uno dei migliori tiratori da tre in NBA (42.5% nel 2015-16)

 

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