Spurs: voglio vederti tankare

di Jacopo Martini

La rosa dell’Inter che vinse la Champions nel 2010 era composta per lo più da giocatori molto esperti che erano palesemente arrivati al loro massimo rendimento in carriera: Eto’o, Maicon, Zanetti, Milito, Sneijder, ecc.

Quell’estate alla dirigenza meneghina arrivarono offerte davvero succulente per alcuni di questi giocatori, prontamente rifiutate per due semplici motivi: esse non erano ritenute all’altezza, e la dirigenza non si voleva privare dei giocatore che avevano portato la squadra sul tetto d’Europa. Sappiamo tutti com’è finita nel 2011: mancanza di “fame”; le cose con Benitez non funzionano (infatti a dicembre viene esonerato e in sei mesi vengono cambiati un altro paio di allenatori); in società la confusione comincia a prendere il sopravvento: il risultato è una stagione a dir poco deludente. La stessa estate, alcuni dei sopracitati giocatori vengono ceduti, ma a prezzi ridicoli rispetto alle offerte pervenute l’anno precedente (l’unica eccezione è, forse, Eto’o). Restano solo Zanetti e Milito: il primo era il Capitano, e per quello che ha fatto in carriera va riconosciuta solamente stima, il secondo resta a fare l’ombra di sé stesso per altri 2/3 anni con la percezione generale che la doppietta al Bayern in finale gli abbia assicurato la pensione, e torna in Argentina nel 2014. L’Inter, ancora oggi, sta pagando quegli errori di pianificazione post-champions: rielaborati, rafforzati da ulteriore mancanze di strategie palesatesi nel tempo; ma l’origine, la radice del male, è da identificarsi nell’estate del 2010.

Ma tutto ciò cosa c’entra con l’NBA?

C’entra, e anche terribilmente. Sarebbe azzardato paragonare l’Inter dell’estate 2010 ai San Antonio Spurs di questa stagione? Secondo me no, e ora spiego il perché.

Gli Spurs hanno vinto l’ultimo titolo nel 2014. Sembra poco tempo, ma vorrei ricordare che un paio di anni fa i Warriors erano una squadra con una buona prospettiva futura (chi si immaginava che nel giro di un anno si andassero a prendere l’anello?), Cleveland era una squadraccia, si aspettava impazientemente il draft 2014 per vedere le potenzialità di un ragazzo alto 2,13m chiamato Joel Embiid (e pensare che solo ora abbiamo avuto un assaggino delle sue incredibili doti), di Andrew Wiggins e di Jabari Parker; Karl-Anthony Towns non era ancora al college. Duncan aveva 38 anni, Ginobili 37, Parker 32 e si vedeva che aveva iniziato il declino, Leonard aveva ancora lo status di “giocatore che sai che è forte ma ancora ti stupisci quando gioca bene”. Dopo quel titolo, gli Spurs hanno subito un’eliminazione al primo turno dei playoff e una alle semifinali di conference. Ovviamente, considerando che l’obiettivo era vincere l’anello, le due passate stagioni possono essere considerate fallimentari. Senza contare che l’anno scorso è arrivato LaMarcus Aldrige, secondo i più acquisto che faceva fare un ulteriore salto di qualità alla squadra, e rivestito del titolo di degno erede di Tim Duncan. Già l’anno scorso i più visionari si saranno chiesti: “ma ha senso fondare parte delle speranze di una franchigia su uno che, per carità, è veramente forte, ma va già per i 31 anni?”, ma quando si rendeva pubblica questa perplessità si veniva tacciati come blasfemi: poi sappiamo com’è andata a finire e questo dubbio ha iniziato ad insinuarsi nelle menti della maggior parte degli appassionati.

Dammi il cinque per la rebuilding!

Il problema vero è che San Antonio va sempre dritta per la sua strada prendendo giocatori sempre funzionali al loro sistema di gioco (e ci mancherebbe), ma i giocatori funzionali al sistema Spurs ormai hanno quasi tutti più di 30 anni. Coach Pop l’impressione che dà in queste ultime due stagioni è quella di freno ad una rivoluzione che sembra sempre più inevitabile, allenando un roster tra i meno atletici della Lega (tre eccezioni: Leonard, Simmons, Dedmon) che per come è il basket oggi come oggi può arrivare al massimo in semifinale di conference.

Si è visto lo scorso anno che appena il gioco lo si mette sul piano atletico gli Spurs soccombono, succederà anche quest’anno, perché via un Duncan che era arrivato alla frutta, è arrivato un Pau Gasol che ha 35 anni e anche lui non è che sia freschissimo; Aldridge non appena si stanca vede l’anello del canestro stringersi fino a che diventa delle dimensioni di un onion ring e non è mai stato conosciuto per essere un giocatore atletico; Parker è un paio d’anni che è in parabola discendente; Ginobili è due anni che sfoglia la margherita “smetto, non smetto”, e fisicamente si vede che patisce molto i ritmi alti. Ovviamente non si può contare solo su Leonard, che sta giocando sì benissimo, ma ai playoffs (ribadisco: lo si è visto l’anno scorso)  la mancanza di atleticità la si paga, ricordando che neanche LeBron è riuscito a vincere da solo.

Simmons, menzione d’onore

Menzione d’onore per Jonathon Simmons, che potrebbe essere il nuovo coniglio uscito dal cilindro di San Antonio: la stagione è comunque troppo giovane per dare un giudizio di sorta, ed è presto anche per dire a che tipo di giocatore siamo davanti; in ogni caso penso siamo tutti d’accordo nell’affermare che non siamo davanti al giocatore che cambia le sorti della franchigia in un anno.
In casa Spurs, a mio avviso, bisognerebbe avere il coraggio di restaurare. Anzi: di ricostruire. Le due passate stagioni hanno messo in evidenza come il sistema Spurs abbia evidentemente fatto il suo tempo, il gioco è diventato più fisico e atletico, e San Antonio ha un roster che pecca parecchio di atletismo.

Non tutto è perduto, però, perché gli Spurs, rispetto all’Inter post-champions, sono in una posizione più avvantaggiata: volendo hanno tempo fino alla deadline di febbraio per buttare giù tutto e ripartire da zero. E’ vero che sono pronti all’ennesima stagione in testa ad ovest, o nelle posizioni che contano, ma poi ai playoffs riusciranno a migliorare contro squadre più giovani e con giocatori sicuramente meno esperti ma che nel breve tempo che intercorre tra una gara ed una altra riescono a recuperare le energie prima degli avversari?

Sta proprio qua il problema: le scorse stagioni sono oggettivamente il meglio che San Antonio potesse fare come risultato; gli Spurs non conoscono ricostruzione da 20 anni, e forse è tempo di mettere mano dove ora ci sono le ragnatele, ripartendo da un unico punto fermo: Kawhi Leonard.
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