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Pistons: e se fosse più di una crisi passeggera?

di Jacopo Martini
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Un’impresa può essere in crisi sostanzialmente per due ragioni: una crisi generale del settore di appartenenza oppure degli errori di strategia da parte del management. Parlando di crisi, non possono che saltarci in mente i Detroit Pistons.

Facciamo il punto della situazione di Detroit. Undicesima posizione a est con un record di 14 vinte e 17 perse, ruolino attuale di 4 sconfitte consecutive e un record di 3-7 nelle ultime 10 partite. Se non è crisi, poco ci manca. Non tutto è però da buttare: l’ottavo posto si trova a solamente una gara di distanza. Siamo tutti un po’ delusi da questo andamento, perché dopo la qualificazione ai Playoff dello scorso anno ci si attendeva molto di più dalla squadra di Motor City. Le premesse ci sarebbero tutte: un ottimo coach, una superstar e tanti buoni comprimari. O no?

Andre Drummond

Andre Drummond

Problemi strutturali

Punto certo è che Van Gundy è un ottimo coach, il problema è semmai la sua idea di basket che è un po’ compassata. Mi sembra palese come si sia cercato di ricreare la tipologia di squadra à la Orlando Magic 2008-2011, con il centro perno dell’attacco, e gli altri giocatori che beneficiano dei raddoppi che subisce la superstar.
Il punto è che Drummond non è una superstar, e probabilmente non sarà mai come il Dwight Howard dei tempi d’oro: ricordiamo come il primo faccia una fatica tremenda a segnare 15 punti in una partita e come il secondo, nonostante i grossissimi limiti offensivi, i 20 punti a partita li faceva a occhi chiusi. Altra differenza tra Drummond e quell’Howard è la strapotenza fisica, e il consequenziale dominio in difesa.

Altro cardine del gioco offensivo di Van Gundy è il playmaker bravo a giocare il pick n’roll: Nelson a Orlando, ora Reggie Jackson. In questo caso il punto dolente sta nelle letture di quest’ultimo, che a volte “gigioneggia” un po’ troppo con la palla in mano prima di chiamare il blocco, con la conseguente esecuzione frettolosa e sommaria che spesso ha esiti negativi. Sulle statistiche torniamo dopo, però.

Ultimo cardine è l’ala, che nell’utopia Magic 2008-2011 era raffigurata da un Turkoglu (a parte il 2010, per essere precisi) tuttofare. Produzione di punti, rimbalzi, assist e ottima difesa, spesso sui migliori giocatori delle squadre avversarie. Ora c’è Tobias Harris a ricoprire questo ruolo, il che significa che è un po’ come vedere Valerio Mastrandrea fare un cine-panettone con Massimo Boldi: non c’entra nulla. Harris è uno di quei giocatori che uccidono il ball movement e il gioco di squadra, tenendo la palla ferma per svariati secondi e agendo poi in due modi ben precisi: a) isolamento, solitamente dal gomito, con esiti positivi il 40% delle volte; b) passaggio in orizzontale, ovvero uno scarico di responsabilità verso un compagno, che non dà pericolosità all’attacco, facendolo così stagnare. Difensivamente, Harris può essere riassunto benissimo con questa frase: “troppo lento per difendere i 3, troppo piccolo per difendere i 4”.

Stats corner

Veniamo ora al momento dei riscontri oggettivi a queste mie “accuse”. Benvenuti allo stats corner.
Si diceva della inconsistenza offensiva di Drummond. Le tre partite prima di quella di stanotte, il vecchio Andre si è preso solamente due tiri, in totale, nei secondi tempi. Sintomo della scarsa fiducia in sé stesso, ma anche da parte dei suoi compagni di squadra. Drummond infatti tira con il 52.9% complessivo, ma considerando che l’89.1% dei tiri che si prende arriva da meno di 3 metri e che quei tiri li converte con il 56.3%, la lettura di questo dato cambia radicalmente, restituendoci l’immagine di un giocatore che fatica enormemente intorno al tabellone avversario. Per fare un esempio, l’Howard di quest’anno ,che è copia sbiadita di quello che fu, tira complessivamente con il 62.4%. I tiri presi da 3 metri o meno rappresentano il 93.1% del totale dei tiri presi, e quei tiri li converte con il 63.5%.
Come potete vedere, Drummond non è ancora abbastanza pericoloso per essere il giocatore perno della squadra.

Per quanto riguarda il lato difensivo, partiamo dal defensive rating che si attesta a 106.9, dato molto alto. Prendendo ancora l’Howard versione 2016, che è il benchmark di riferimento, si registra un defensive rating di 100.2, poco più alto di quello dei tempi migliori. Andando più nello specifico, scopriamo che Howard è ancora un rim protector di primo livello, dato che i suoi avversari da meno di due metri tirano con il 48.3%, una differenza di -12.3% di realizzazione rispetto alla media del 60.6%. Drummond, invece, dimostra di non essere assolutamente un buon difensore d’area: prendendo in considerazione la stessa zona di campo (meno di due metri dal canestro), la percentuale di realizzazione degli avversari è del 61.6%, addirittura l’1% in più della media. Si conferma quindi la tesi che si era esposta: Drummond non può essere considerato una superstar, e men che meno pare ancora meno affidabile come pedina fondamentale di una squadra.

Veniamo a Reggie Jackson. La statistica che esprime il concetto di “gigioneggiamento” è il pace. Detroit è al 25° posto nella classifica del pace, con 95.45, e vuol dire che è una squadra molto lenta. Jackson è sotto alla media della squadra, ed ha un pace di 92.01., il che vuol dire che gira addirittura più lentamente rispetto al resto della squadra. Detto in parole povere, gioca meno possessi rispetto alla media di squadra, che è già sotto la media NBA. Questo però potrebbe anche essere dovuto al rientro dall’infortunio. Anche l’efficienza offensiva è minore rispetto alle media di squadra, attestandosi a 99.9 contro 102.2. Si conferma quindi le tesi di partenza: Jackson spesso tiene troppo la palla in mano, rallentando il gioco.

Passiamo a Tobias Harris. Gli isolamenti vengono presi il 23.6% delle volte che ha la palla in mano, che per quanto mi riguarda è veramente tanto. O sei Carmelo Anthony, e ti sei guadagnato lo status per farlo quando ti pare, ma se la percentuale di conversione è del 41.1% non mi sembra una cosa molto ragionevole protrarre il giochino ancora a lungo. Per quanto riguarda i passaggi, più della metà di quelli effettuati sono indirizzati alle guardie titolari, che solo il 20% delle volte diventano tiri. Questo vuol dire che spesso sono passaggi a “tornare indietro”, i passaggi orizzontali di cui si parlava in precedenza che nulla servono alla costruzione delle azioni offensive. In più salta all’occhio che Harris è praticamente incapace di segnare quando è aperto, ovvero con il difensore a più di due metri di distanza: la percentuale di conversione di tiri è solamente del 32.4%, e questa è una situazione che capita con una frequenza del 20%, ovvero una volta su cinque.

Difensivamente, invece, ci si rende conto di come Harris non sia un gran difensore d’area, concedendo il 63.3% agli avversari, nel mid range sembra essere un difensore nella media, mentre sul perimetro è un po’ sotto media, concedendo il 35.9% a fronte del 34.9% di media degli avversari.
Scopriamo invece che Harris non è un buon difensore di squadra, infatti il suo defensive rating è 105.9, più di tre punti in più rispetto al 102.5 di media dei Pistons. Questo vuol dire che individualmente riesce a tenere in maniera accettabile l’avversario, ma quando si tratta di difendere di squadra, quindi facendo le rotazioni in modo appropriato, oppure cambiando opportunamente sui blocchi, Harris è dannoso per la squadra. L’analisi di questi dati ci porta alla conclusione seguente: Tobias Harris è un giocatore abbastanza sopravvalutato e molto individualista. Quando riuscirà a modificare il suo gioco in maniera tale da non pensare solo alle statistiche personali ma mettendosi al servizio della squadra, diventerà un giocatore migliore e si toglierà probabilmente parecchie soddisfazioni.

Suggerimenti

Quindi, cosa fare? Iniziamo con il dire che il problema non è la difesa dato che, a parte i limiti di alcuni singoli, abbiamo visto che con un defensive rating di 102.5 Detroit è la sesta miglior difesa della Lega. Il vero cruccio è la fase offensiva.
I Pistons giocano una pallacanestro oramai abbastanza datata, lenta e prevedibile. Sono secondi in NBA per punti dalla media distanza, che nel basket odierno hanno assunto un’importanza marginale e che quindi sono sintomo di pallacanestro passata di moda. Non per niente, il primo posto di quella classifica è detenuta dai San Antonio Spurs, paladini di un gioco d’altri tempi. I primi per tiri tentati dalla media distanza sono i New York Knicks, che usano un sistema di gioco, la triangle offense, di fine anni ’90.

Bisognerebbe ridimensionare notevolmente il ruolo di Andre Drummond, ed anche le aspettative a lui legate. Non è una superstar e mai lo sarà, ma se riesce ad aggiustare i suoi difetti, soprattutto in difesa, può ambire ad essere un ottimo comprimario in squadre di successo. Bisognerebbe, quindi, cercare di svecchiare gli schemi di gioco. Ma a questo punto il problema è un altro: sarebbe in grado Van Gundy di rivoltare completamente il roster per cercare di rendere il gioco più “moderno”? Avendo 57 anni e non essendo più giovanissimo potrebbe non essere semplice per lui cambiare completamente modo di pensare il gioco, dopo una lunga carriera passata ad usare il medesimo sistema.
Non che Van Gundy stia facendo male, ma pare che il modo di giocare di Detroit sembra non avere un futuro, essendo molto inefficiente e poco adattabile rispetto al gioco moderno fatto di velocità e rapido ball movement.

Per riprendere il discorso dell’introduzione, i Pistons stanno facendo il massimo possibile nel loro settore, ovvero con il sistema di gioco attuale. Il problema vero è che hanno sbagliato settore.
Nell’epoca delle foto digitali, i Detroit Pistons hanno aperto un’impresa di macchine fotografiche a pellicola. Non è sbagliato in sé, qualcuno le prende ancora e si può sopravvivere benissimo con le giuste strategie, ma si possono fare molti più soldi nei settori concorrenti.

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