Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiIl talento non basta. Serve sopravvivere.

Il talento non basta. Serve sopravvivere.

di Carmen Apadula
torneo ncaa

Ogni anno, negli Stati Uniti, decine di migliaia di giovani atleti si lanciano con speranza e determinazione nel mondo dell’NCAA, lega sportiva universitaria ma anche una delle più grandi industrie sportive al mondo.

Per loro, l’NCAA è il passaggio obbligato per raggiungere il sogno di diventare professionisti: una promessa che scintilla come una luce lontana, un obiettivo capace di trasformare vite e intere famiglie. In queste università, questi giovani si allenano come atleti d’élite, seguono rigidi programmi di allenamento e nutrizione, viaggiano per competere nelle arene più grandi d’America, con tifosi assiepati sulle gradinate, sotto i riflettori delle televisioni e delle grandi aziende. Sembrano professionisti a tutti gli effetti. Eppure, la loro condizione reale è quella di studenti a tempo pieno, con pochissimi diritti, stipendi nulli e aspettative che sfidano ogni limite.

Nel 2024, l’industria degli sport universitari ha generato oltre 19 miliardi di dollari di introiti solo per le università e i loro partner.

Si tratta di una macchina enorme: gli allenatori più celebri percepiscono stipendi milionari, i diritti televisivi dei grandi tornei e campionati crescono a ritmi vertiginosi, brand globali si contendono ogni opportunità di sponsorizzare scarpe, abbigliamento e persino ogni gesto degli atleti. Le università hanno così potuto investire in infrastrutture, attrarre sponsor sempre più importanti e costruire programmi sportivi da milioni di dollari. Ma mentre tutti questi attori prosperano, la stragrande maggioranza degli atleti NCAA non ha mai ricevuto un solo centesimo di tutto questo denaro.

Per decenni, il sistema è stato fondato su un modello di “dilettantismo”, una filosofia che imponeva che gli studenti-atleti fossero considerati solo studenti, senza possibilità di guadagnare dalla propria attività sportiva o dalla propria immagine. Fino al 2021, non potevano nemmeno monetizzare il proprio nome o la propria immagine: nessun contratto pubblicitario, nessuna sponsorizzazione privata, nessuna possibilità di guadagnare. Questa regola, difesa per anni dall’NCAA come fondamentale per preservare la “purezza” dello sport universitario, ha di fatto negato ai giovani atleti la possibilità di trarre beneficio economico da un lavoro che spesso occupava tutte le ore delle loro giornate, mettendo a rischio la loro salute e sacrificando la loro vita sociale e accademica.

La svolta è arrivata con il programma NIL (Name, Image, Likeness), che ha posto fine a quella forma di dilettantismo assoluto, permettendo agli atleti di firmare contratti privati e guadagnare dal proprio nome, dalla propria immagine e dalla propria reputazione.

Sembra un cambiamento epocale, quasi una vittoria per i diritti degli atleti. E in parte lo è.

Ma il vero punto è: chi ne beneficia davvero?

La realtà è che questa nuova “liberalizzazione” ha favorito soprattutto i più talentuosi e mediatici: i quarterback con milioni di follower su Instagram, le stelle del basket in procinto di entrare nella NBA, i volti carismatici e “vendibili” sui social. Per loro, i contratti possono essere molto lucrativi. Ma dietro questa facciata luccicante si cela un mondo di atleti invisibili: chi non ha una massa di follower o non pratica gli sport più popolari fatica ancora a ottenere un centesimo. Wrestling, atletica leggera, nuoto o sport meno mediatici: gli studenti-atleti che li praticano, spesso lottano quotidianamente per pagarsi i pasti, le uniformi o i viaggi. Molti di loro continuano a vivere una vita fatta di privazioni, tra lezioni, allenamenti massacranti e viaggi continui. Per loro, la promessa di NIL sembra un miraggio lontano.

Ma anche chi riesce a firmare contratti spesso si trova in una posizione di estrema vulnerabilità. Senza una rete di supporto adeguata, con pochi consigli legali e finanziari, questi giovani rischiano di essere sfruttati o di cadere in trappole economiche. In più, la pressione di dover performare sempre (non solo in campo, ma anche online), trasforma il loro percorso in una vera e propria corsa a ostacoli.

Intanto, la stragrande maggioranza di questi atleti non arriverà mai ai livelli professionistici. Le statistiche parlano chiaro: meno dell’1% degli atleti NCAA arriva a giocare nella NBA o nella NFL. Per il restante 99%, il sogno finisce troppo presto. Spesso per infortuni, per l’impossibilità di sostenere le pressioni psicologiche e fisiche, o semplicemente perché il talento, da solo, non basta.

E una quota significativa di questi giovani non conclude neppure il proprio percorso di studi. L’addestramento intensivo, la gestione di una doppia carriera da atleta e studente, le aspettative e i continui spostamenti, spesso lasciano poco spazio allo studio e al recupero. Il sistema, in fondo, non è pensato per formarli come persone o come professionisti del domani. È progettato per usarli. Finché rendono, finché sono capaci di attrarre pubblico e sponsorizzazioni.

Questa contraddizione è al centro di un dibattito che si è acceso negli ultimi anni, con nuovi regolamenti, cause legali e pressioni da parte di associazioni di atleti, politici e persino alcuni rettori universitari. Nel 2023, un nuovo pacchetto legislativo ha ulteriormente smantellato il concetto di dilettantismo, ponendo fine alle restrizioni più rigide e offrendo maggiori possibilità di guadagno. Ma anche questa “liberalizzazione” ha un limite: non si accompagna a una riforma strutturale che metta davvero al centro il benessere, la formazione e il futuro di questi giovani. La maggior parte resta comunque alla mercé di un sistema che li valuta solo per quanto possono offrire sul campo.

Nel frattempo, l’NCAA continua a proclamarsi un’organizzazione “educational”, la cui missione è formare studenti-atleti e prepararli al successo nella vita. Ma quanta educazione può esserci in un sistema che mette sistematicamente al primo posto la performance sportiva e il profitto economico, sacrificando spesso la salute fisica e mentale degli studenti? Quante università mettono davvero il diploma e la formazione personale davanti al risultato sul campo? Troppe volte, la risposta è: pochissime.

Il sogno NCAA è ancora potente. Lo è perché si regge su una bugia profondamente radicata: che basti il talento per riuscire. Ma non è così.

Non basta essere veloci o forti. Serve sopravvivere al ritmo estenuante, alle aspettative costanti, alle tentazioni e ai pericoli di un mondo sportivo ipercompetitivo e ipercommerciale. Serve essere resilienti, forti mentalmente, protetti da un sistema che oggi lascia ancora troppe crepe aperte. Il tutto, pur dichiarando cambiamenti. 

Per pochissimi, il sogno si realizza: c’è il Draft, la chiamata da parte di una squadra professionistica, le luci della ribalta. Per tutti gli altri, invece, tutto ciò che resta è spesso un curriculum incompleto, un ginocchio rotto, un futuro incerto e soprattutto una dolorosa sensazione di essere stati usati e abbandonati. Di non essere stati abbastanza.

Sono ragazzi che hanno dato corpo e anima a un sistema che si è fatto spettacolo e profitto, ma che li ha lasciati soli al momento di ricostruire la propria vita.

Lo sport dovrebbe essere uno strumento di crescita, formazione, sviluppo umano e professionale. Invece, nel sistema universitario americano, lo sport troppo spesso forma campioni solo finché rendono. Poi, quando il talento non basta più, quando il corpo si rompe o il sogno si spegne, quei giovani spariscono nell’ombra.

Il sistema che li ha sfruttati parla di formazione, ma consegna loro soprattutto una lezione amara: non sei altro che uno spettacolo. Finché sei utile.

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