A Detroit dovrebbero intendersi non poco di motori, se la nomea di Motor City, come pare, è meritata. Ripararne uno che dà segni di cedimento non dovrebbe essere un problema nella città del Michigan. Eppure, ce n’è uno che per lungo tempo ha emesso rumori sospetti, senza che nessuno lo riparasse, e che, ora, è fatalmente scoppiato. Il motore in questione è quello cestistico della città, quello che dovrebbe garantire il funzionamento di una franchigia di tradizione, rispondente al nome di Detroit Pistons. Un’altra stagione nella mediocrità è trascorsa (39-43 il record), per una squadra, ancora una volta, poco attrezzata per raggiungere i playoff, ma troppo forte per tankare.

Andre Drummond, emblema dello sbilanciamento di talento nel roster dei Detroit Pistons
DETROIT PISTONS: LUCI ED OMBRE
I dubbi sulla gestione del coach e presidente delle basketball operations Stan Van Gundy sono definitivamente esplosi, culminando, in ultima istanza, nel licenziamento. I giovani pescati negli scorsi fraft non sono cresciuti; il roster, come talento, è troppo sbilanciato verso il settore dei lunghi, per un modo di giocare che mal si adatta (inutile nascondersi) alle richieste della pallacanestro moderna.
C’è tuttavia da rilevare qualcosa: le statistiche stagionali parlano di una squadra che ha saputo stare in campo decorosamente, soprattutto nella propria metà campo. Se un elemento, infatti, ha spinto i Detroit Pistons a credere nella postseason per più di settanta partite, questo è stato la difesa. Detroit ha chiuso, non per nulla, la stagione nella top 10 per punti subiti su 100 possessi, con un dato che recita 105, assolutamente rispettabile. D’altro canto, le migliori squadre di Van Gundy hanno sempre fatto della fase difensiva il proprio punto di forza e, da questo punto di vista, il lavoro del coach ex Magic stava iniziando a dare i suoi primi, anche se ancora agrodolci, frutti. Il reparto esterni, con l’aggiunta di Avery Bradley (è rimasto a Detroit fino alla trade deadline) e del volenteroso Ish Smith, ha lavorato benissimo in questo senso, fornendo la giusta protezione alle lacune difensive di Andre Drummond, supportato anche quando è arrivato, dal nuovo compagno di di reparto Blake Griffin.
I Pistons hanno quasi sempre garantito una fase difensiva intensa.
C’è un problema: per vincere, nella pallacanestro, bisogna necessariamente segnare, oltre ad impedire agli avversarsi di farlo con facilità e costanza. E qui sorgono le maggiori perplessità sull’operato di Van Gundy, non tanto come allenatore, quanto come dirigente. Col trasferimento ai Clippers di Tobias Harris e l’arrivo di Griffin, il reparto lunghi si è ulteriormente rinforzato, innegabile, ma il reparto esterni? Da quella cessione, Avery Bradley ha tenuto una discreta media di punti a partita, fra i piccoli (15) sponda Los Angeles Clippers, mentre a Detroit il solo Reggie Jackson (14.6) ha fatto cose positive ma a corrente alternata. Forse, a stagione in corso, con le speranze playoff ancora vivissime, non sarebbe stato il caso di colmare almeno in parte le lacune di talento sul perimetro, evitando, inoltre, di stringere ulteriormente il campo in attacco?
QUALI PROSPETTIVE?
E ora? Si tratta di uscire dal guado. O si rinforza la squadra o si cerca di ricostruire, con un dettaglio non da poco sulle spalle: non ci sono contratti importanti in scadenza per liberare spazio salariale. Forse la soluzione migliore sta nel sacrificio di un grande nome del reparto lunghi, per arrivare a quell’esterno davvero di talento e con punti nelle mani che potrebbe spingere i Detroit Pistons al salto di qualità. Insieme a questo la scelta del coach: in una situazione delicata, dovrà essere estremamente oculata. Ci vuole una personalità che sappia costruire sulla discreta solidità difensiva di questa stagione, mettendo in piedi un’idea di attacco più moderna ed efficace. Ma anche le scelte dirigenziali: non ce ne voglia Van Gundy (coach ammirato), ma deve arrivare una figura in grado di muoversi abilmente sul mercato per potere finalmente ai playoff una squadra con discrete potenzialità. Ai Pistons è ora di indossare la tuta da lavoro, impugnare gli attrezzi e sporcarsi le mani, c’è un motore scoppiato da sostituire, perché, nonostante tutto, la vettura potrebbe tornare a correre.


2 commenti
Ma Bradley non è ai Clippers?
Yes esattamente è finito durante la deadline ai Clippers nella trade per Blake Griffin, ora lo correggo grazie 🙂