Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000 | Nba Passion
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Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

8 – Steve Francis

Steve Francis, grande 'talento bruciato' della Generazione X

Steve Francis, grande ‘talento bruciato’ della Generazione X

Chi si ricorda di Steve Francis, super-atletico playmaker arrivato dal Maryland? Soprannominato ‘Stevie Franchise’, avrebbe dovuto essere una delle grandi stelle degli Anni 2000, invece è finito nella nostra rassegna sui talenti sprecati della Generazione X. Scelto con la seconda chiamata al draft 1999 (tra Elton Brand e Baron Davis, altri due candidati ad un posto in questa classifica), Francis divenne in breve tempo il giocatore di riferimento degli Houston Rockets, giunti alla fine dell’era-Olajuwon. In realtà lo avevano selezionato i Vancouver Grizzlies, ma la destinazione era alquanto sgradita al ragazzo, che pretese – e ottenne – di essere scambiato. L’impatto di Steve con il basket professionistico fu sensazionale. Nel 2000 vinse il premio di Rookie Of The Year, a pari merito con Elton Brand, e fu l’ultimo ad arrendersi allo strapotere di Vince Carter in quel leggendario Slam Dunk Contest. Due anni dopo fece la prima di tre apparizioni consecutive all’All Star Game, due delle quali da titolare (al fianco del giovane compagno Yao Ming). Nonostante la sua presenza, i Rockets raggiunsero i playoff solamente nel 2004, quando in panchina non c’era più lo storico coach Rudy Tomjanovich, bensì Jeff Van Gundy. I rapporti tra il nuovo allenatore e Stevie Franchise non decollarono mai, così il numero 3 passò agli Orlando Magic, nella trade che portò a Houston Tracy McGrady.

In Florida, Francis si confermò un grande giocatore, ma fece emergere una personalità piuttosto difficile da gestire. Già multato più volte in Texas per condotta inadeguata (voli persi, linguaggio eccessivamente ‘colorito’ in alcune interviste e via dicendo), salì agli onori delle cronache anche ad Orlando per un calcio ad un fotografo e per la sospensione causata dall’essersi rifiutato di rientrare in campo durante una partita e dalle continue critiche al gioco della squadra, esplicitate davanti alle telecamere. Come molti altri protagonisti di quella generazione ‘maledetta’, il ragazzo non aveva la mentalità necessaria per trasformarsi da grande promessa in campione. I Magic, che oltre a lui potevano schierare l’emergente Dwight Howard sotto i tabelloni, non arrivarono ai playoff. A metà della stagione 2005/06, esasperati dalla poca professionalità del giocatore e dai pessimi risultati di squadra, i dirigenti lo scambiarono con i New York Knicks (franchigia evidentemente propensa a dare una chance a tutti i ‘casi umani’ di quella generazione). Oltre alla ‘testa calda’ e al fatto di giocare sempre in formazioni sciagurate, Francis ebbe un altro, grosso problema: gli infortuni. Tormentato dai guai al ginocchio e al quadricipite, Steve giocò 68 partite in due anni con i Knicks e solamente 10 gare al suo ritorno ai Rockets, nella stagione 2007/08. La sua stella era ormai bruciata per sempre. Senza contratto e nel totale disinteresse di qualsiasi squadra NBA, tentò l’avventura in Cina (destinazione finale per molti dei protagonisti di oggi), ma abbandonò dopo sole quattro partite.

 

7 – Stephon Marbury

Stephon Marbury nella sua parentesi newyorchese

Stephon Marbury nella sua parentesi newyorchese

Nella sua breve avventura ai Knicks, Steve Francis non poté indossare l’amata maglia numero 3, poiché occupata da un giocatore con lo stesso ruolo, le stesse caratteristiche (sì, già allora le strategie dei Knicks erano a dir poco nebulose…) e lo stesso, malinconico destino di ‘Stevie Franchise’. Si chiamava Stephon Marbury, e fu uno dei massimi esponenti della nostra Generazione X.
Soprannominato ‘Starbury’ dai compagni di scuola, era cresciuto con l’impegnativa etichetta di “prossimo grande playmaker da New York City”. Dopo aver dato spettacolo nei playground di Brooklyn, fu reclutato dalla mitica Lincoln High School, quella frequentata da Jesus Shuttlesworth nel film He Got Game (pellicola in cui Marbury viene citato come “uno che ce l’ha fatta ad uscire da lì”). Le aspettative nei suoi confronti erano talmente alte che il giornalista Darcy Frey incentrò su di lui il libro The Last Shot. Dopo un anno da stella assoluta a Georgia Tech University, fu selezionato con la quarta chiamata assoluta al draft 1996 dai Milwaukee Bucks, che lo spedirono immediatamente ai Minnesota Timberwolves in cambio di Ray Allen (proprio lo Shuttlesworth del film di Spike Lee). Nel freddo nord, Marbury formò una coppia dalle immense prospettive con Kevin Garnett. In pochissimo tempo, i due giovani resero ‘Minnie’ una squadra da playoff, e si candidavano ad un ruolo da protagonisti nella Generazione X. Il fatto che KG stesse diventando un vero fenomeno, però, si rivelò un problema per Starbury, decisamente poco incline ad essere considerato un ‘secondo violino’. Il faraonico rinnovo siglato da ‘The Big Ticket’ durante la stagione 1997/98 fu la goccia che fece traboccare il vaso. Tramite il suo agente David Falk (lo stesso che seguì Michael Jordan), ottenne uno scambio attraverso il quale tornò nei sobborghi della ‘Big Apple’ per indossare la maglia numero 33 (il suo storico 3 era stato ritirato in onore di Drazen Petrovic) dei New Jersey Nets.

Con una squadra tutta per lui, Marbury divenne una stella. Fu chiamato all’All Star Game 2001, gara vinta dalla Eastern Conference grazie ad un grande Allen Iverson, ma anche grazie alle triple di Stephon nei minuti finali.
Così come Gilbert Arenas, anche lui giocò la sua miglior partita in carriera (50 punti) contro Kobe Bryant e i suoi Lakers. Con il numero 0 degli Wizards, però, aveva in comune anche l’atteggiamento da gangsta con cui si poneva fin dai tempi di Coney Island, non certo il più adatto per farsi amare dai compagni. Il fatto che fosse anche piuttosto renitente a condividere la gloria con altri lo rendeva pressoché inallenabile. Con lui come leader, i Nets non riuscirono mai a qualificarsi per i playoff. Nell’estate del 2001 fu coinvolto nello scambio che portò a East Rutherford Jason Kidd, il trascinatore che porterà la squadra non solo alla post-season, bensì a due finali consecutive. Starbury finì ai Phoenix Suns, dove continuò a giocare alla grande, ma dove confermò di non essere in grado di guidare una squadra al successo. I playoff furono raggiunti soltanto nel 2003 (anno in cui Marbury fu nuovamente convocato all’All Star Game e incluso nel terzo quintetto All-NBA), ma finirono al primo turno contro i San Antonio Spurs. Per la stella di Lincoln High era tempo di cambiare nuovamente aria.
La destinazione successiva fu quella che avrebbe segnato il crocevia della sua carriera. Stephon fu rispedito a casa, questa volta per indossare la prestigiosa maglia dei New York Knicks. Ecco, non divenne proprio un ‘profeta in patria’… Dopo la fallimentare spedizione greca con il ‘Nightmare Team’, che chiuse con un ‘misero’ bronzo le olimpiadi del 2004, Marbury divenne in breve tempo uno dei giocatori più odiati della lega. Litigò con tutti gli allenatori che si assunsero l’ingrato compito in quel periodo, da Larry Brown ad Isiah Thomas (entrambi furono cacciati anche per colpa sua), fino a Mike D’Antoni che, dopo il rifiuto di Steph di fare il ‘sesto uomo’, arrivò a bandirlo da partite e allenamenti. Riguardo al baffuto coach, Marbury dirà: “Non mi fiderei neanche a fargli portare fuori i miei cani”. Chiaramente la sua avventura a Manhattan finì e, dopo una breve ed infruttuosa parentesi con i Boston Celtics, terminò anche la sua carriera NBA.
Starbury andò a giocare in Cina, dove vinse tre campionati e divenne una sorta di ‘semidio’ (in suo onore fu persino eretta una statua davanti al MasterCard Center di Pechino), ma tra gli dei del basket americano un posto per lui non ci sarebbe stato mai.

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Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

4 Comments
  • Guido Allio
    Posted at 19:53h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato questo articolo quasi per caso e l’ho letto tutto d’un pezzo.
    Non che l’nba di oggi sia brutta, ma quegli anno avevano qualcosa di magico, un mix di spettacolo misto a tecnica senza pari.
    Gran bell’articolo, complimenti

    • Marco Tarantino
      Posted at 12:14h, 02 Gennaio Rispondi

      Grazie mille Guido 🙂 Apprezziamo molto il tuo feedback

    • Stefano Belli
      Posted at 11:00h, 18 Gennaio Rispondi

      Grazie per i complimenti! E’ stato molto divertente e interessante ripercorrere le carriere di questi personaggi che, nel bene e nel male, hanno segnato la giovinezza di molti

  • Anonimo
    Posted at 19:34h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato quest’articolo quasi per caso e l ho letto tutto d un pezzo. Gran bel racconto, complimenti.

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