Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000 | Nba Passion
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Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

6 – Grant Hill

Per Grant Hill una carriera rovinata dagli infortuni

Per Grant Hill una carriera rovinata dagli infortuni

Sul finire degli Anni ’90, con l’età dell’ ‘alieno’ dei Chicago Bulls che avanzava inesorabilmente, tutti cercavano “il Michael Jordan della nuova generazione”. Più di un dito venne presto puntato su Grant Hill, eccezionale esterno dei Detroit Pistons. Arrivò in NBA nel 1994 dopo una straordinaria carriera collegiale a Duke, in cui vinse due titoli NCAA consecutivi al fianco di Christian Laettner e coach Mike Krzyzewski. Il suo impatto con la lega di David Stern fu a dir poco folgorante; eletto Rookie Of The Year a pari merito con Jason Kidd, fu la prima matricola nella storia dello sport americano ad essere il giocatore più votato per l’All Star Game. Il plebiscito si ripeté nel 1996, quando Grant superò addirittura ‘His Airness’ in persona. L’estate seguente vinse la medaglia d’oro alle olimpiadi di Atlanta con il cosiddetto ‘Dream Team 2.0’. In quegli anni si affermò come uno dei giocatori più completi al mondo (nella stagione 1996/97 mise a referto 13 triple-doppie, una cifra assolutamente degna di nota per l’epoca), ma i Pistons non riuscirono mai ad imporsi come una seria pretendente al titolo. Hill ‘sprecò’ i suoi migliori anni in una squadra gestita in modo pessimo, che continuava a cambiare allenatori e ad infrangersi sullo scoglio del primo turno di playoff.

Con il contratto in scadenza nel 2000, Grant aveva l’occasione per cambiare aria e diventare finalmente un dominatore della Generazione X. Invece non vinse mai niente, non ci andò nemmeno vicino. Per una volta dimentichiamoci di pistole, strangolamenti o faide con gli allenatori; Hill era un professionista esemplare, il compagno di squadra perfetto. La sua ascesa fu inesorabilmente frenata da una serie di infortuni, che lo tormentarono a partire dagli ultimi mesi a Detroit. In estate firmò con gli Orlando Magic, autentici protagonisti di quella free-agency. In Florida era infatti arrivato anche l’astro nascente Tracy McGrady, che con lui formò una coppia potenzialmente in grado di rendere i Magic una contender. La caviglia sinistra di Grant però cedette, dando inizio a un infinito calvario. Il numero 33 giocò solamente 47 partite in tre anni, per poi saltare interamente la stagione 2003/04 (quella in cui i suoi ‘vecchi’ Pistons vinsero il titolo NBA). Le speranze di Orlando naufragarono, così come la carriera del ragazzo da Duke. Hill ebbe una sola stagione positiva in Florida, quel 2004/05 in cui tornò all’All Star Game per la settima volta. Poi, l’inferno ricominciò. Dopo le continue operazioni alla caviglia, arrivò anche quella alla schiena, per rimuovere un’ernia. Fu ad un passo dal ritiro, poi decise di proseguire. Nel 2007 si accasò ai Phoenix Suns di Mike D’Antoni, in piena era ‘7 seconds or less’. Hill non poteva più essere la stella di un tempo, ma si rivelò comunque un giocatore chiave nelle rotazioni del ‘Baffo’. Nel 2008/09 riuscì addirittura a disputare tutte le 82 partite di regular season, cosa che non succedeva dai tempi di Detroit. Quei Suns, però, erano tanto spettacolari quanto inconcludenti. Il massimo risultato che raggiunsero fu la finale di Conference nel 2010, persa contro i Lakers (futuri campioni). Poi iniziarono a perdere i loro pezzi più pregiati, da Amar’e Stoudemire a Steve Nash. Anche Grant Hill se ne andò, optando per un contratto annuale con i Los Angeles Clippers. Dopo un’altra stagione funestata dai guai fisici (stavolta al ginocchio), annunciò la fine di una carriera piena di rimpianti.

 

5 – Anfernee ‘Penny’ Hardaway

Penny Hardaway, visto da molti come 'il Michael Jordan della nuova generazione'

Penny Hardaway, visto da molti come ‘il Michael Jordan della nuova generazione’

La maggior parte di coloro che non indicavano Grant Hill come “prossimo MJ” puntavano invece le loro fiches su uno dei giocatori più elettrizzanti di fine millennio: Anfernee ‘Penny’ Hardaway. Il numero 1 degli Orlando Magic (che lo avevano ricevuto da Golden State la notte del draft 1993, in cambio di Chris Webber) era un autentico fenomeno: univa una visione di gioco alla Magic Johnson (con cui condivideva anche il ruolo e l’altezza sopra la media) ad un atletismo degno di Michael Jordan. Guidati da Penny e dal giovane Shaquille O’Neal, i Magic furono protagonisti di una rapida e inarrestabile ascesa, che nel 1995 li portò per la prima volta nella loro storia alle NBA Finals. Quell’anno, lui e Shaq partirono in quintetto per la Eastern Conference all’All Star Game. Hardaway fu anche incluso nell’All-NBA First Team. Durante la corsa alle Finals, Penny fu protagonista di uno scontro diretto con la leggenda dei Bulls (che allora indossava il numero 45), fresca di rientro dopo due anni di pausa. Il dominatore della serie fu un sontuoso Shaq, ma Penny partecipò all’azione più memorabile; raccolse una palla rubata a Jordan da Nick Anderson e servì a Horace Grant l’assist per la schiacciata che chiuse gara-1. Orlando fu la prima e unica squadra a vincere una serie di playoff contro i Bulls di Jordan dal 1990 al 1998. In finale i Magic furono annientati dai più esperti Houston Rockets, guidati da Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler. Per Penny Hardaway fu la prima, ma anche l’ultima occasione per mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy. La stagione successiva, infatti, Orlando si trovò nuovamente opposta a Chicago, stavolta in finale di Conference. I Bulls, però, erano tornati più forti che mai ed erano reduci dalla miglior regular season della storia (72 vittorie – 10 sconfitte, record poi infranto dagli Warriors nel 2016). In quell’occasione non ci fu partita; gli uomini di Phil Jackson passarono il turno e volarono verso il loro quarto titolo. In Florida, invece, arrivò un inatteso scossone: Shaquille O’Neal, divenuto free-agent, cedette alla corte spietata dei Los Angeles Lakers. Secondo i più maliziosi, uno dei motivi del suo addio fu la presunta gelosia nei confronti del playmaker da Memphis, che nel 1996 fu nuovamente All-NBA e chiuse al terzo posto le votazioni per l’MVP. La decisione di Shaq arrivò mentre era impegnato, al fianco di Grant Hill e dello stesso Penny, nella conquista della medaglia d’oro alle olimpiadi di Atlanta.

Hardaway divenne il leader incontrastato dei Magic; una responsabilità che finì per danneggiarlo irrimediabilmente. Se da un lato la sua popolarità crebbe a dismisura (memorabile la serie di spot Nike in cui interagiva con un pupazzo chiamato ‘Lil’Penny’), dall’altro lo spinse ben oltre i propri limiti. Nonostante un ginocchio infortunato, giocò una stagione 1996/97 spettacolare, che permise alla squadra di tornare ai playoff (finiti però al primo turno, contro i Miami Heat) e che lo fece partire nuovamente titolare nella partita delle stelle. Una scelta coraggiosa, ma deleteria. Le condizioni del ginocchio peggiorarono e fu costretto a subire diverse operazioni. Malgrado ciò fu nuovamente votato per l’All Star Game, il suo quarto consecutivo, nel 1998. Pur di partecipare all’evento, rientrò in campo prima del dovuto, e poco dopo fu costretto a fermarsi di nuovo. Tornò un anno dopo, ma l’esplosività non era più quella di un tempo. Orlando si preparava alla ricostruzione, così decise di coinvolgerlo in una trade che lo spedì ai Phoenix Suns. In Arizona, Penny avrebbe dovuto formare una ‘coppia delle meraviglie’ (ribattezzata Backcourt 2000) con Jason Kidd.

La parte successiva di questa storia inizia come molte di quelle viste finora: “Avrebbero potuto essere loro i dominatori della Generazione X, invece…”. Invece la maledizione di Grant Hill si abbatté anche su Hardaway; dopo il ginocchio, fu la volta del piede. Il numero 1 riuscì comunque a dare un contributo nella corsa ai playoff dei Suns, che finì al secondo turno contro gli indomabili Lakers del nemico/amico Shaq. Da lì in poi, altri infortuni (il solito ginocchio, ma anche una mano rotta) ne limitarono considerevolmente l’utilizzo, compromettendone di fatto la carriera. Oltretutto, la difficile coesistenza tra Penny e Stephon Marbury (arrivato nel 2001 al posto di Kidd) rappresentava anche un problema di natura tattica. Phoenix voltò pagina, spedendo entrambi i playmaker ai New York Knicks.
Quasi superfluo specificare che a New York le cose non andarono come sperato (a New York, dagli Anni ’70 in poi, NULLA è andato mai come sperato). Mentre Marbury litigava con qualsivoglia allenatore, Hardaway faceva dentro e fuori dall’infermeria. Giocò 42 partite nel 2004/05, solamente 4 nella stagione successiva. Ormai Anfernee era l’ombra di se stesso, da giocatore più spettacolare della lega era diventato un contratto da sacrificare. Nel 2006 fece un mesto ritorno agli Orlando Magic i quali, poco propensi alle questioni sentimentali, lo tagliarono nel giro di pochi giorni. Chiuse la carriera sempre in Florida, con la maglia numero 7 degli Heat. Dopo nemmeno due mesi, la triste epopea di uno dei più grandi “what if…” della storia del basket finì per sempre.

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Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

4 Comments
  • Guido Allio
    Posted at 19:53h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato questo articolo quasi per caso e l’ho letto tutto d’un pezzo.
    Non che l’nba di oggi sia brutta, ma quegli anno avevano qualcosa di magico, un mix di spettacolo misto a tecnica senza pari.
    Gran bell’articolo, complimenti

    • Marco Tarantino
      Posted at 12:14h, 02 Gennaio Rispondi

      Grazie mille Guido 🙂 Apprezziamo molto il tuo feedback

    • Stefano Belli
      Posted at 11:00h, 18 Gennaio Rispondi

      Grazie per i complimenti! E’ stato molto divertente e interessante ripercorrere le carriere di questi personaggi che, nel bene e nel male, hanno segnato la giovinezza di molti

  • Anonimo
    Posted at 19:34h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato quest’articolo quasi per caso e l ho letto tutto d un pezzo. Gran bel racconto, complimenti.

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