Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000 | Nba Passion
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Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

2 – Tracy McGrady

Tracy McGrady, talento cristallino in un corpo troppo fragile

Tracy McGrady, talento cristallino in un corpo troppo fragile

Se Chris Webber non ha ancora avuto l’onore di essere introdotto nella Hall Of Fame di Springfield, Tracy McGrady entrerà a farne parte tra pochissime ore (la cerimonia di introduzione è fissata per l’8 settembre). Nonostante questo prestigioso traguardo, ‘T-Mac’ viene comunemente riconosciuto come uno dei massimi esempi di ‘talento sprecato’ di ogni epoca, non solo della ‘maledetta’ Generazione X.
McGrady fu uno dei primi giocatori a saltare il college per passare direttamente al professionismo; si dichiarò infatti eleggibile per il draft del 1997. Dapprima fu vicinissimo a vestire la maglia dei grandi Chicago Bulls (il GM Jerry Krause voleva ottenere la chiamata per mezzo di una trade che avrebbe portato via da Chicago Scottie Pippen, ma la durissima opposizione di Michael Jordan fece saltare il tutto), poi trovò casa nella gelida Toronto. I giovani Raptors lo selezionarono con la nona scelta assoluta, ma la destinazione non fu particolarmente gradita dal ragazzo, abituato al clima e allo stile di vita della natia Florida. Dopo un anno da rookie particolarmente indolente, il suo atteggiamento cambiò quando il draft successivo portò in Canada Vince Carter, suo lontano cugino in uscita da North Carolina.
McGrady e Carter formarono una coppia elettrizzante, che rese i Raptors una delle squadre più amate della lega. Nel 2000 i due trascinarono la squadra ai primi playoff della sua giovane storia. La corsa finì al primo turno, ma il futuro appariva più che roseo nel freddo nord.

Ad un T-Mac in continua ascesa, però, il ruolo di ‘secondo violino’ cominciava a stare stretto. In estate divenne free-agent, scatenando una vera e propria ‘asta’ che coinvolse mezza NBA. Alla fine decise di lasciare Toronto e accettare l’offerta degli Orlando Magic, squadra dalle grandissime ambizioni. Oltre a TMC (che poté indossare la maglia numero 1 appartenuta al suo idolo, Penny Hardaway), infatti, i Magic avevano messo sotto contratto anche Grant Hill, altro sfortunato protagonista di questo ‘revival’ sulla Generazione X. Come abbiamo visto in precedenza, l’ex leader dei Detroit Pistons iniziò un lungo calvario, che non gli fece quasi mai mettere piede in campo. McGrady colse l’occasione per prendere le chiavi della squadra, e in breve tempo divenne una delle stelle più luminose della lega. La prima stagione a Disneyworld gli fruttò l’inclusione nel secondo quintetto All-NBA e il premio di Most Improved Player Of The Year. ‘The Big Sleep’ fu convocato per la prima volta all’All Star Game, manifestazione di cui fu protagonista ininterrottamente fino al 2007. Nell’edizione del 2002, Tracy rubò la scena con la celeberrima ‘Remix Dunk’, probabilmente la schiacciata con più tentativi d’imitazione nella storia recente. In quella successiva fu il giocatore più votato nelle selezioni per il quintetto, davanti persino a Kobe Bryant e allo stesso Michael Jordan, giunto all’annunciato passo d’addio.
Nonostante l’exploit del numero 1 (miglior realizzatore NBA sia nel 2003 che nel 2004), Orlando in quegli anni non riuscì mai a vincere una serie di playoff. La ‘maledizione del primo turno’ perseguiterà T-Mac per tutta la carriera. Giunti ormai alla fine di uno sfortunato ciclo, i Magic decisero di voltare pagina. Dopo aver chiamato Dwight Howard al draft, spedirono McGrady agli Houston Rockets, nella trade che coinvolse un altro dei ‘nostri’, ovvero Steve Francis.

L’esperienza texana di TMC fu sinistramente simile alla precedente. A livello individuale si confermò un talento cristallino, il cui nome fu inciso a fuoco nella storia la sera del 9 dicembre 2004, quando al Toyota Center arrivarono i San Antonio Spurs. Con i Rockets sul -8 a 35 secondi dalla fine, McGrady prese il centro del palcoscenico. In quei 35 secondi scatenò l’inferno, segnando quattro triple, tra cui una con fallo e un’altra sulla sirena, per un totale di 13 punti. Davanti al pubblico di casa in delirio e ad un Gregg Popovich incredulo, Houston vinse la partita.
Sebbene potessero contare su due stelle del calibro di T-Mac e Yao Ming, anche i Rockets non andarono mai oltre al primo turno. O meglio, ci riuscirono nel 2009, quando Tracy era relegato in infermeria. Già, perché sulla stella di TMC si era abbattuta da qualche anno la nuvola nera degli infortuni. Prima gli spasmi alla schiena, poi fu la volta di gomito, caviglia, spalla e ginocchio. Letteralmente distrutto dalle continue operazioni, McGrady era diventato un giocatore irriconoscibile, lontano anni luce dal fenomeno che avrebbe dovuto portare in alto la franchigia. A malincuore, la dirigenza decise di privarsi di lui, mandandolo… ai New York Knicks (e dove, altrimenti?).
Il ‘fantasma’ di Tracy McGrady si aggirò per i parquet NBA ancora un paio d’anni, indossando le maglie di Pistons e Hawks. Il finale della sua mesta parabola fu, se possibile, ancora più amaro. Dopo una breve parentesi cinese, fu chiamato proprio dagli Spurs, che volevano il suo aiuto per la corsa ai playoff. Non più in grado di dare un valido contributo ad alti livelli, T-Mac finì presto in fondo alle rotazioni di coach Popovich, che gli concesse solamente i minuti di ‘garbage time’. Ironicamente, non solo passò il primo turno, ma arrivò addirittura alle finali NBA. Rischiava quindi di vincere il più inatteso dei titoli, ma San Antonio perse contro i Miami Heat di LeBron James. Uno che, a differenza sua, era riuscito a mantenere le promesse.

 

1 – Allen Iverson

Allen Iverson, l'uomo simbolo della Generazione X

Allen Iverson, l’uomo simbolo della Generazione X

Già, Allen Iverson! Un altro hall of famer, l’MVP del 2001, quello dei 48 punti che scavalcava Tyronn Lue… Allen Iverson è probabilmente il più grande esempio di come uno sconfinato talento possa essere rovinato da tutto il resto.
Tra i personaggi incontrati finora, ‘The Answer’ è certamente quello che ha lasciato il segno più profondo sulla generazione degli Anni 2000, sia per le imprese sul campo che per le treccine, i gioielli e i baggy pants (i jeans con il cavallo basso, ndr.) con cui ha avvicinato la cultura hip-hop al dorato mondo dalla pallacanestro americana. Eppure, in 14 anni di carriera, non raggiunse neanche lontanamente i traguardi a cui un giocatore del suo talento e del suo carisma avrebbe potuto ambire.

Cresciuto in condizioni che definire difficili sarebbe riduttivo (allevato dalla madre quindicenne tra le gang di Hampton, Virginia), Iverson conobbe persino il carcere, in seguito ad un colpo con una sedia inflitto ad una ragazza durante una rissa. La sua vita e la sua carriera rischiavano di essere rovinate troppo presto, ma l’allenatore di Georgetown University, John Thompson, decise (convinto dalla disperata madre del ragazzo) di dargli una chance. Allen era diventato una star già ai tempi dell’high school, e continuò ad esserlo sia al college che in NBA. I Philadelphia 76ers lo chiamarono con la prima scelta assoluta al draft 1996 (quello di Kobe, Allen, Marbury e Nash) e lui si prese di forza il ruolo di leader della squadra. Mise in mostra fin da subito una combinazione di velocità, controllo di palla, atletismo e cattiveria che non si era mai vista in precedenza. Arrivava spesso e volentieri sopra il ferro, nonostante il suo metro e ottantatre e i suoi 75 chili scarsi lo facessero sembrare un bambino, al cospetto dei giganti della lega. La sua stagione da rookie fu sensazionale; 30 punti all’esordio contro Milwaukee, top scorer dei Sixers (degna di nota una serie di cinque gare consecutive oltre i 40 punti, di cui una da 50 contro i Cavs), MVP del Rookie Challenge e miglior matricola dell’anno. Quando, la sera del 12 marzo 1997, si trovò di fronte ‘Sua Maestà’ Jordan, pensò bene di ridicolizzarlo con un micidiale crossover, divenuto di fatto un cult.
Oltre a strabiliare sul parquet, Iverson cominciava a farsi notare per un’attitudine e uno stile decisamente oltre il convenzionale. Mai timido nel provocare gli avversari (tra cui Jordan e Shaq, per fare qualche nome) con il suo trash talking, si proponeva come una sorta di gangsta prestato al basket. Ecco allora i vestiti esageratamente larghi (che portarono al cambiamento generale del dress code in uso tra i giocatori NBA), le collane, le fascette e il perenne atteggiamento di sfida nei confronti del mondo esterno. Se per la generazione cresciuta negli Anni 2000 A.I. diventò una vera e propria icona, è facile immaginare come un personaggio del genere non fosse esattamente il ‘pupillo’ di Larry Brown, chiamato ad allenare i Sixers nell’estate del 1997.

Autentico luminare della panchina, dopo 15 anni passati tra ABA e NCAA (campione con Kansas nel 1988), Brown era un ‘integralista’ del gioco. Per lui la pallacanestro era innanzitutto rigore tattico e disciplina, esattamente l’opposto di ciò che rappresentava il numero 3. Tra i due fu subito uno scontro frontale, con il playmaker a fare costantemente di testa sua e ad atteggiarsi da ‘eroe solitario’ e il coach a maledirlo in panchina.
Malgrado ciò, Phila migliorava anno dopo anno, finché nel 1999 tornò ai playoff dopo otto anni di assenza. Gli Indiana Pacers di Reggie Miller si rivelarono un ostacolo insormontabile per due stagioni di fila. Nel frattempo, Iverson si affermò come una stella di prima grandezza. Nel 2000 debuttò all’All Star Game e fu l’unico giocatore che non si chiamasse Shaquille O’Neal a ricevere dei voti per il premio di MVP stagionale. Peccato che, nel mentre, i suoi atteggiamenti da star rischiassero di comprometterne la carriera. Da qualche tempo, infatti, aveva cominciato ad arrivare costantemente in ritardo agli allenamenti, se non addirittura a saltarli del tutto. Mentre il suo primo album rap (con lo pseudonimo Jewelz) veniva bloccato per delle frasi omofobe, Iverson fu messo sul mercato da coach Brown, che non poteva più sopportarlo. Fu ad un passo dal trasferimento ai Detroit Pistons, poi l’affare saltò e i due dovettero proseguire la loro ‘coesistenza forzata’. Brown e Iverson fecero una sorta di ‘patto di non belligeranza’; l’allenatore gli concesse maggiore libertà sul terreno di gioco, il playmaker si impegnò a coinvolgere maggiormente i compagni. Quella che ne scaturì fu la stagione della vita per il numero 3; MVP della regular season e dell’All Star Game (premio che dedicò proprio a Brown) e miglior realizzatore stagionale. Dopo il fantastico duello con Vince Carter, accennato in precedenza, trascinò i Sixers alle NBA Finals. Ecco dunque la gara-1 da 48 punti che, più che illudere i suoi (il confronto era clamorosamente impari), rovinò i playoff perfetti dei Lakers i quali, dopo quell’unica sconfitta, asfaltarono i malcapitati avversari.

Dopo una stagione di tale livello, Iverson sembrava destinato a dominare la scena nel decennio appena cominciato. Invece, sprecò clamorosamente la sua occasione. La ‘tregua’ con Brown finì presto. ‘The Answer’ continuò a giocare da solo (non a caso i Sixers non riuscirono ad attrarre nessun free-agent di spessore in quegli anni) e a saltare gli allenamenti. Quando un giornalista gli chiese lumi a riguardo, Allen si lanciò in un delirante monologo, in cui a suon di “Practice? Are you talking about practice?” espresse la sua nulla considerazione sull’importanza degli allenamenti. Normale che una mentalità del genere non avrebbe mai portato né lui né i Sixers ad alcun traguardo. A.I. continuò a collezionare titoli di capocannoniere e partecipazioni al weekend delle stelle, ma la sua carriera naufragò. Brown si licenziò e andò a vincere a Detroit, Iverson ‘fece il duro’ con un allenatore dopo l’altro e non vinse mai nulla, nemmeno quando ad aiutarlo arrivò il rookie Andre Iguodala. Perse anche con la nazionale, quella che nel 2004 (con il ‘caro’ Larry Brown in panchina) non andò oltre il bronzo ad Atene. Quando un Chris Webber in declino lo raggiunse a Philadelphia, i due furono protagonisti dell’episodio che diede la svolta finale alle carriere di entrambi; si presentarono in grosso ritardo ad un incontro con i fan, deteriorando una volta per tutte il rapporto con il pubblico stesso e con la società. Il 19 dicembre 2006, Iverson fu spedito ai Denver Nuggets.

In Colorado si aspettavano molto dall’unione dei due top scorer della lega, Iverson e Carmelo Anthony. Le cose, però, non andarono per il meglio, complice anche la manifesta superiorità di avversari come Spurs e Lakers. Dopo due sole stagioni, Denver decise di fare a meno di ‘The Answer’, che finì a Detroit. Ormai lontano dai tempi migliori, Allen dichiarò pubblicamente (con la classica umiltà) che avrebbe preferito ritirarsi, piuttosto che finire in panchina. Detto, fatto. O quasi. Giocò tre partite con i Memphis Grizzlies, poi fece il suo clamoroso ritorno a Philadelphia. Sull’onda dell’entusiasmo, gli adoranti tifosi lo votarono titolare per l’All Star Game 2010 (il suo undicesimo in carriera), ma l’Allen Iverson di un tempo non esisteva più. La sua storia cestistica terminò come quella di altri protagonisti di queste righe; estero (giocò 10 partite con il Besiktas), poi ritiro, infine il mesto rientro nella lega BIG3. Nel frattempo, i vari Kobe Bryant e Tim Duncan, i volti vincenti di quella generazione, celebravano un trionfo dopo l’altro…

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Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

4 Comments
  • Guido Allio
    Posted at 19:53h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato questo articolo quasi per caso e l’ho letto tutto d’un pezzo.
    Non che l’nba di oggi sia brutta, ma quegli anno avevano qualcosa di magico, un mix di spettacolo misto a tecnica senza pari.
    Gran bell’articolo, complimenti

    • Marco Tarantino
      Posted at 12:14h, 02 Gennaio Rispondi

      Grazie mille Guido 🙂 Apprezziamo molto il tuo feedback

    • Stefano Belli
      Posted at 11:00h, 18 Gennaio Rispondi

      Grazie per i complimenti! E’ stato molto divertente e interessante ripercorrere le carriere di questi personaggi che, nel bene e nel male, hanno segnato la giovinezza di molti

  • Anonimo
    Posted at 19:34h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato quest’articolo quasi per caso e l ho letto tutto d un pezzo. Gran bel racconto, complimenti.

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