Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000 | Nba Passion
94910
post-template-default,single,single-post,postid-94910,single-format-standard,paged-4,single-paged-4,bridge-core-1.0.4,cookies-not-set,qode-news-2.0.1,ajax_updown,page_not_loaded,,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-18.0.9,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

Generazione X – 10 talenti perduti degli Anni 2000

4 – Vince Carter

Vince Carter, il più grande mistero irrisolto della Generazione X

Vince Carter, il più grande mistero irrisolto della Generazione X

Rispetto a tutti quelli analizzati finora, quello di Vince Carter è un caso a sé stante. Il nativo di Daytona Beach (Florida) è uno dei giocatori più amati di sempre. Non cercò mai di uccidere nessuno, non litigò apertamente con compagni e allenatori e non ebbe terribili infortuni che ne compromisero la carriera (che infatti non è ancora terminata, a quasi vent’anni dal suo debutto). Semplicemente, è annoverabile tra le grandi delusioni della Generazione X per essersi sempre trovato nel contesto sbagliato al momento sbagliato.
Certo, il fatto di essere una guardia super-atletica di 198 centimetri in uscita da North Carolina, oltretutto nel 1998, aveva contribuito ad innalzare esponenzialmente le aspettative nei suoi confronti. Lo scelsero i Golden State Warriors, che in cambio di Antawn Jamison (un altro Tar Heel) lo girarono ai Toronto Raptors, franchigia nata solamente tre anni prima. Come tutti gli expansion teams, i canadesi faticarono enormemente ad emergere, ma l’avvento di Carter cambiò tutto. Fin dai suoi primi anni da professionista, ‘Vincredible’ fu qualcosa di magico. Volava sopra ai ferri come mai nessuno aveva fatto in precedenza. Lui e il lontano cugino Tracy McGrady formarono la coppia più spettacolare della NBA. Grazie a loro, le partite dei giovani Raptors si trasformarono presto in eventi in grado di far registrare un sold out dopo l’altro. Il nuovo millennio, che vide l’abbandono delle bellissime divise con il dinosauro, si aprì con la notte in cui Vince Carter entrò nella leggenda. Trasformò lo Slam Dunk Contest di Oakland in uno spettacolo indimenticabile, esibendosi in una serie di schiacciate che lasciò a bocca aperta il mondo intero, incluse le stelle della NBA presenti a bordo campo. Tra queste Shaquille O’Neal, che coniò per lui il soprannome ‘Half A Man, Half Amazing’. Il giorno dopo debuttò all’All Star Game, eletto titolare a furor di popolo. Carter e T-Mac trascinarono Toronto ai primi playoff della sua storia, finiti al primo turno contro i Knicks. La giovane coppia prometteva di fare faville negli anni a venire, ma McGrady decise invece di ‘mettersi in proprio’ e di firmare con gli Orlando Magic.
Nel frattempo, Carter prese parte alla vittoriosa spedizione olimpica di Team USA a Sydney. Durante una partita contro la Francia recuperò un pallone vagante e inchiodò una tremenda schiacciata scavalcando il gigantesco centro avversario, Frédéric Weis. Quella giocata, ribattezzata dai francesi “Le dunk de la mort”, viene da molti indicata come la più bella schiacciata della storia.

Ormai uomo-franchigia a tutti gli effetti, Vince dimostrò di non essere solamente un grandissimo schiacciatore. Nella stagione 2000/01 fece registrare la miglior media punti in carriera (27.6), fu nuovamente in quintetto all’All Star Game e guidò i suoi al secondo turno di playoff (i Raptors non arriveranno più così lontano, fino alla stagione 2015/16). In quell’occasione, Toronto diede vita ad una delle serie più belle di sempre contro i Philadelphia 76ers. Particolarmente elettrizzante fu il duello tra Carter e l’MVP stagionale, Allen Iverson, che si diedero battaglia suon di prestazioni mostruose. In gara-2 ‘The Answer’ segnò 54 punti, in quella successiva Carter rispose mettendone 50. Quando Iverson rilanciò con 52 in gara-5, Vince replicò mettendone 39 nella partita che impattò la serie sul 3-3. Nell’attesissima gara-7, Carter ebbe tra le mani il pallone della vittoria, ma il suo errore condannò i Raptors all’eliminazione.
Nel 2002 il ginocchio di VC, eccessivamente sollecitato dagli spettacolari balzi, diede qualche problema; seppur non gravissimo, costò a Carter la presenza all’All Star Game 2002 e ai Raptors il passaggio del primo turno di playoff. I problemi al ginocchio si protrassero anche nelle due stagioni successive, e Toronto non arrivò mai a competere per i traguardi sperati. Carter rimaneva comunque amatissimo, tanto che i fan lo votarono titolare all’All Star Game 2003. Niente di strano, se non fosse che quella sarebbe stata l’ultima apparizione di Michael Jordan all’evento. Dopo l’iniziale imbarazzo, Carter decise di cedere il posto in quintetto al leggendario numero 23, per evitare di rovinare la festa organizzata in suo onore.

La popolarità di ‘Vinsanity’ ebbe un brusco calo quando, nel 2004, chiese di essere ceduto. Insoddisfatto delle mosse della dirigenza, incapace di costruirgli attorno una squadra competitiva, commise una madornale leggerezza quando, tempo dopo, dichiarò ad un giornalista di non essersi mai ‘spinto al massimo’ con i Raptors, aiutato com’era dall’innato talento. Le sue parole, probabilmente una cattiva espressione di un concetto diverso, provocarono la furia dei tifosi canadesi, che accoglieranno ogni suo ritorno con dei sonori fischi (solo nel 2014, in occasione della festa per il ventennale della franchigia, gli fu riservata una standing ovation).
Carter passò ai New Jersey Nets, dove con Jason Kidd diede vita ad uno show da far stropicciare gli occhi. I due si trovavano a memoria, con le invenzioni del primo ad innescare puntualmente le affondate del secondo. I Nets, però, avevano già vissuto il loro momento migliore nelle stagioni precedenti, raggiungendo per due volte consecutive le NBA Finals (2002 e 2003). L’arrivo del numero 15 coincise con l’inizio del declino per la franchigia, mai più in grado di ripetersi ad alti livelli causa infortuni vari e il crescente valore degli avversari ad Est. In quegli anni, Carter si consacrò come uno dei migliori giocatori della sua generazione. Tra le prestazioni da ricordare, quella da 51 punti contro Miami (23 dicembre 2005) e la tripla-doppia da 46 punti, 16 rimbalzi e 10 assist contro gli Washington Wizards (7 aprile 2007; nella stessa partita, anche Jason Kidd mise a referto una tripla-doppia). L’addio di JK (2008) sancì la fine di un ciclo nel New Jersey. Carter disputò un ultima stagione in maglia Nets (impreziosita da un grandissima prestazione da 39 punti con cui sconfisse i suoi ‘vecchi’ Raptors), poi fu scambiato con gli Orlando Magic. A quel punto, ormai, i suoi anni migliori erano passati.

In Florida iniziò l’ultima parte della sua carriera, quella del ‘veterano di lusso’. Fu un importantissimo elemento di rotazione ad Orlando, Phoenix, Dallas e Memphis. Si tolse anche qualche soddisfazione, come la scalata fino al ventiduesimo posto della classifica marcatori all-time o l’incredibile buzzer-beater con cui fece prendere un enorme spavento ai San Antonio Spurs ai playoff 2014. All’alba della sua ventesima stagione NBA (giocherà con i Sacramento Kings), però, non si può negare come lo sviluppo di una carriera sempre sopra il ferro, sempre accompagnata dai fuochi d’artificio, abbia lasciato a molti l’amaro in bocca.

 

3 – Chris Webber

Chris Webber, uno dei talenti più scintillanti della sua generazione

Chris Webber, uno dei talenti più scintillanti della sua generazione

In quanto a talento puro, Chris Webber aveva ben poco da invidiare a chiunque, tra quelli della sua generazione. ‘C-Webb’ era un giocatore sublime; atletismo strabordante, visione di gioco fuori dal comune (specialmente per un lungo) e mani da pianista, che lo rendevano un attaccante pericoloso da qualsiasi posizione e un passatore sopra la media. L’identikit perfetto di un hall of famer NBA (quello che, presto o tardi, merita di diventare). Eppure, raramente il suo nome viene incluso tra quelli dei più grandi. Sicuramente non tra quelli dei più vincenti. La carriera di Webber è stata ostacolata da due implacabili fattori: il fatto di aver incontrato avversari pressoché imbattibili e, soprattutto, gli infortuni, nemici comuni di tanti dei nostri protagonisti.

Originario di Detroit, C-Webb era la punta di diamante dei ‘Fab Five’ di Michigan che trascinarono i Wolverines a due finali NCAA consecutive (entrambe perse, contro i ‘giganti’ Duke e North Carolina). Nell’estate del 1992 fece parte della selezione collegiale che inflisse l’unica sconfitta al leggendario Dream Team (durante la prima partitella di allenamento, secondo alcuni ‘truccata’ dallo stesso coach Chuck Daly per dare uno scossone ai suoi uomini). L’anno dopo, gli Orlando Magic lo chiamarono prima di tutti al draft, ma decisero di scambiarlo con Golden State per tre future scelte, più Penny Hardaway. Nella Baia, Webber giocò splendidamente (tanto da guadagnarsi il premio di Rookie Of The Year), ma ebbe diversi problemi con coach Don Nelson, che vedeva in lui il centro perfetto per una sorta di ‘small ball’ ante litteram. Le inconciliabili divergenze con l’allenatore indussero Chris ad uscire dal contratto con gli Warriors dopo una sola stagione. Decise di firmare con i Washington Bullets, che avevano appena selezionato al draft Juwan Howard, un altro dei ‘Fab Five’. I suoi primi anni nella capitale furono condizionati da una serie di infortuni alla spalla ma, quando tornò in salute, C-Webb si impose come uno dei migliori lunghi NBA. Nel 1997 fece il suo esordio ad un All Star Game, la prima di cinque apparizioni consecutive (l’edizione del 1999 non fu disputata causa lockout). I Bullets, diventati Wizards nell’estate del 1997, non riuscirono mai a fare strada nei playoff e presto decisero di privarsi di Webber, finito al centro di uno scandalo per delle torbide questioni di ‘mazzette’ e scommesse risalenti ai tempi del college.

Chris fu mandato ai Sacramento Kings, squadra in piena rivoluzione dopo anni disastrosi. In California, C-Webb divenne il leader di una delle formazioni più spettacolari mai apparse su un parquet, che verrà non a caso ricordata come ‘The Greatest Show On Court’. Insieme a lui arrivarono ‘White Chocolate’ Jason Williams, Peja Stojakovic e Vlade Divac. Le aggiunte di un eccellente difensore come Doug Christie e del talentuoso rookie Hedo Turkoglu fecero definitivamente decollare i Kings, che divennero a tutti gli effetti una delle corazzate della Western Conference. Anche sul piano individuale, per Webber furono i migliori anni in assoluto. Ospite fisso al weekend delle stelle, il 5 gennaio 2001 sfoderò contro i Pacers un’incredibile prestazione da 51 punti e 26 rimbalzi. A fine stagione venne inserito nel primo quintetto All-NBA.
Purtroppo per lui, quello non era il miglior periodo per sognare in grande; ad Ovest c’erano San Antonio Spurs, Utah Jazz (al tramonto dell’era Stockton-to-Malone) e soprattutto Los Angeles Lakers, pressoché imbattibili a cavallo tra i due millenni. Eppure Sacramento ci andò vicinissimo nel 2002, quando le due formazioni californiane si affrontarono in una delle serie di playoff più belle e più discusse di sempre. I Kings, che avevano sostituito lo spettacolare ma ‘inconcludente’ Williams con il più concreto Mike Bibby, riuscirono a portarsi in vantaggio per 3-2. La sesta partita, giocata allo Staples Center, fu caratterizzata da una serie di controverse decisioni arbitrali, che contribuirono al successo dei Lakers e diedero nuova linfa ai complottasti di tutto il mondo. Lo squadrone di Kobe & Shaq vinse la decisiva gara-7 all’overtime, facendo calare il sipario sulle ambizioni di Webber e compagni. La stagione successiva vide C-Webb tra i candidati al titolo di MVP (poi vinto da Tim Duncan) e i Kings ancora tra le migliori squadre della lega. Durante il secondo round dei playoff contro Dallas, però, Webber fu vittima di un terribile infortunio al ginocchio che finirà per comprometterne la carriera.

Quando tornò in campo, Chris non era più il fuoriclasse di un tempo. Sacramento si preparava al rebuilding (peraltro ancora in corso, a oltre un decennio di distanza…), così cedette il suo giocatore simbolo ai Philadelphia 76ers.
La coppia formata da C-Webb e Allen Iverson, entrambi in fase calante, non funzionò granché. Il numero 4 percorse un triste viale del tramonto che lo portò a giocare per i Pistons, nella sua Detroit, e nuovamente per gli Warriors, la squadra con cui aveva debuttato in NBA e con cui chiuse ufficialmente la carriera nel 2008.

Pages ( 4 of 5 ): « Previous123 4 5Next »
Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

4 Comments
  • Guido Allio
    Posted at 19:53h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato questo articolo quasi per caso e l’ho letto tutto d’un pezzo.
    Non che l’nba di oggi sia brutta, ma quegli anno avevano qualcosa di magico, un mix di spettacolo misto a tecnica senza pari.
    Gran bell’articolo, complimenti

    • Marco Tarantino
      Posted at 12:14h, 02 Gennaio Rispondi

      Grazie mille Guido 🙂 Apprezziamo molto il tuo feedback

    • Stefano Belli
      Posted at 11:00h, 18 Gennaio Rispondi

      Grazie per i complimenti! E’ stato molto divertente e interessante ripercorrere le carriere di questi personaggi che, nel bene e nel male, hanno segnato la giovinezza di molti

  • Anonimo
    Posted at 19:34h, 01 Gennaio Rispondi

    Ho trovato quest’articolo quasi per caso e l ho letto tutto d un pezzo. Gran bel racconto, complimenti.

Post A Comment