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I quintetti del millennio: Philadelphia 76ers

di Stefano Belli
Philadelphia 76ers

La migliore stagione nel nuovo millennio dei Sixers è stata la prima, culminata con le NBA Finals perse contro la corazzata Lakers. Da quel momento, a Philadelphia si sono viste diverse squadre promettenti, ma che per un motivo o per un altro non hanno mai trovato continuità ad alti livelli. Ecco il quintetto ideale dei Philadelphia 76ers dal 2000 in avanti.

Point guard: Ben Simmons

Il famigerato “Process”, architettato dall’ex-general manager Sam Hinkie, viene coronato con la prima scelta del draft 2016. Fisico da ala con visione di gioco da guardia, Ben Simmons ha tutte le sembianze del pilastro su cui costruire i nuovi Sixers. Per vederlo in campo, però, bisogna aspettare un anno; un infortunio al piede subito in preseason interrompe sul nascere il suo 2016/17.

Quando finalmente l’australiano scende in campo, dimostra che l’attesa non è stata vana. Simmons prende subito le redini della squadra, dettandone i tempi in attacco e rendendo la vita difficile a tanti avversari in difesa. Il premio di Rookie of the Year, pur considerando la concorrenza illustre di Donovan Mitchell e Jayson Tatum, è una logica conseguenza. Ben e Joel Embiid guidano i giovani Sixers al terzo posto nella Western Conference, e li trascinano fino al secondo turno playoffs. Nel 2019 Simmons fa il suo esordio all’All-Star Game, e nelle due stagioni successive aggiunge al curriculum altre due apparizioni alla partita delle stelle, due inclusioni nel primo quintetto All-Defensive e una nel terzo quintetto All-NBA, guidando la lega per recuperi nel 2020. Philadelphia, però, non riesce mai a spiccare davvero il volo. Nel 2020, Simmons deve lasciare la Bolla di Disney World per un infortunio al ginocchio. L’anno seguente chiude al secondo posto le votazioni per il Defensive Player Award, ma ai playoffs dimostra una volta per tutte che i suoi limiti in attacco, specialmente al tiro, sono un problema irrisolvibile e insormontabile. Le pessime prestazioni di Ben contribuiscono alla clamorosa eliminazione subita al secondo turno per mano degli Atlanta Hawks. Embiid e coach Doc Rivers non esitano a scaricargli contro ogni colpa, e per tutta risposta Simmons interrompe ogni comunicazione con squadra e dirigenza. Il suo “sciopero” si protrae fino a febbraio 2022, quando Ben viene ceduto ai Brooklyn Nets.

Guardia: Allen Iverson

All’inizio del nuovo millennio, “The Answer” è il giocatore più popolare al mondo. Le treccine, le fascette, i gioielli e i vestiti larghi lo hanno reso un’icona generazionale, le grandi performance sul campo lo hanno fatto diventare uno dei volti principali della NBA.

Il 2001 è l’anno della sua consacrazione: Iverson guida la lega per punti e per recuperi, viene eletto MVP sia dell’All-Star Game che della regular season e trascina i Sixers alle NBA Finals, dove mancavano da 18 anni. Dopo una leggendaria gara-1, in cui A.I. segna 48 punti, mette a sedere Tyronn Lue e lo scavalca in uno dei suoi momenti più famosi, Phila viene distrutta senza pietà dai Los Angeles Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O’Neal. Per Iverson e per i Sixers sembra l’inizio di una lunga permanenza ai vertici, invece quel 2001 si rivela il vertice della parabola. Nelle stagioni successive, Allen colleziona riconoscimenti individuali: vince altre due volte la classifica marcatori e quella dei recuperi, partecipa ad altri cinque All-Star Game e viene incluso in altri quattro quintetti All-NBA, ma la squadra non va mai oltre il secondo turno playoffs. Tormentato da troppi demoni fuori dal campo, Iverson entra in conflitto con un allenatore dopo l’altro, fa incetta di multe per ritardi o allenamenti saltati e, di conseguenza, non riesce a creare una cultura vincente a Philadelphia. A dicembre 2006, la dirigenza decide che è ora di finirla; Iverson viene spedito a Denver, dove vivrà le ultime due stagioni ad alti livelli della sua carriera. Tornerà in città da eroe malinconico a dicembre 2009, ma dopo due mesi dà l’addio definitivo a causa dei problemi di salute di sua figlia. Il primo marzo 2014, la sua maglia numero 3 viene innalzata al soffitto del Wells Fargo Center.

Ala piccola: Andre Iguodala

Nona scelta del draft 2004, “Iggy” comincia la carriera come finalizzatore perfetto per le alzate di Allen Iverson. Con le partenze di quest’ultimo e di Chris Webber, diventa il leader tecnico di una squadra ricca di talento, ma priva di una vera e propria stella. Andre salta appena 6 partite nelle sue prime sei stagioni NBA, e il suo contributo su entrambi i lati del campo permette ai Sixers di gravitare stabilmente in orbita playoffs. Nel 2011, Iguodala viene inserito nel secondo quintetto All-Defensive, e l’anno seguente fa la sua prima e unica apparizione all’All-Star Game. Dopo aver guidato i Sixers al secondo turno playoff e aver vinto la medaglia d’oro con Team USA a Londra, il numero 9 viene spedito ai Denver Nuggets nella maxi-trade che porta Dwight Howard ai Lakers. Per Iggy inizia così la seconda parte di carriera, che culminerà con i trionfi da navigato veterano nella Bay Area.

Ala grande: Joel Embiid

Il gigante camerunense è il primo, vero frutto di “The Process“, e indubbiamente quello più prelibato. Trasferitosi negli States a 16 anni, Joel emerge rapidamente fra i migliori prospetti d’America. Bastano poche partite con i Kansas Jayhawks per convincere Philadelphia a spendere per lui la terza chiamata del draft 2014, anche se dei problemi alla schiena lo hanno costretto a saltare la March Madness. Un altro infortunio, una frattura al piede e le conseguenti ricadute, tengono Embiid ai box addirittura per due intere stagioni. I tifosi dei Sixers fanno quasi in tempo a dimenticarsi di lui, ma quando finalmente mette piede nella NBA, a ottobre 2016, Joel lascia tutti a bocca aperta con le sue movenze e il suo range di tiro; caratteristiche alquanto insolite per un colosso del genere. Ulteriori problemi fisici gli impediscono di portarsi a casa il premio di Rookie dell’Anno, altrimenti scontato, ma nella stagione 2017/18 Embiid esplode definitivamente, guadagnandosi il primo dei suoi (finora) sette All-Star Game e le inclusioni nel secondo quintetto All-NBA e nel secondo All-Defensive. A cavallo tra i due decenni, Joel si impone tra i nuovi volti della NBA, in due occasioni è il miglior realizzatore della lega e nel 2023 corona la sua ascesa con il trofeo di MVP stagionale. Anche a causa dei suoi ricorrenti infortuni, però, i Sixers non riescono mai a fare strada ai playoffs.

Centro: Dikembe Mutombo

La leggenda congolese arriva a Philadelphia quasi trentacinquenne, e ci rimane solo per due anni e mezzo, ma il suo innesto, a febbraio 2001, dà una spinta decisiva ai Sixers. Dopo aver sollevato il suo quarto premio di Difensore dell’Anno, aver guidato la lega per rimbalzi ed essere stato incluso nel secondo quintetto All-NBA, Mutombo gioca un ruolo fondamentale nella corsa alle NBA Finals. Il confronto con uno Shaquille O’Neal all’apice della carriera appare quasi impietoso; Dikembe e i Sixers vengono spazzati via in cinque partite. Dopo un buonissimo 2001/2002, terminato al primo turno playoff contro i Celtics, Mutombo viene ceduto ai New Jersey Nets, con i quali disputerà un’altra finale NBA. Dopodiché, il futuro hall of famer imboccherà definitivamente il viale del tramonto.

Sesto uomo: Jrue Holiday

Pescato a metà primo giro del draft 2009, Holiday diventa subito un elemento chiave di una versione transitoria dei Sixers. Nel 2011, la squadra di Holiday e Iguodala si affaccia ai playoffs, ma viene demolita in cinque partite dai Miami Heat. L’anno dopo, approfittando del grave infortunio che mette KO Derrick Rose, i Sixers battono Chicago, ma si arrendono al secondo turno contro i Boston Celtics. Con la partenza di Iguodala, Jrue prende il timone della squadra. Nel 2012/13 fa il suo esordio all’All-Star Game e arriva quinto nelle votazioni per il Most Improved Player Award. Phila resta però fuori dai playoffs, e la dirigenza si convince a inaugurare ufficialmente il piano di ricostruzione che verrà ribattezzato “The Process”. Il giorno del draft, Holiday viene ceduto ai New Orleans Pelicans in cambio di Nerlens Noel, uno dei prospetti più attesi della classe 2013.

Le menzioni d’onore sono tante: Eric Snow, Theo Ratliff e Aaron McKie, gregari fondamentali nella corsa alle Finals del 2001; Lou Williams e Thaddeus Young, altri elementi di spicco del talentuoso gruppo di fine anni Duemila; Jimmy Butler, che nei pochi mesi trascorsi in Pennsylvania ha imposto la sua leadership sulla squadra; James Harden, che prima di andarsene tra le polemiche è stato il migliore assistman NBA; e infine Tyrese Maxey, che nel 2024 ha disputato il suo primo All-Star Game e che promette di diventare un pilastro dei Sixers negli anni a venire.

Allenatore: Larry Brown

Il leggendario coach Brown è il timoniere dei Philadelphia 76ers negli anni più gloriosi della loro storia contemporanea. All’alba del nuovo millennio ha già condotto due volte a squadra al secondo turno playoffs. Nel 2001 la porta a ottenere il miglior record a Est e la guida addirittura in finale, dopo essere stato eletto Coach of the Year. A fare da contraltare a quei successi ci sono i ripetuti contrasti con Allen Iverson, i cui atteggiamenti da superstar vanno in netto contrasto con la filosofia operaia dell’esperto allenatore. Dopo la sconfitta al primo turno playoffs nel 2002, Iverson si lancia nel famigerato discorso in cui sminuisce l’importanza degli allenamenti. L’anno seguente, quando a mandare a casa Philadelphia ci pensano i Detroit Pistons, coach Brown decide che ne ha abbastanza. Lascia la Pennsylvania dopo sei stagioni e viene ingaggiato proprio dai Pistons, che guiderà alla vittoria del titolo NBA al primo tentativo.

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