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Magic Johnson e la partita ‘a tutto campo’ che lo consacrò a mito

di Olivio Daniele Maggio

Il punto esatto in cui inizia il mito di Magic Johnson forse è proprio quello dove gli viene affibbiato il soprannome con il quale verrà per sempre identificato, un soprannome che sintetizzerà al meglio le gesta che compierà in NBA.  Era il 1974, la città era Lansing (Michigan). All’Everett High School si gioca una partita in cui un ragazzo longilineo dall’aria gioviale infila una prestazione da 36 punti, 18 rimbalzi e 16 assist. Il suo nome era Earvin Johnson. Fu allora che un giornalista del Lansing State Journal di nome Fred Stabley Jr. gli si avvicinò e gli chiese:

“Credo che tu debba portare un soprannome . Stavo pensando di chiamarti ‘Dr. J’, ma c’è già, così come ‘Big E’. Che ne pensi se ti chiamo ‘Magic’?”

Earvin acconsentì. E fu così che qualche anno dopo partì un’autentica rivoluzione copernicana della pallacanestro col suo approdo in NBA nel 1979: Magic Johnson fu un giocatore inedito, un playmaker di 206 cm capace di smazzare assist dal nulla grazie alla sua imprevedibilità e ad un trattamento di palla sopraffino, il tutto ad una velocità disarmante.  Il suo essere creativo ed istrionico ha sostanzialmente creato un movimento, quello dello Showtime, che ha permesso ai Los Angeles Lakers di mettere nella loro bacheca ben 5 titoli NBA tra il 1980 e il 1988. Ritmi frenetici, passaggi no-lookalley-oop, schiacciate e tiri immediati: il tutto sotto la regia di Magic Johnson, un leader puro che spezzò i canoni tradizionali di questo sport dando il via ad un cambiamento epocale.

Magic Johnson, la prima stagione in NBA

Magic Johnson con la casacca dei Los Angeles Lakers, assieme all’allora commissioner Larry O’Brien e ai suoi genitori.

Proprio nel 1979 i Lakers furono protagonisti di un cambio di proprietà. Infatti passarono dalle mani di Jack Kent Cooke a quelle di Jerry Buss, che diede una vera e propria svolta alla franchigia. Per guidare la squadra fu scelto Jack McKinney, al suo primo vero incarico da head coach. Tuttavia, dopo una partenza condita da 10 vittorie e 4 sconfitte, McKinney ebbe un grave incidente in bicicletta e il suo incarico fu assunto dall’assistente Paul Westhead. Quest’ultimo predicò un basket di marca propositiva e diede le chiavi in mano a Magic Johnson, che non si fece trovare impreparato: in 77 partite giocate racimolò una media di 18 punti, 7.7 rimbalzi e 7.3 assist.

Alla prima apparizione ai playoffs del nativo di Lansing si presenterà subito un banco di prova, nel momento più impegnativo.

L’avventura dei Lakers in postseason inizia alle semifinali di Conference, dove incontrano i Phoenix Suns: la serie finisce 4-1 per i californiani, che alle finali di Concerence con lo stesso risultato riescono ad avere ragione dei Seattle Supersonics guidati da coach Lenny Wilkens. Alle Finals l’avversario è rappresentato dai Philadelphia Sixers di Julius ‘Doctor J’ Erving, uno dei giocatori più spettacolari che abbia mai calcato un parquet NBA. La serie è un autentico botta e risposta. Gara 1 va a LA, Phila risponde, poi si va sul 2-2 fino alla gara 5 griffata gialloviola: a deciderla fu Kareem Abdul-Jabbar, che inchiodò una schiacciata più il tiro libero aggiuntivo. 108-105 per i Lakers, che però perdono per infortunio alla caviglia proprio il leggendario centro, che si stava rivelando un fattore nella serie.

NBA Finals 1980: la leggendaria gara 6 di Magic

Magic Jonson in azione durante gara 6 delle NBA Finals 1980, contro i Philadelphia Sixers.

Coach Westhead decide di schierare nel ruolo di centro Magic Johnson, in quella che alla fine diventò  la sliding door della disputa. Il numero 32 regala una prestazione sontuosa, una prestazione a tutto tondo. Infatti Johnson svaria praticamente su tutto il fronte tenendo alto il ritmo della gara: non appena il pallone viene recuperato, guida i Lakers nella metà campo opposta in un attimo, generando transizioni che fanno male alla difesa dei Sixers. In particolare gli avversari sono costretti a cambiare diverse volte marcatura su Magic stesso. Una variabile impazzita.

Johnson alimenta in continuazione il giro palla, serve interessanti spunti ai compagni di squadra. Ma non solo. Riesce a dominare l’area e attacca il ferro non appena ha un minimo di spazio. E in difesa si fa valere sfruttando il fisico e il proprio senso della posizione, soprattutto nelle situazioni spalle a canestro e nei matchup che gli si presentano davanti; per non parlare del contributo che riesce a dare a rimbalzo. Presente in entrambe le fasi di gioco, in ogni frangente. Riesce, sostanzialmente, a fare tutto. Partito da centro, alla fine è come se avesse rivestito ogni ruolo previsto nella pallacanestro. Grazie a lui i Lakers battono i Sixers 123-107 e conquistano il titolo: il contributo di Magic Johnson tradotto in numeri equivale a 42 punti (14/23 al tiro, 14/14 dalla lunetta), 15 rimbalzi, 7 assist e 3 palle rubate. Un successo coronato col premio di MVP delle Finals,  assegnato per la prima ed unica volta (finora) ad un rookie.

Piccolo estratto dello Showtime gialloviola.

Insomma, il mito di Magic Johnson magari sarà iniziato quando Fred Stabley Jr. inventò il suo storico soprannome. Ma fu in gara 6 delle NBA Finals 1980 che prese la via verso la consacrazione come uno dei migliori giocatori di sempre.

 

 

 

 

 

 

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