Mentre i New York Knicks festeggiavano il loro primo titolo in 53 anni al Frost Bank Center, sul parquet di casa degli Spurs, Victor Wembanyama era seduto in conferenza stampa, cercando di elaborare la sconfitta che ha posto fine alla stagione dei suoi.
«Fa male», ha detto Wembanyama. «Ma non sto scappo da questo dolore. Lo userò come carburante. Non sono soddisfatto di non aver vinto. Questa è la lezione più importante della mia vita. Come squadra, non c’è esperienza migliore di quella che abbiamo appena vissuto.»
La delusione però è grande.
San Antonio ha accumulato vantaggi in doppia cifra in tutte e cinque le partite della serie, compreso un margine di 16 punti nel secondo quarto di Gara 5. Nei successivi 8 minuti e 29 secondi, però, i Knicks hanno ridotto quel vantaggio a soli cinque punti all’intervallo.
Grazie soprattutto alle cinque stoppate di Wemby nel primo tempo, gli Spurs sono riusciti a limitare New York al peggior primo tempo offensivo della stagione (tra regular season e playoff), con appena 37 punti segnati.
«Ci sono tante cose che entrano in gioco», ha spiegato l’allenatore degli Spurs Mitch Johnson. «Non meritavamo di vincere queste partite. Ci sono tanti livelli di esecuzione: i rimbalzi, i dettagli nei finali di gara, la capacità di partire forte e poi mantenere il vantaggio. Non siamo pronti per vincere un campionato. La squadra migliore ha vinto. Abbiamo fatto tante cose buone, ma non siamo riusciti a completare il lavoro.»
Ed è proprio questo che ha fatto più male a Wembanyama.
La narrazione avrebbe potuto essere completamente diversa grazie alla prestazione del rookie ventenne Dylan Harper, autore di 25 punti, miglior realizzatore degli Spurs, unita alla difesa Wembanyama e al ritorno al tiro da tre di Julian Champagnie, che dopo un periodo difficile dall’arco ha realizzato quattro triple.
«Ci sono tanti possessi che vorrei poter giocare in modo diverso», ha detto Harper.
Le quattro vittorie di New York nella serie sono arrivate con un margine complessivo di appena 16 punti, un dato che eguaglia il terzo margine totale più basso mai registrato nelle quattro vittorie di una squadra campione NBA.
«Il margine d’errore è sottilissimo», ha ribadito Wembanyama. «Abbiamo dominato per gran parte della serie. Ma i nostri errori vengono puniti in modo così severo che non possiamo permetterci continui alti e bassi. Gli alti vanno bene. I bassi sono il motivo per cui abbiamo perso.»
Wembanyama ha vissuto diverse difficoltà nella serie: nei quarti periodi delle cinque partite ha mantenuto una media di 7,8 punti con appena il 34% al tiro e 3,2 rimbalzi, numeri insufficienti per una squadra che aveva bisogno della sua miglior versione per difendere tutti i vantaggi sprecati nel finale.
Tutti gli Spurs volevano vincere. E tutti erano sinceramente convinti di poterlo fare. A nessuno importava di essere la squadra più giovane — età media 25 anni — a raggiungere le Finals NBA dai Portland Trail Blazers del 1977, che quell’anno conquistarono il titolo in sei partite dopo essere andati sotto 2-0 contro Philadelphia.
«Quello che mi fa arrabbiare è che probabilmente dovremo aspettare un centinaio di partite prima di poter tornare alle Finals», ha continuato il francese. «Non so come dirlo in inglese. Ma dovrò tenere tutto questo dentro di me, rallentare, aspettare e affrontare cento partite prima di avere un’altra occasione. Tutto questo influenzerà la mia mentalità: chi siamo, di cosa siamo fatti, le nostre esperienze. È stata un’annata incredibile dal punto di vista dell’esperienza accumulata. Non credo che avremmo potuto imparare di più e acquisire più esperienza in una sola corsa playoff, in una sola stagione, o personalmente negli ultimi diciotto mesi. Questa è la lezione più importante della mia vita, il momento di apprendimento più significativo. Non so dirvi esattamente quale sia la lezione. Ma stiamo imparando da tutto questo. Io sto imparando più che in qualsiasi altro momento della mia vita.»
