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I Bucks senza Brogdon: l’importanza di chiamarsi Malcolm

di Carlo Bommarito

Prima decina di partite alle spalle, a che punto sono i nuovi Milwaukee Bucks senza Brogdon? L’estate del team del Wisconsin, pur mantenendo una linea di continuità sostanziale rispetto alla scorsa stagione, è stata il teatro di perdite importanti, da Pau Gasol (mai stato veramente centrale nel progetto dei Bucks), a Nikola Mirotic (colpo ad effetto del Barcellona), concludendo con Malcolm Brogdon, trasferitosi in Indiana e per il quale Giannis Antetokounmpo ha speso parole al miele alla vigilia dello scontro diretto contro i Pacers (partita che non ha visto partecipe Brogdon a causa di un fastidio alla schiena).

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I Bucks senza Brogdon: la situazione attuale

Il record attuale recita 7-3 per Milwaukee, 7-4 per Indiana, durante un primo scorcio di regular season che ha evidenziato come questi ultimi, nonostante i soliti infortuni (Oladipo su tutti) riescano sempre a ricavare qualcosa di interessante, anche grazie alla freschezza derivante dall’inserimento in squadra di Brogdon (nonostante un inizio da bollino rosso con tre sconfitte consecutive nelle prime tre uscite stagionali).

Brogdon assente a lungo al termine della scorsa stagione, rientrato solo nell’ultima parte di una post-season giocata in ogni caso su buoni livelli dai Bucks. E sono proprio gli ottimi playoffs disputati che probabilmente hanno portato il front-office di Milwaukee a cambiare le carte in tavola, decidendo di prolungare il rapporto con Brook Lopez (totalmente rinato e reinventato in Wisconsin) e con Khris Middleton, lasciando andare l’ex Virginia con una sign-and-trade in cambio di scelte future, mossa non approvata dal popolo bianco-verde, ma comunque necessaria.

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Colloquio in un time out tra coach Budenholzer e Giannis Antetokounmpo

In effetti il merito primario di coach Budenholzer sul finire della scorsa stagione, playoffs annessi, è stato quello di riscrivere il piano tattico della squadra pur senza stravolgere nulla rispetto a quanto fatto precedentemente.

Il gioco dei Bucks infatti è tale da prescindere dai singoli interpreti che ruotano intorno al centro di gravità permanente, che risponde al nome di Giannis Antetokounmpo. Un gioco che si sviluppa molto spesso dalle mani del greco, abile a gestire il pallone in palleggio così come in pitturato, concludendo al ferro con il suo strapotere fisico, o distribuendo palloni agli esterni dopo il naturale collasso della difesa sui potenziali raddoppi necessari a limitare la potenza della stella dei Bucks.

La centralità del dio greco

Ad una prima analisi la perdita di Brogdon risulta quasi ininfluente nel piano tattico di Milwaukee, ma non è esattamente così. Al di là del record attualmente vincente (ampiamente preventivabile alla vigilia) infatti c’è bisogno comunque di salire di livello per esser pronti in quei momenti che avranno maggiore peso specifico.

Questo perché, essendo spesso lo stesso Antetokounmpo a trattare il pallone in avvio di transizione offensiva, il gioco si sviluppa a seconda della risposta della difesa, che può chiudere il pitturato con l’aiuto sul lato forte o lasciare l’uno contro uno al lungo difensore, come in questo caso (più volte riproposto lungo la stessa partita) dove il greco corre il pallone dal proprio pitturato con la sua ampia falcata e chiude il coast-to-coast senza lasciare il tempo alla difesa avversaria di sistemarsi e chiudere gli spazi.

Una classica azione alla Antetokounmpo.

Nel primo caso, una risposta dinamica della difesa (già schierata) può tradursi in uno scarico immediato del greco sull’esterno, passaggio che porta la difesa a sbilanciarsi e dover coprire velocemente lo spazio lasciato libero dall’uomo in raddoppio, e che si traduce in uno squilibrio difensivo da sfruttare col tiro immediato o speculando sullo sbilanciamento difensivo con vari extra-pass alla ricerca del miglior tiratore disponibile.

Le difese avversarie che stanno però via via abituandosi a questo tipo di giocate e, come si nota dalla clip seguente (qui in realtà l’aiuto dell’esterno costringe Giannis a chiudere il palleggio con largo anticipo), se il gioco viene letto adeguatamente l’attacco di Milwaukee perde di efficacia e spesso lascia spazio a soluzioni individuali non sempre di successo.
La continua ricerca dell’uno contro uno tuttavia a lungo andare potrebbe risultare pretestuosa, soprattutto nei momenti più caldi della regular season o ai playoffs dove attaccare le difese schierate e organizzate non è più così semplice.

Qui la difesa dei Pacers legge bene la giocata di Giannis, che cede la palla a Brook Lopez: il centro è costretto ad inventarsi un canestro ad alto coefficiente di difficoltà.

La ricerca della qualità

Del resto avere in campo compagni del calibro di Middleton, Matthews, Korver, Bledsoe, Ilyasova, Connaughton, Brown, Hill e lo stesso Brook Lopez, costringe le difese a stare molto aperte, per evitare scarichi sugli specialisti. Ma l’assenza di una point guard pura alla lunga potrebbe risultare deleterio.

Per questo la mancanza di Malcolm Brogdon potrebbe avvertirsi particolarmente. La sua qualità, la sua velocità di palleggio e di pensiero e la sua capacità di saltare l’uomo sul primo passo e leggere istantaneamente la risposta della difesa sono tutte caratteristiche che avrebbero sicuramente potuto dare quella freschezza e fluidità in più che la rotazione di coach Bud necessita, per rendere ancora più ampio il playbook della squadra tanto in regular season quanto ai playoffs, dove avere quante più soluzioni tattiche possibili rende il team ancora più competitivo.

Anche perché nonostante sia solo al suo quarto anno, l’ex guardia dei Milwaukee Bucks è nel pieno della sua maturità cestistica, dall’alto dei suoi 27 anni, e con una naturale predisposizione a caricarsi (silenziosamente) la squadra sulle spalle. Complice anche un un gioco, quello di coach McMillan a Indiana, decisamente più ragionato, Brogdon sta infatti registrando le migliori statistiche in carriera in termini di Assist Ratio (29.7, ben superiore al 18.5 dello scorso anno) e di Usage Percentage (26.6% a fronte del 20.2% della stagione 2018/19), a testimonianza di un decisivo salto di qualità, personale e che premia il lavoro di squadra, che male sicuramente non avrebbe fatto ai Bucks.

Le qualità in possesso di Brogdon potrebbero, a lungo andare, mancare troppo ai Milwaukee Bucks.

L’attacco della difesa schierata è inoltre uno dei punti di forza di Brogdon (e forse uno dei pochi punti carenti di Milwaukee), abile a sfruttare i blocchi del lungo di turno (in questo caso Sabonis, con cui dopo qualche partita di adattamento adesso lavora in maniera armoniosa e continua), leggere e servire i tagli o chiudere un ricciolo sotto canestro per far muovere ancora di più l’attacco (e quindi la difesa) o per concludere con un appoggio semplice al tabellone.

Parola al campo

Dal canto loro i Bucks, continuando a mettere sul parquet un basket velocissimo (con un pace di 107.26, che diventa quasi 110 con Giannis in campo) segnano lievemente meno (circa 4 punti in meno ogni 100 possessi) con un lieve calo anche sui dati relativi agli ultimi passaggi, segno evidente di un gioco più individuale, anche se chiaramente non casuale.

Resta il fatto che al netto dell’assenza dell’ex Virginia, Milwaukee continua ad incanalare ottime partite, condite da prestazioni talvolta clamorose del greco che al momento viaggia a 30.1 punti, 14.3 rimbalzi e 6.5 assist di media, le migliori medie registrate in carriera finora e nonostante due uscite per sei falli nelle prime due partite stagionali (circostanza mai accaduta per un MVP uscente). Saranno il campo e il tempo a definire quanto l’assenza di una point guard peserà nell’economia di una stagione che vede al momento Milwaukee tra le top contender per un posto alle NBA Finals.

NB: le statistiche riportate fanno fede alla data di pubblicazione dell’articolo.

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