Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiPaul George e il teorema dell’MVP

Paul George e il teorema dell’MVP

di Andrea Ranieri
Paul George

“Dicesi MVP il giocatore capace, con grandi prestazioni individuali, di migliorare i propri compagni e i risultati della squadra”, troppo generico? Forse sì, ritentiamo. “Dicesi MVP il giocatore che porta la propria squadra a grandi risultati con grandi prestazioni, tanto in attacco quanto in difesa“. Però quanto ha mai davvero pesato il rendimento difensivo nell’assegnazione di questo premio? Non ci siamo ancora e, anzi, non arriveremo mai alla definizione di un “teorema dell’MVP”, che ci descriva i lineamenti necessari a ricevere il prestigioso premio. E quando viene meno l’assoluta certezza della teoria, non rimane che basarsi sulla relativa sicurezza dell’esperienza. Ed è così che cercheremo di capire se la stagione di Paul George merita di essere considerata per la corsa al Most Valuable Player.

La stagione giocata da Paul George può davvero essere considerata nella corsa all'MVP?

La stagione giocata da Paul George può davvero essere considerata nella corsa all’MVP?

UNA GRANDE STAGIONE SU DUE META’ CAMPO, MA…

28.2 punti, 8.2 assist, 4.2 assist e 2.2 rubate parlano della miglior stagione della carriera di Paul George, senza dover nemmeno scendere troppo nei dettagli di statistiche più complesse. Partiamo dall’attacco. Non c’è dubbio che il non dover più convivere con Carmelo Anthony abbia giovato considerevolmente a PG, che è diventato primo terminale offensivo nella squadra di un Russell Westbrook che, spadellando al tiro (perdonate la terminologia Minors), si è reso sempre più ecumenico, lasciando che il numero tredici potesse prendersi ben 20.8 conclusioni a gara, il massimo della carriera. Non solo quantità, ma anche altrettanta qualità per un giocatore che tira con il 44% dal campo e il 39% da tre punti (con ben 9.8 tentativi a partita). Completezza. La completezza di un giocatore che abbandona i luoghi comuni e si rende pericoloso anche dal mid-range (291 tentativi in stagione con il 42% di realizzazione). Completezza di un giocatore che sta imparando anche a far segnare i compagni, con i 4.2 assist che rappresentano un altro massimo in carriera.

Mai come quest’anno Paul George ha mostrato un repertorio offensivo completo

E poi c’è la difesa, quell’elemento che lo aveva portato in NBA nel 2011 come grande specialista, insieme a Jimmy Butler e Kawhi Leonard, altri due che hanno poi dimostrato di saperci fare anche in attacco. Già solo le 2.2 rubate con appena 2.8 falli personali basterebbero a rendere di idea di che difensore sulla palla sia Paul George. E il lavoro in retroguardia di PG cambia tutto il panorama per gli Oklahoma City Thunder: il suo defensive rating si assesta su un impressionante 97.3 nelle vittorie, mentre sale a un preoccupante 110 nelle sconfitte. Questo significa essere fattore, un fattore importante, ma deve essere considerata anche l’altra faccia della medaglia. I Thunder hanno perso praticamente il 42% delle loro partite stagionali. Ciò altro non indica se non il fatto che in quasi metà delle partite stagionali la squadra di Donovan, George compreso, difende molto male. E allora siamo così sicuri che il Defensive Player Of The Year sia di assegnazione tanto scontata?

…L’INCOSTANZA CONDANNA SEMPRE

E ora si arriva al vero punto dolente, probabile condanna di Paul George nella corsa all’MVP. Dopo l’All Star Game le cifre dell’ala dei Thunder raccontano di prestazioni al di sotto degli standard della prima metà di stagione, non tanto nella produzione, ma nella qualità di questa stessa produzione. Per dare un’idea concreta: le percentuali dal campo scendono al 38.6%, con un rivedibile 32.9% dall’arco dei tre punti. Un calo evidente, verificatosi anche nella stagione passata. Andando oltre questi dati superficiali, vediamo anche il defensive rating salire a 107.2 dopo la partita delle Stelle, davvero troppo per una squadra dal talento limitato. Un calo individuale e, di conseguenza, anche di squadra. Perché, se cede il leader, cede il gruppo, e questo non depone a favore del suddetto leader. Può quindi Paul George essere in corsa per l’MVP? La risposta è no, senza troppi fronzoli. L’MVP, pur non essendo premio dai criteri assoluti e certi, deve guidare il proprio team per tutta la stagione, con costanza, e impedirne gli sbandamenti. Nel post-All Star, Paul George non è stato in grado di farlo. Non è meritevole dell’MVP, ma la stagione di PG rimane la più grande della sua carriera.

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