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“Solo un’altra star”, “No, è speciale”: un dibattito su Jayson Tatum

di Michele Gibin

Può un giocatore NBA esploso in una stagione regredire la stagione successiva?

Certo che si, e i motivi possono essere molteplici: infortuni, cambi di scenario, il nuovo contratto che mette pressione e aspettative abnormi che possono giocare brutti scherzi e creare abbagli.

Non dovrebbe essere questo il caso però di Jayson Tatum dei Boston Celtics, giocatore predestinato vero sin dai tempi di Chaminade, quindi a Duke un solo anno per mettere in luce tutto il suo talento, e poi il draft, i 76ers gabbati e i Celtics, il Boston Pride e una squadra che attendeva solo uno come lui.

Per la Boston sportiva Jayson Tatum è l’erede di Tom Brady. Niente di più e niente di meno. In tre stagioni ai Celtics ha giocato due finali di conference, roba che diversi decani NBA sognano ancora di poter fare e che forse non faranno mai. Ha schiacciato in testa a LeBron James, spinto Kyrie Irving lontano da Boston con la sua crescita, reso Gordon Hayward quasi superfuo (Irving e Hayward dovevano essere il numero 1 e 2 di una squadra da titolo, nel 2017), e consolato i tifosi dei Celtics anche quando le cose andavano meno bene di quanto sperato.

Abbiamo Jayson e Jaylen, tutto è bene“.

Ed è ancora così, ma nella prima parte di stagione NBA 2020\21 Jayson Tatum ha sbattuto contro un muro. I muri sono fatti anche per essere abbattuti e all’ex Blue Devils i mezzi non mancano.

Ma se le prime tre stagioni di Jayson Tatum fossero state fin troppo abbaglianti? E se – per dirla senza giri di parole – la NBA avesse gridato al miracolo un po’ troppo in fretta?

Tatum ha 23 anni e in sole tre stagioni il suo gioco è cambiato così tanto che predire la sua parabola futura è esercizio particolarmente difficile, la squadra attorno a lui sta mutando e Jaylen Brown è stato – fin qui – il miglior giocatore in maglia Celtics in questa stagione. Contro gli Washington Wizards Tatum è apparso apatico e senza gambe, a febbraio sta tirando con il 40% (32% da tre) e le sue esitazioni nei quarti quarti delle partite una tendenza che se dovesse confermarsi, diventerebbe inquietante. Tatum ha anche avuto il Covid a gennaio e questo va tenuto in conto, purtroppo.

Pressione? Dolori di crescita? Sopravvalutazione di un giocatore che deve ancora capire cosa sarà domani?

Lo abbiamo chiesto alla redazione di NBAPassion.com

Dibattito su Jayson Tatum: perché si, e perché (ancora) no

Io scommetto a favore di Tatum perchè si è mostrato maturo fin da subito e perchè è cresciuto in contesti vincenti.

Nell’unico anno a Duke si era visto un giocatore promettente, ma nessuno si aspettava potesse avere impatto immediato in una contender NBA. Tatum, che sperava di essere scelto dai Suns per avere spazio, è stato buttato subito in acqua dopo l’infortunio di Gordon Hayward. Non solo è riuscito a stare a galla; ha persino guidato gli incerottati Celtics a pochi passi dal traguardo e ce li ha riportati nelle stagioni successive. Le abilità tecniche, da sole, non bastano per riuscirci. In tal senso, muovere i primi passi sotto la guida di Coach K e dell’organizzazione Celtics è stato il migliore degli imprinting.

I pochi limiti tattici rimasti sono ampiamente giustificati dall’età e dalla scarsa (anche se non si direbbe) esperienza. Tatum ha tempo e modo per limarli e salire ulteriormente di livello. Il che è piuttosto preoccupante, per tutti gli altri…

(Stefano Belli)


Che Jayson Tatum abbia innate doti tecniche è fuor di dubbio. L’eleganza con cui si muove in campo, in pochi possono dire di averla nella NBA attuale. Fadeaway sinuoso e morbido di quelli che ricordano gli stessi di un certo suo maestro, uso intelligente e geometrico del footwork e attacco deciso ma esteticamente pulito al ferro, meccanica di tiro elegante e appagante. In più ha dimostrato di essere clutch quando serve e di avere anche una buona attitudine difensiva, avendo però ancora ampi margini di miglioramento in quella metacampo.

Insomma, date le premesse, pare proprio che i Celtics abbiano in casa un vero e proprio gioiello. E così è, in effetti. Ma l’impressione è che forse non è ancora completamente quel tipo di giocatore che i tifosi biancoverdi si aspettano che sia. Nel Massachusetts si attende l’erede naturale di “The Captain” Paul Pierce ormai da parecchio tempo e Tatum sembra davvero essere il nuovo uomo-franchigia. Tuttavia, mancano ancora alcuni pezzi del puzzle per assurgere al ruolo di erede di PP.

Al netto delle doti tecniche di cui non si discute, Tatum ha dimostrato in alcune circostanze di non fare sempre la scelta giusta e di forzare, a volte, troppo spesso la giocata confidando appunto nelle sue conclamate qualità. Ma spesso in questo esagera e si avvita in giravolte carpiate alla ricerca di tiri impossibili e pirotecnici, al posto di favorire magari un gioco più semplice e creare quindi tiri a percentuale molto più alta. Sulle qualità da decision maker bisogna quindi ancora lavorare.

Quelle che poi sembrano davvero mancare, ancora, sono l’attitudine mentale e la leadership che servono ad un uomo-franchigia e a uno che è destinato ad essere super star. JT non è uno che parla molto in campo e non è esattamente un trascinatore. In questo, lo supera di gran lunga l’altro gioiello della squadra, ovvero Jaylen Brown. La terza scelta assoluta del draft 2016 ha sicuramente meno doti tecniche rispetto a Tatum (tuttavia nell’ultimo anno ha fatto progressi paurosi affinando le mani), ma gode di una grande presenza difensiva e di una propensione naturale alla leadership. Non a caso in questa stagione, è stato lui in diverse circostanze a prendersi la squadra sulle spalle e a scuoterla. Brown sembra che abbia già eseguito quel salto mentale che ancora l’amico e compagno non ha fatto e, da un certo punto di vista, al momento può dirsi più pronto per avere un certo tipo di ruolo.

Jayson Tatum è il primo violino naturale dei Celtics del presente e del futuro, ma per essere “The Captain” (in senso stretto ed in senso pierciano) serve anche una scossa emotiva. Inutile rimandare il discorso con la solita pantomima rivolta al futuro: prima questo scatto arriva e meglio è. Anche perché i Celtics di quest’anno sembrano soffrire proprio della mancanza di certi punti di riferimento. E Tatum deve dargliene uno: quello più importante.

(Francesco Catalano)


Jayson Tatum merita lo status di giocatore ai piani alti della lega; deve essere l’uomo franchigia dei Boston Celtics e in generale personaggio principale della città di Boston negli anni avvenire. Dopo la dipartita di atleti del calibro di Tom Brady e il ritiro di David Ortiz, il nativo di St.Louis ha il talento per essere il volto sportivo della Beantown.

Dopo la prima stagione molto positiva (secondo nella classifica dei punti segnati ai playoffs da un rookie dietro solo a Wilt Chamberlain), Tatum ha sofferto la situazione difficile creatasi nello spogliatoio durante il secondo anno per poi esplodere definitivamente nel 2020.

Nei suoi primi tre anni la terza scelta al draft 2017 ha raggiunto la finale di Conference due volte, essendo la guida della squadra entrambe le volte e aggiungendo al suo palmares quasi sicuramente una doppia presenza in due anni consecutivi all’All Star Game.

I miglioramenti sono sotto gli occhi di tutti: lo stepback da fuori sta diventando il suo marchio di fabbrica (avendo diminuito drasticamente i tiri fuori equilibrio all’interno dell’area) e i progressi da playmaker (4.5 assist per partita, dato più alto da quando è entrato nella lega) gli stanno permettendo di compiere il decisivo verso la completezza di gioco necessaria per andare avanti quando le partite contano di più. Essendo solo al quarto anno NBA ci sono aspetti da perfezionare come l’attenzione sul lato debole nella metà campo difensiva o il fatto di poter sfruttare maggiormente il proprio fisico per guadagnare tiri liberi (poco più di 4 di media in stagione) ma il tempo è sicuramente dalla sua parte.

Nonostante i traguardi raggiunti nella sua giovane carriera, Tatum per fare il definitivo salto di qualità deve sicuramente sviluppare una gestione più sicura dei possessi finali, fattore fondamentale durante la post-season. La vicinanza con Jaylen Brown gli farà solo bene da questo punto di vista, togliendogli pressioni e aiutandolo a compiere le scelte più giuste.

(Salvatore Caligiuri)

Tatum-Anthony Davis

Quel ragazzo appena ventenne che nel 2018 portò i suoi Boston Celtics alle finali di Conference e al cospetto di LeBron James, che costrinse a gara 7, fu senza troppi indugi indicato da tutti come uno degli astri nascenti più luminosi della NBA. Pronto, insomma, ad un salto di qualità imminente che a breve lo avrebbe portato molto in alto nel firmamento della lega. Più di qualcuno, poi, negli ultimi anni ha iniziato a darlo quasi per scontato.

Tuttavia, la NBA è un mondo crudele e affamato dove si rischia di perdere di vista la realtà e in effetti, osservandone in maniera critica il percorso tracciato fin qui, al di là che dal punto di vista meramente statistico, Jayson Tatum non sembrerebbe ancora aver compiuto quel passo necessario a renderlo il leader, di successo, dei suoi Celtics. Per quanto possa far male, il suo apporto appare ancora tremendamente simile a quello della post-season 2018.

Nonostante LeBron abbia abbandonato la Eastern Conference e Boston abbia fatto di tutto per cercare di costruire la miglior squadra possibile, non è infatti riuscita a migliorare quanto fatto nell’anno da matricola di Tatum né nel 2019 e nemmeno nel 2020.

Nessuno mette chiaramente in dubbio il talento del numero 0, e le attenuanti delle sfortune dei Celtics sussistono indubbiamente. Ciò che si contesta, tuttavia, è una millantata crescita esponenziale di un giocatore ritenuto da molti già di franchigia e che invece non è ancora riuscito a caricarsi i suoi sulle spalle. Anzi, negli ultimi anni la vera crescita esponenziale è stata quella di Jaylen Brown, che da gregario è ormai arrivato ad essere quasi comprimario di un giocatore invece acclamato come superstar.

Come detto e come si usa dire, il ragazzo si farà, Tatum ha tutte le carte in regola per diventare un uomo simbolo vincente per i Celtics. La realtà odierna parla però di un giocatore che necessita ancora di uno sviluppo personale importante, più mentale che tecnico.

(Lorenzo Brancati)

jayson tatum contratto

Se volessi farmi investire da un autobus guidato da un leprecauno, direi che Jayson Tatum è oggi uno Zach LaVine che ce l’ha fatta.

Mi spiego. Quello che ha fatto all’inizio della sua avventura NBA pronti-via è rimarchevole, ha davvero pochi eguali nella NBA di oggi, e ha contribuito a creare un’attesa epocale per Tatum, di quelle che se questo è l’inizio, chissà il futuro.

Tre stagioni dopo, il futuro è iniziato e il nome che viene in mente pensando al Jayson Tatum visto finora (diverso da quello percepito, come i gradi d’estate con l’afa) è quello di Vince Carter, che prese la NBA nel 1999, la schiacciò in un canestro e per tre anni generò un culto pagano. Carter ha avuto una carriera da hall of fame, il cui picco – attenzione – risale al quadriennio 1998-2002. Da lì in poi Vince si sarebbe “arenato” (comunque un bell’arenarsi) su un plateau leggemente discendente, tra New Jersey Nets e successivi impieghi, fino a una seconda parte di carriera da specialista di lusso.

In questa stagione Jayson Tatum ha dimostrato una caratteristica offensiva che anche “peak Vince Carter” aveva, ovvero l’essere (parecchio) monocorde. JT è il go to guy dei Celtics e segna in questa prima parte di stagione 0.77 punti per possesso in isolamento, su 4.4 possessi a gara. Solo il 6.5% dei suoi possessi in isolamento genera tiri liberi (2 punti abbondanti in meno di Shai Gilgeous-Alexander, 4 in meno di Kawhi Leonard, 6 in meno di Russell Westbrook e del vecchio Carmelo Anthony – un altro nome che frulla in testa).

Il Tatum 2020\21 è anche un giocatore molto meno finisseur di quanto si direbbe. I Celtics sono 7-9 (con Tatum in campo, 7-11 in totale) nelle partite terminate in quello che le statistiche NBA definiscono clutch time, Jayson Tatum segna 3.2 punti di media in tali situazioni e il suo plus\minus è -0.3. Nella medesima situazione quello di Joel Embiid è +3.9, quello di C.J. McCollum è +5, quello di DeMar DeRozan è +0.3. La sua percentuale effettiva di tiro è sotto al 50%, i Celtics sono 20esimi per offensive rating in situazioni clutch, -4.1 di net rating.

In questo momento, dare il pallone a Jayson Tatum se la tua vita dipendesse da un tiro non è la scelta migliore da fare.

Da qui a sostenere che con Tatum si sia gridato al miracolo troppo in fretta ne passa. Sostenere che a Tatum sia oggi riservato un posto, quello tra i giocatori top della NBA, che non gli compete ancora del tutto è invece condivisibile. Se essere monocorde su un campo da basket non può e non deve essere considerato per forza un limite, è altrettanto vero che si tratta di una tendenza difficile da correggere (ne patiscono anche Donovan Mitchell e Giannis Antetokounmpo, per spendere altri due nomi).

Oggi esiste la possibilità che i Boston Celtics che vedevano in Jayson Tatum il loro Steph Curry possano ritrovarsi in casa un elegantissimo Vince Carter.

Carter è stato un grande campione, ma se tre anni fa qualcuno ne avesse speso il nome dopo quella finale di conference, avrebbe davvero dovuto guardarsi le spalle dal leprecauno di cui sopra.

Oggi?

(Michele Gibin)

boston celtics

Le finali di conference del 2018 hanno forse indirizzato la carriera di Jayson Tatum.

Ma in che verso? La schiacciata rifilata sulla testa di LeBron James sembrava quasi un passaggio di testimone. La giovane promessa dei Celtics sembrava davvero “the next big thing“, pronto a guidare Boston verso quel titolo che manca dal 2008.

Invece adesso dopo 3 anni, non è ancora arrivata la definitiva maturazione cestistica da parte di Tatum. Forse come spesso accade nella NBA di oggi, si ha la fretta di dover creare delle nuove superstar. Un po’ per per una questione di prodotto, ma certamente perchè si è “stanchi” dell’egemonia dei soliti. Ma la verità è che la Lega più bella del mondo è ancora affare dei vari LeBron James, Kevin Durant, Steph Curry, James Harden, Giannis e via discorrendo.

Si cerca troppo spesso un giovane di grande talento che possa aprire al strada alle nuove generazioni, alla conquista della NBA. Discorso analogo si potrebbe fare per Luka Doncic che nel giro di due anni è già da tutti dato come candidato all’MVP e nuovo uomo franchigia pronto a guidare Dallas al titolo. Calma, tutte queste pressioni non posso far bene a dei giovani che potenzialmente possono diventare delle superstar che ora non sono. Per vincere c’è bisogno ancora della “vecchia guardia”. L’esempio lampante si chiama Anthony Davis, che per poter mettersi al dito il suo primo anello NBA,ha dovuto unirsi a LeBron James e ai suoi Lakers. Le finali di conference del 2018 ci hanno fatto scoprire un assoluto talento, ma allo stesso tempo, ci hanno illuso che Jayson Tatum fosse già quella superstar, pronta a guidare Boston.

(Amedeo Jalmar Neri)

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1 Commenta

Giorgio 19 Febbraio 2021 - 0:08

Sono d’accordo.
Tatum ha rallentato la sua ascesa con un eccessiva ricerca del canestro in qualsiasi condizione, tendendo troppo al fade away e poco al ferro quando contrastato.
Non ha ancora imparato a prendersi i tiri liberi che dovrebbe ricevere un giocatore del suo status, anche se spesso gli arbitri non lo aiutano…
Pero’, febbraio postcovid a parte, e’ uno dei 10 migliori attaccanti della lega e in difesa non e’ un Harden, un Irving o un Trae Young, anzi…
Se imparasse a farsi 10-12 pts ai liberi a sera e se la sua ricerca di canestri in qualsiasi condizione alla K.B. portasse a migliori risultati, avremmo tra le mani uno dei 5 giocatori in assoluto piu’ forti della lega, ma al momento il vero leader a Boston continua ad essere, silenziosamente o sotto traccia, Jaylen Brown.
I due sono in realta’ compatibili, sinergici, Tatum e’ un anno e mezzo che sta provando a diventare il nuovo king of the fourth e spesso ci riesce. Brown a fine partita ai prende qualche tiro in meno, ma con la sua energia e atletismo d’elite in Nba si e’ specializzato a dare il segno nella parte iniziale delle partite.
La verita’ e’ che i due stanno proseguendo nella giusta crescita per la loro esperienza. Curry e Thompson alla loro eta’ facevano tanto meglio?
Quello che serve a Boston e’ il giusto contorno ai Jays, un centro che tenga lontano gli avversari dal pitturato mentre cresce il fortissimo, incompleto ed acerbo Timelord, un trattatore di palla che sappia mettere i compagni nelle migliori condizioni per segnare (c’e’ gia’ ed e’ Smart, anche se sembra che tutti l’abbiano dimenticato) ed esterni in grado di difendere aggressivamente e segnare da tre in ritmo con continuita’.
Kobe aveva Shaq, Lebron senza Davis non e’ arrivato ai playoff…
I Jays sono due ali, non sono il play ed il centro come Kobe e Shaq, Stockton e Malone, hanno bisogno di essere cirçondati da giocatori chiave.

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