Qual era la squadra più attesa in questo inizio di stagione?
Facile, i Cleveland Cavaliers.
Qual è quella che ha deluso di più (finora, s’intende)?
Esatto, i Cleveland Cavaliers.
Dopo “The Return”, infatti, la città sul lago è tornata di moda all’interno del mondo NBA. LeBron, Irving e Love tutti insieme in una sola squadra? Troppo per non dare nell’occhio. Fin all’esordio (sconfitta casalinga contro i Knicks), però, la squadra di Blatt non ha impressionato in positivo e poco si è visto di veramente nuovo e innovativo, ad eccezione di un uso della zona più consistente rispetto al passato. I problemi dei Cavs potrebbero essere rincondotti al fatto che sono una squadra quasi totalmente nuova (10 giocatori diversi rispetto allo scorso anno) e con un coach nuovo, il che implica fisiologicamente un tempo di assestamento. Non ci sentiamo dunque di criticare il lavoro svolto da Blatt fin’ora; qualcosa, invece, ci sarebbe da dire sul front office. Vediamo cosa.
Where’s the D?
Cosa vedono gli avversari quando Love, Irving e Waiters sono in campo:

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I tre, infatti, hanno delle stats difensive da brividi: Irving concede al proprio avversario il 51,8% al tiro, Waiters il 52,5% e Love addirittura il 54,4%. Per fare un paragone, Wesley Matthews concede il 37,6%, Pau Gasol il 45,8% e, senza andare troppo lontano, lo stesso James appena il 42,7%. La traduzione in soldoni sarebbe: con 3 giocatori del genere, non si vince. Nonostante il talento offensivo (che c’è in quantità industriali). La difesa è stata infatti il tallone d’achille per i Cavs, che sono 23esimi per punti concessi e 28esmi per percentuale concessa (48,3%, fanno peggio solo TWolves e Lakers). Nella “propria” metàcampo Cleveland può contare su pochi giocatori: Marion, Thompson, Varejao (che però è in fase calante) e, ovviamente, LeBron. Anche questa situazione ha portato Blatt ad utilizzare un po’ di difesa a zona, ma con risultati rivedibili.
Offense: men at work
Se la difesa è stata fin’ora il punto debole dei Cavs, l’attacco è stato il grande punto interrogativo. Potenzialmente, la creatura di Blatt potrebbe essere uno degli attacchi più letali della Lega, in particolare con il quintetto titolare. Love, Irving, Dellavedova e James sono 4 tiratori da 3 mortiferi e Varejao è un passatore e un bloccante eccellente. I giocatori però si conoscono davvero troppo poco per poter giocare un attacco sempre fluido e privo di sbavature (basti pensare agli Spurs che praticamente giocano a memoria da 3\4 anni). Oltre a questo, c’è anche un processo di adattamento che richiede tempo; Irving e Love sono stati prime opzioni per tutta la carriera, mentre ora devono dividere i loro tiri con altri due Big e, dunque, cambiare il loro gioco. L’ex Minnesota è quello, per ora, più in difficoltà. La sua percentuale dal campo è scesa (38,8%, contro il 45% della sua media in carriera), soprattutto a causa del maggior numero di tiri da 3 tentati (quest’anno rappresentano il 43% dei tiri totali, l’anno scorso appena il 35%). LeBron-effect, naturalmente. La presenza del Re, infatti, porta naturalmente Love ad aprire maggiormente il campo, stazionando fuori dall’arco dei 3 punti. Questo sta influendo significativamente anche sui suoi numeri a rimbalzo d’attacco (1,8, minimo in carriera) e sui viaggi in lunetta (3,3 in meno rispetto all’anno passato). Discorso analogo ma risultati diversi per l’MVP degli scorsi mondiali. Anche Irving, infatti, ha aumentato il numero di triple tentate (5,5 a gara), ma i risultati sono stati eccelltenti (41,7%, massimo in carriera). Ciò che comunque è ben chiaro più o meno a tutti, è che Kyrie non è un playmaker nel senso letterale del termine. Non è tanto il numero degli assists che evidenzia questo aspetto (4,7 a partita), ma il suo stile di gioco, che lo porta per natura a creare il tiro prima per se stesso che non per i compagni. Non avere una vero play può essere un problema? Si per qualunque squadra, no per quella in cui gioca LeBron, che se fosse 185 cm, sarebbe considerato una delle prime 3 PG della Lega. Se poi in squadra hai due lunghi passatori come Love e Varejao, il problema non si pone minimamente. La difficoltà sta, semmai, nella divisione delle responsabilità, visto che, per ora, i tre Big stanno giocando un po’ per conto loro (in pratica, quello che succedeva a Miami il primo anno).
Second unit: risorsa o punto debole?
Ho sempre odiato le sorprese: punto debole. Per ora, il secondo quintetto dei Cavs è stato abbastanza disastroso. Anzitutto, non c’è un vero cambio per ruolo; in particolare Blatt non ha a disposizione nè un play di riserva, nè un centro dietro Varejao. Dalla panca giocano minuti consistenti solamente in 3: Marion, Thompson e Waiters (sta guadagnando qualcosa Joe Harris). Per il resto un vuoto totale. Mike Miller completamente escluso dalle rotazioni, così come i vari Jones, Haywood e Amundson. Queste carenze in panchina stanno costringendo James, Irving e Love agli straordinari (sono, rispettivamente, 3°, 4° e 7° per minuti di media nella NBA), che rischiano così di arrivare stanchi ai Playoffs, cosa che non si possono certo permettere (lo stesso LeBron ha dichiarato che il suo minutaggio è troppo alto). Meriterebbe un capitolo a parte Dion Waiters, che è veramente un giocatore irritante da vedere e deleterio per la sua squadra. Di seguito un video riassuntivo della sua selezione di tiro:
E pensare che in difesa è anche peggio.
Per le sole statistiche: 9,1 punti, 1,3 rimbalzi, 1,7 assists, 37,7% al tiro, 29% da 3, 68% ai liberi, 22% da catch and shoot (…).
La colpa, come accennato nell’introduzione, ricade per forza di cose sul front office, che per ora ha messo nelle mani di Blatt dei giocatori difficilmente compatibili e pochi cambi affidabili. A meno di grossi interventi sul mercato (ma il materiale da trade non è così appetibile), sarà una lunga stagione a Cleveland.
The Mistake On The Lake
Leonardo Zeppieri


