Come è possibile essere ancora oggi innamorati dei Philadelphia 76ers, dopo tanti anni disastrosi e un roster pieno di giocatori da costruire? Al cuor non si comanda, ma qui abbiamo un record che parla chiaro (5-37 al momento in cui scrivo, ndr) e una squadra che sembra costruita a caso. In realtà è tutto un piano, una strategia studiata a tavolino dal General Manager Sam Hinkie. Un piano per conquistare la NBA, ma che ha conquistato pochi supporters. Un piano che necessita molta pazienza. Un piano che dall’inizio di dicembre, con l’innesto di Jerry Colangelo come supervisore ai Sixers (decisione “apprezzata” anche dal Commissioner NBA Adam Silver), sembra essere stato definitivamente bocciato. Una bocciatura che arriva proprio quando il tanking stava arrivando ai massimi – o minimi – livelli.
Ma non preoccupatevi: nonostante Colangelo i Sixers hanno comunque notevoli possibilità di ottenere la prima scelta assoluta, perché nonostante gli sforzi dell’head coach Brett Brown e gli ultimi innesti la squadra è veramente pessima. La prima scelta assoluta quest’anno significherebbe molto probabilmente prendere Ben Simmons, giovane fuoriclasse da LSU, uno di quei giocatori che sembra poter cambiare da solo le sorti di una franchigia.
Il piano è stato bocciato e dopo l’arrivo di Colangelo sono stati ingaggiati dei giocatori totalmente opposti alla filosofia adottata negli ultimi 3 anni da Hinkie. Il ritorno di Ishmael Smith, play 27enne, che aveva giocato già uno scampolo di stagione a Philadephia l’anno scorso; l’ingaggio di Elton Brand, ala-centro 36enne, per fare da “chioccia” a Jahlil Okafor. Per fare spazio a Brand, è stato necessario tagliare Christian Wood, il profilo di giocatore che il GM Sam Hinkie ha sempre preferito da quando è in carica ai Sixers: giovane, interamente (o quasi) da costruire e a basso prezzo. Un segno abbastanza chiaro che denota l’inversione di rotta.
“The Process”, così come è stato chiamato, ha avuto sin dall’inizio l’obiettivo di arrivare a qualche giovane importante tramite il draft. Nel frattempo lo spazio salariale disponibile è aumentato a dismisura, e questo avrebbe dovuto portare probabilmente all’acquisizione di qualche free agent importante.
I problemi, in un’attuazione sistematica del tanking come questa, sono vari e se non hai fortuna non tardano ad arrivare. Innanzitutto il draft non è scienza esatta, è risaputo. Arrivare ultimo tutti gli anni non assicura nulla, nonostante i Cleveland Cavs abbiano dimostrato nel periodo senza LeBron che tutto è possibile, raccogliendo ben 3 prime scelte assolute in 4 anni. Hinkie avrà preso ispirazione dalla franchigia dell’Ohio? Non lo sapremo mai, e nemmeno ci interessa.
Avere una squadra così poco competitiva per tanti anni, inoltre, porta altre conseguenze. Il rapporto col pubblico indubbiamente si raffredda. Da questo punto di vista le due stagioni precedenti a questa sono state pessime, una media totale di 13’904 spettatori a sera su una capienza massima di 20’328 (si è avuto però un sensibile miglioramento in questa stagione, con un migliaio di spettatori in più a sera, ma i 76ers rimangono tra gli ultimi in questa speciale classifica dominata dai Bulls[1]).
Inoltre, una squadra senza alcune velleità di vittoria come Philadelphia ha pochissime possibilità di portare a casa un free agent di alto livello. In un’epoca in cui il salary cap sta per schizzare a mille – praticamente tutte le squadre potranno offrire contrattoni succulenti – e in un periodo storico in cui i giocatori migliori cercano non tanto i soldi, quanto la situazione per loro più congeniale alla conquista di un titolo NBA, tutti questi soldi da spendere per i Sixers sono quasi carta straccia.
Jerry Colangelo, uomo di fiducia della NBA, noto per aver brillantemente risolto questioni spinose durante la sua carriera (a lui fu affidata la direzione del Team USA Basketball dopo la disfatta alle Olimpiadi di Atene del 2004, e dal 2008 grazie alla sua direzione più rigida la nazionale statunitense è tornata ad essere il rullo compressore che tutti conosciamo), è stato alla guida dei Phoenix Suns per lunghissimo tempo e ha vinto il premio di “NBA Executive of the year” per ben 4 volte – unico a riuscirci nella storia NBA. GM della squadra dell’Arizona dal 1969, ne è diventato proprietario nel 1987, per poi lasciare la franchigia nel 2004.
Si dice che il Commissioner Adam Silver abbia avallato (e forse di più…) l’ingaggio dell’”aggiusta-tutto” Colangelo anche a causa dei sempre più frequenti rumours che vedevano le altre franchigie della Lega infastidite dallo scarso numero di biglietti venduti in occasione delle partite che vedevano ospiti i Sixers.
Insomma, l’NBA è stata chiara: DISTRUST THE PROCESS. Ma nonostante tutto, basterebbe un Ben Simmons per cambiare tutto.
Per NBAPassion.com
Francesco Gulfo

