Home NBA, National Basketball AssociationNBA in Evidenza NBA e Buyout, che fare? Il caso Aldridge e il punto di non ritorno

NBA e Buyout, che fare? Il caso Aldridge e il punto di non ritorno

di Michele Gibin

E possibile che la decisione di LaMarcus Aldridge di firmare per i Brooklyn Nets e diventarne il sesto All-Star in squadra, diventi la classica goccia che fa traboccare il proverbiale vaso?

Difficile dirlo oggi, ma la decisione – completamente legittima e regolare – di Aldridge potrebbe diventare un punto di non ritorno per le attuali regole salariali che determinano i limiti e le modalità delle risoluzioni contrattuali dei giocatori NBA.

I fatti: solamente in questa stagione, degli ex All-Star come Blake Griffin, Andre Drummond, LaMarcus Aldridge e per ultimo Al Horford sono stati a un certo punto messi fuori dalle rispettive squadre, nel tentativo di risparmiare loro degli infortuni e di imbarcarsi in scenari di trade improbabili, sia per l’entità dei loro contratti, sia per per il fatto che – nel caso di Aldridge e Drummond – questi sarebbero andati a naturale scadenza a fine stagione.

Tre giocatori che contano assieme 15 convocazioni all’All-Star Game in carriera hanno scelto o sceglieranno a breve (Drummond) la loro nuova sistemazione, e due di questi (Griffin e Aldridge) hanno scelto la stessa squadra, i Nets che anche grazie alle scelte di Pistons e Spurs e alla loro forza contrattuale (ergo, una squadra favorita per vincere il titolo NBA, in un grande mercato come New York) hanno avuto vita facile per aggiungere in squadra talenti da All-NBA, a prezzo di saldo.

Nei fatti, Spurs, Pistons e Cavs hanno pagato dei giocatori per far sì che questi fossero liberi di accasarsi altrove. Le tre squadre in questione non hanno guadagnato nulla da tali operazioni, Cavs e Spurs hanno tentato fino all’ultimo secondo di inserire Drummond e Aldridge in una trade. Quello che qui in Italia definiremmo pia illusione.

Uno scenario che rientra perfettamente in ciò che al momento è permesso a squadre e giocatori in materia di “buyout“, nient’altro che buonuscite in cui un giocatore applica un dato “sconto” alla squadra con cui è sotto contratto per essere liquidato e cercare altra sistemazione. Il fatto che Griffin e Aldridge abbiano poi scelto la squadra più forte disponibile rispetto a franchigie che in teoria avrebbero potuto offrir loro più soldi, non necessità neppure di spiegazione.

Quel che la NBA rischia, qualora tali casi dovessero aumentare (vi sono con Kevin Love, John Wall e Al Horford almeno altri tre casi da seguire nei prossimi mesi), è che si incrini la percezione sia nei tifosi che nelle altre squadre, e soprattutto nei cosiddetti small market, del concetto di competitive balance. Ovvero della possibilità teorica che più squadre possano trovarsi contemporaneamente con una possibilità concreta di giocare per vincere. Uno dei cardini su cui la NBA è costruita e di cui la lega stessa si vanta.

La NBA è già intervenuta in passato per correggere escamotage al contratto collettivo (CBA) che permettessero. ad esempio, a una squadra di tagliare un giocatore, e passato un periodo di moratoria di 30 giorni, rimetterlo sotto contratto al minimo salariale.

Nel 2004, per completare la trade che avrebbe portato a Detroit Rasheed Wallace, i Pistons spedirono tra gli altri il veterano Lindsey Hunter ai Boston Celtics. Hunter venne quindi tagliato immediatamente da Boston e rimesso sotto contratto da Detroit al primo momento possibile.

Nel 2005 la stessa cosa avvenne per Gary Payton, spedito da Boston ad Atlanta va trade, poi tagliato dagli Hawks per fare ritorno ai Celtics e completare la stagione in biancoverde. E ancora nel 2011 i Cleveland Cavs di LeBron James rimisero sotto contratto Zydrunas Ilgauskas dopo averlo inserito nella trade che portò ai Cavaliers Antawn Jamison

Una pratica all’epoca permessa dal contratto collettivo, e che le squadre avevano preso a utilizzare per far quadrare trade dal punti di vista salariale senza però rinunciare a quel particolare giocatore, prontamente rimesso sotto contratto. E pratica proibita dal 2011, quando NBA, NBPA e proprietari rinegoziarono il nuovo contratto collettivo di lavoro.

Il presente CBA scadrà nel 2023, e c’è da scommettere che tante saranno le voci che chiederanno nuove regole per regolamentare i buyout. La differenza? Nel 2011 il Commissioner NBA era “l’interventista” David Stern, nel 2023 a trattare per la lega vi sarà Adam Silver il cui governo si è finora distinto per una politica accomodante verso i giocatori. Silver è anche la persona che ha salvato la stagione NBA 2019\20 con il progetto della bolla di Orlando, che ha condiviso la necessità dei giocatori di appoggiare la lotta di Black Lives Matter e per i diritti civili, ed è considerato un riformatore, che ha voluto e fatto approvare i play-in e che crede nel progetto di tornei intra-campionato e a una regular season nuova.

Toccare le regole salariali e – di fatto – la libertà di scelta dei giocatori è però altro teatro. Soprattutto nell’epoca del player empowerment e delle star che scelgono di giocare assieme, dove farlo e per quanto tempo.

Se però dal 2024 tali regole dovessero davvero cambiare, ricordiamoci del 2021, della scelta di LaMarcus Aldridge e, chissà, della corsa al titolo NBA 2021 dei Brooklyn Nets dei 6 All-Star.

Un super-super team.

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