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NBA Power Ranking 2019/20 – Seconda parte

di Stefano Belli

Che la nuova era abbia inizio! L’estate che ha cambiato ogni cosa è ormai finita. Purtroppo, visto che costumi da bagno e zaini sono tristemente riposti negli armadi e nelle cantine; ma anche per fortuna, dato che l’attesa per la nuova stagione NBA non era mai stata così febbrile. Il 22 ottobre partirà la regular season 2019/20 e l’impressione della vigilia è che a cambiare non sarà solo il decennio, ma anche il volto della lega.

Con la dinastia dei Golden State Warriors che sembra giunta al tramonto e con molte superstar che hanno cambiato maglia, i pronostici sono incerti come non accadeva da parecchio tempo. Come da tradizione, ci avviciniamo alla prima palla a due con il nostro Power Ranking. Metteremo in fila le trenta franchigie NBA, partendo da quella sulla carta meno attrezzata e arrivando a quella che, più di ogni altra, può ambire a chiudere con una parata celebrativa questo 2019/20. Una classifica stilata a giochi fermi, e che quindi verrà quasi certamente stravolta dal responso del campo, ma che è comunque una buona occasione per analizzare come si presentano le squadre sulla griglia di partenza. Tutti in postazione: arriva la Top  15!

(QUI TROVATE LA PRIMA PARTE)

 

15 – Orlando Magic

Quando sembrava che la ricostruzione fosse destinata a durare in eterno, ecco il traguardo inatteso: i playoffs. Orlando ha interrotto un digiuno da post-season che durava dal 2012, quando Dwight Howard dominava incontrastato sotto i tabelloni. Parte del merito va indubbiamente alla scarsa concorrenza, ma i Magic della passata stagione somigliavano finalmente a una squadra solida, dopo anni di continui stravolgimenti ed esperimenti falliti.

Per tentare la difficile riconferma in questo 2019/20, il roster è stato lasciato com’era; partiti Jerian Grant e Timofey Mozgov (non proprio due pilastri dell’organizzazione), l’unico innesto rilevante è stato quello di Al-Farouq Aminu, veterano di mille battaglie in uscita da Portland. Chuma Okeke, ala grande da Auburn scelta con la sedicesima chiamata al draft, salterà tutta la stagione per un grave infortunio al ginocchio, patito durante lo scorso torneo NCAA. I movimenti più importanti dell’estate di Orlando sono stati i rinnovi di Nikola Vucevic (quadriennale da 100 milioni di dollari) e Terrence Ross (stessa durata, ma per ‘soli’ 54 milioni), tra i grandi protagonisti della sorprendente qualificazione ai playoffs.

Magic preview 2019/20

Nikola Vucevic, Terrence Ross, Evan Fournier e Aaron Gordon saranno i leader di Orlando anche nella stagione 2019/20

La scelta è chiara: puntare sull’usato sicuro, sperando che il montenegrino si confermi un All-Star (e magari che venga finalmente raggiunto a quel livello da Aaron Gordon) e che Ross, Evan Fournier e D.J. Augustin continuino a dare certezze in termini di produzione offensiva.

Una strategia che mette ulteriore pressione ai ‘giovani talenti inespressi’, una costante dei Magic post-Howard. Jonathan Isaac ha mostrato qualche segnale incoraggiante al secondo anno da professionista, mentre Mohamed Bamba, la cui difficile stagione da rookie è stata compromessa da un infortunio alla gamba, rischia di essere ulteriormente chiuso dal rinnovo di Vucevic. Se i due dovessero riuscire a dare sfogo al loro immenso potenziale, Orlando potrebbe fare più rumore del previsto, nella Eastern Conference.

A proposito di giovani, il 2019/20 sarà il nuovo inizio della carriera di Markelle Fultz, prima scelta assoluta di Philadelphia al draft 2017.Dopo essere stato ‘scaricato’ dai Sixers per via dei misteriosi problemi alla spalla e di un complicatissimo impatto con il pianeta NBA, l’ex stella dei Washington Huskies è determinata a prendersi più di una rivincita. E se fosse lui il vero ‘X Factor’ dei Magic?

 

14 – Detroit Pistons

Come Orlando, anche Detroit punta sulla continuità. Un’idea che non scalda particolarmente i cuori degli appassionati, visto il vortice di mediocrità in cui la franchigia è intrappolata da anni, ma una strategia che, in una stagione così incerta come il 2019/20, potrebbe dare frutti inattesi.

A parte la scelta del diciottenne franco-guineano Sekou Doumbouya con la quindicesima chiamata al draft, la off-season dei Pistons ha visto un notevole ricambio di veterani; via Zaza Pachulia (che ha annunciato il ritiro), Glenn Robinson, Ish Smith, Wayne Ellington e Josè Calderon, sono arrivati Tim Frazier, Tony Snell, Markieff Morris, Joe Johnson e Derrick Rose. Gli ultimi due meritano particolare attenzione. ‘Iso Joe’ è il primo giocatore di sempre a rientrare nella NBA dopo l’esperienza nella BIG3, la lega di basket tre-contro-tre fondata dal rapper Ice Cube, di cui Johnson è appena stato nominato MVP. Difficilmente troverà un gran minutaggio a Detroit, ma il tentativo è degno di assoluto rispetto.

Da sinistra. Reggie Jackson, Blake Griffin, Andre Drummond e Derrick Rose

Da sinistra, Reggie Jackson, Blake Griffin, Andre Drummond e Derrick Rose

D-Rose arriva nella ‘MoTown’ dopo la stagione della rinascita con i Minnesota Timberwolves. Se la sua parabola si confermasse in risalita, potrebbe incoraggiare la franchigia a disfarsi di Reggie Jackson, point guard titolare in scadenza di contratto, per arrivare a qualche rinforzo.

Pur essendo già da playoffs allo stato attuale, ai Pistons manca ancora la singola mossa che potrebbe renderli pericolosi ai piani alti della Eastern Conference. Se Blake Griffin e Andre Drummond sono indubbiamente una delle migliori coppie di lunghi della lega, le rotazioni degli esterni sono ridotte all’osso. Qualora Rose partisse nuovamente da sesto uomo, di fianco a Jackson giocherebbe uno fra Luke Kennard, Langston Galloway e Bruce Brown. La panchina di coach Dwane Casey è al momento una delle più ‘corte’; oltre ai super-veterani, ci sono giocatori ancora in cerca di un’identità come Snell e Thon Maker e una serie di ‘onesti mestieranti’ NBA. Un po’ pochino, per tentare il colpo grosso…

 

13 – San Antonio Spurs

Nella spietata lotta per un piazzamento ai playoffs 2019/20, bisognerà fare i conti con un avversario ben noto. I San Antonio Spurs non saranno più una squadra da titolo, ma la loro presenza in post-season è una certezza da oltre vent’anni. Nella passata stagione sono riusciti a qualificarsi nonostante l’assenza della loro point guard titolare (Dejounte Murray), un’evidente incostanza di rendimento e la tendenza sempre maggiore ad affidarsi ai super-veterani. In questo 2019/20, il rientro di Murray permetterà ai texani di riprendere il percorso interrotto bruscamente un anno fa. Al suo fianco ci sarà Derrick White, che ha coronato l’impressionante crescita degli ultimi mesi con il viaggio ai mondiali cinesi agli ordini di Gregg Popovich. Nonostante il risultato deludente, l’esperienza potrebbe avergli dato enormi benefici in termini di maturità e consapevolezza.

Di sicuro, la parentesi alla guida di Team USA sembra aver rinvigorito Pop, che appare entusiasta come non mai. Murray e White sono le punte di diamante di un nucleo giovane che potrebbe dare agli Spurs il tanto atteso ricambio generazionale. Oltre a loro ci sono Lonnie Walker, Jakob Poltl, il nuovo arrivato Trey Lyles e i rookie Luka Samanic (ala grande dall’Olimpia Lubjana), Keldon Johnson (promettente esterno da Kentucky) e Quinndary Weatherspoon (guardia da Mississippi State).

DeMar DeRozan e Dejounte Murray, tra gli osservati speciali degli Spurs 2019/20

Per capire se questi prospetti si riveleranno i nuovi Tony Parker e Manu Ginobili ci vorrà tempo; la tradizione della casa insegna che gli uomini di punta saranno sempre i veterani. Sotto questo aspetto, il roster degli Spurs è decisamente fornito; a quelli del nucleo storico (Patty Mills, Bryn Forbes e Marco Belinelli, all’ultimo anno di contratto) e ai nuovi pilastri (DeMar DeRozan, LaMarcus Aldridge e Rudy Gay) si è aggiunto DeMarre Carroll, arrivato da una trade a più squadre che ha visto, inoltre, la partenza di Davis Bertans in direzione Washington. Anche Marcus Morris sembrava intenzionato a unirsi alla truppa nero-argento, salvo poi fare dietro-front e accettare la più remunerativa offerta dei Knicks (15 milioni di dollari per un anno).

Il piano di San Antonio per il 2019/20 sembra lo stesso delle ultime stagioni: dare il giusto spazio ai giovani per integrarli gradualmente nel sistema, ma puntare sulla ‘vecchia guardia’ per proseguire la ultra-ventennale tradizione playoffs. Per tener testa alla sempre più agguerrita concorrenza (un biglietto dovrebbe essere già prenotato dai Lakers, e dalle retrovie Kings e Mavericks potrebbero diventare una minaccia concreta), Popovich avrà a nuovamente a disposizione l’alleato più importante della sua carriera; con Ettore Messina che ha scelto Milano, nello staff degli assistenti è entrato tale Tim Duncan. Pare che lui e Pop si conoscano bene… 

 

12 – Portland Trail Blazers

Quella passata è stata per i Blazers la miglior stagione negli ultimi vent’anni. Le finali di Conference sono state raggiunte anche grazie alle difficoltà di OKC e allo scontro anticipato fra Warriors e Rockets, ma la truppa di Terry Stotts si è dimostrata la squadra più solida e organizzata al di fuori della Bay Area.

Nel difficile tentativo di ripetersi in questo 2019/20, Portland ha mantenuto inalterata la sua struttura di base, rinnovando il contratto di Rodney Hood (16 milioni per due anni) e offrendo una stratosferica estensione a quello di Damian Lillard (quadriennale da 196 milioni, con una player option da 54,3 per il 2024/25). Allo stesso tempo, la dirigenza ha dato notevoli ritocchi al supporting cast. Partiti Enes Kanter, Seth Curry, Al-Farouq Aminu e Jake Layman e scambiati Evan Turner, Moe Harkless e Meyers Leonard, sono arrivati Kent Bazemore, Hassan Whiteside, Mario Hezonja, Anthony Tolliver e Pau Gasol (con la speranza che sia ancora in grado di stare in campo).

Damian Lillard e C.J. McCollum, colonne dei Blazers

Il draft ha portato Nassir Little, ala da North Carolina che, un anno fa, veniva indicata tra i migliori prospetti collegiali. Little va a rinfoltire un discreto nucleo giovane (da tenere d’occhio anche Anfernee Simons, Gary Trent Jr. e Zach Collins) e dà maggiore profondità al reparto lunghi. In attesa del rientro di Jusuf Nurkic dal grave infortunio alla gamba patito prima degli scorsi playoffs, Collins e Whiteside si alterneranno sotto canestro. Il primo dovrà dare seguito agli interessanti miglioramenti visti l’anno scorso, il secondo (in scadenza di contratto) sarà un’inedita presenza difensiva nel quintetto di Stotts. Per il resto, chiavi saldamente nelle mani di Damian Lillard e C.J. McCollum.

Con l’incertezza che in questo 2019/20 regna sovrana, andare sul sicuro potrebbe rivelarsi un clamoroso affare.

 

11 – Brooklyn Nets

Il sottotitolo del 2019/20 dei Nets potrebbe essere “Waiting for KD”. Anche se è inevitabile pensare a quello che sarà la squadra con il rientro in campo di un signore del gioco come Kevin Durant, nella stagione ormai alle porte Brooklyn dovrà dimostrare quanto vale.

In estate, la franchigia ha compiuto il grande salto: da rivelazione della Eastern Conference a credibile pretendente al titolo NBA. Per farlo ha dovuto sacrificare D’Angelo Russell, il giocatore-simbolo della ‘rinascita’ sotto la gestione Sean MarksKenny Atkinson. In quella che è diventata una trade con gli Warriors per Durant, sono partiti anche Shabazz Napier e Treveon Graham. Altri scambi hanno mandato DeMarre Carroll a San Antonio e Allen Crabbe ad Atlanta (in cambio di Taurean Prince), mentre la free agency ha portato via Rondae Hollis-Jefferson, Ed Davis e Jared Dudley.

In attesa di Kevin Durant, i Nets 2019/20 saranno nelle mani di Caris LeVert (a sinistra) e Kyrie Irving

Perdite significative, in alcuni casi, ma necessarie per trasformarsi in una grande squadra, almeno sulla carta. Dopo le decisioni di Durant, Kyrie Irving e DeAndre Jordan (la cui firma, a quanto pare, è stata ‘pretesa’ dagli altri due) sono stati ingaggiati i veterani Wilson Chandler, Garrett Temple e Lance Thomas e i giovani David Nwaba e Henry Ellenson. Questi ultimi, insieme a Prince, Joe Harris, Caris LeVert, Rodions Kurucs e Jarrett Allen, compongono un gruppo di grande prospettiva, ma già pronto a contribuire da subito. In particolare, ci si aspetta un importante salto di qualità da parte di LeVert e Allen. Il primo sembrava destinato all’All-Star Game, finché un brutto infortunio ne ha compromesso la stagione. Il numero 31 è sulla buona strada per diventare uno dei migliori centri NBA, ma l’arrivo di Jordan rischia di togliergli spazio.

La ciliegina sulla torta del supporting cast a disposizione di Atkinson resta comunque Spencer Dinwiddie, reduce dalla miglior annata in carriera e giustamente premiato con un’estensione di contratto triennale da 34 milioni di dollari. La sua presenza sarà fondamentale per favorire l’inserimento di Kyrie Irving, il quale dovrà fare tesoro dell’agrodolce esperienza di Boston per imporre la sua leadership senza forzature, mettendo le necessità dell’organizzazione davanti alle ambizioni individuali. D’altronde, lui, KD e DJ hanno scelto di riunirsi a Brooklyn (invece che a Manhattan) perchè hanno ritenuto valido il progetto dei Nets. Ora devono dimostrare che i grandi giocatori possono diventare parte di un ottimo sistema (senza stravolgerne i principi), e renderlo vincente.

I playoffs raggiunti lo scorso aprile sono stati il coronamento di una crescita costante; la stagione 2019/20, aspettando il nuovo numero 7, servirà come prova generale per l’ultimo passo, quello che porta al titolo.

 

10 – Indiana Pacers

Dopo che il grave infortunio occorso a Victor Oladipo le aveva tarpato le ali nella passata stagione, Indiana è stata tra le grandi protagoniste dell’ultima estate, e si candida a un ruolo di primissimo piano nel 2019/20. Prima ha selezionato Goga Bitadze, centro georgiano del Buducnost, con la diciottesima scelta al draft, poi si è letteralmente scatenata sul mercato. Per sopperire alle partenze di Cory Joseph, Wesley Matthews, Bojan Bogdanovic, Thaddeus Young e Kyle O’Quinn e agli addii piuttosto insoliti di Darren Collison (ritiratosi dal basket per dedicarsi alla professione di fede) e Tyreke Evans (sospeso per due anni per violazione delle norme antidroga), la dirigenza ha messo a segno alcuni colpi notevoli.

Domantas Sabonis (#11), Victor Oladipo (#4), Malcolm Brogdon (#7) e Myles Turner (#33)

Il più importante si chiama Malcolm Brogdon. Il Rookie Of The Year 2016/17 è da poco diventato l’ottavo giocatore NBA ad entrare nel ’50-40-90 club’ (almeno il 50% dal campo, il 40% da tre punti e il 90% ai tiri liberi nell’arco della stagione). Non sono però le statistiche ad averlo reso in poco tempo un pilastro dei Milwaukee Bucks, bensì l’innata maturità cestistica e la duttilità su entrambi i lati del campo. Dopo aver rifirmato a peso d’oro gli altri elementi chiave della squadra, Milwaukee non ha potuto permettersi di tenerlo, così ha dovuto ‘regalarlo’ ai Pacers, in cambio di una serie di scelte future. Brogdon e Oladipo (il cui rientro è previsto per dicembre) formano un backcourt titolare di primissimo livello, ma è l’intero reparto esterni di coach Nate McMillan ad essere nettamente migliorato.

Gli innesti di T.J. McConnell, Jeremy Lamb, T.J. Warren e Justin Holiday garantiranno esperienza e, soprattutto, capacità di mettere punti a referto; l’anno scorso, senza Oladipo, l’unico a garantire una certa continuità offensiva è stato Bogdanovic, oggi agli Utah Jazz. Per poter davvero spaventare la Eastern Conference, Indiana ha però bisogno di una prova di maturità da parte dei suoi giovani lunghi, Domantas Sabonis e Myles Turner. Il loro potenziale è fuori discussione; se riuscissero a compiere il loro destino a ed evolversi in due All-Star, i Pacers potrebbero far girare più di una testa, in questo 2019/20.

 

9 – Boston Celtics

E’ vero: quest’estate, i Celtics hanno perso tantissimo. Nel giro di poche settimane, Kyrie Irving, Al Horford, Marcus Morris, Aron Baynes, Terry Rozier e Guerschon Yabusele hanno lasciato Boston; praticamente, mezza squadra. Si tratta però di addii inevitabili.

La scintilla tra Irving e il resto dell’ambiente non è mai scoccata, le offerte economiche fatte da Sixers e Knicks a Horford e Morris erano poco ragionevoli da pareggiare, Rozier cercava un posto da titolare, Baynes e Yabusele sono stati lasciati andare per motivi salariali. Considerando che anche la pista Anthony Davis, di cui si parlava in primavera, è (consensualmente) sfumata presto, verrebbe da definire la off-season biancoverde un fallimento. Invece, mai come in questo caso si può utilizzare il concetto di ‘less is more’.

Alla vigilia di questo 2019/20, Boston punta a riprendere il sentiero interrotto l’anno scorso. Kemba Walker, il grande colpo della free agency, è certamente meno talentuoso di Irving, ma sembra più adatto per guidare la squadra di Brad Stevens. Se Kyrie era il campione NBA arrivato a Boston per insegnare ai giovani Celtics come vincere, Kemba è approdato nel Massachusetts per imparare a vincere, per impararlo insieme alla squadra, dopo anni di rispettive delusioni. Con ogni probabilità non ripeterà i 25.6 punti di media della scorsa stagione, quando predicava nel deserto di Charlotte.

Marcus Smart, Jaylen Brown, Jayson Tatum e Kemba Walker con Team USA

Per provare davvero a mettere le mani su quel dannato trofeo, sarà necessario facilitare l’esplosione di chi un All-Star non lo è ancora, ma ha il potenziale per diventarlo. Per Jayson Tatum e Jaylen Brown, il 2019/20 sarà una prova di maturità. Se vogliono farsi un nome in NBA, è il momento di dimostrarlo; il destino di Boston passa soprattutto dalle loro mani. La deludente esperienza in Cina con Team USA ha permesso a Walker di prendere maggiore confidenza con le due giovani promesse e con Marcus Smart, colonna portante dei Celtics di Stevens.

Detto del maggiore equilibrio rispetto al recente passato, le numerose partenze estive incideranno soprattutto sulla profondità del roster. Per quanto riguarda gli esterni, coach Stevens non avrà particolari problemi; Brown e Tatum possono ricoprire almeno tre ruoli, Walker e Smart possono alternarsi in campo o giocare insieme e Gordon Hayward ha mostrato di potersi lasciare alle spalle le gravi difficoltà post-infortunio. Il draft ha portato due giocatori acerbi, ma interessanti: Carsen Edwards, protagonista di un’ottima Summer League, e Romeo Langford, grande promessa liceale reduce da una stagione in chiaroscuro con gli Indiana Hoosiers. Il reparto lunghi è invece piuttosto scarno. Enes Kanter è forse più produttivo di Horford in attacco, ma scompare di fronte a ciò che portava ‘Big Al’ nella metà campo difensiva. Le alternative sono i giovani Daniel Theis (fresco di rinnovo) e Robert Williams e i due rookie Vincent Poirier e Tacko Fall. Non proprio una corazzata, da opporre al Joel Embiid di turno…

 

8 – Utah Jazz

Ormai il tema portante di questo 2019/20 è chiaro: la NBA è in cerca di nuovi padroni. I Toronto Raptors hanno da poco dimostrato che, in un’annata di transizione fra due epoche, la sorpresa è dietro l’angolo. E se c’è una squadra che potrebbe approfittare della mancanza di alchimia o dell’inesperienza delle rivali, quella è indubbiamente Utah.

In estate, i Jazz hanno fatto tutto quello che serviva per avvicinarsi ulteriormente ai top team della Western Conference. Prima del draft hanno spedito a Memphis Grayson Allen, Jae Crowder, Kyle Korver e due prime scelte per ottenere dai Grizzlies il loro ultimo condottiero: Mike Conley. Dopodiché hanno completato l’opera con la free agency; ‘scaricando’ Raul Neto e Derrick Favors e chiudendo la porta in faccia al ritorno di Ricky Rubio, hanno liberato spazio per firmare Bojan Bogdanovic, Emmanuel Mudiay, Jeff Green e Ed Davis.

Mike Conley e Donovan Mitchell

I nuovi innesti sembrano perfetti per colmare le lacune mostrate dagli uomini di Quin Snyder nelle ultime due edizioni dei playoffs, entrambe finite per mano dei Rockets. Conley sarà un leader aggiunto e potrà contribuire in maniera significativa su entrambi i lati del campo. Mudiay si presenta come un backup di tutto rispetto, dopo aver giocato il suo miglior basket con la maglia dei derelitti New York Knicks. Green e Davis daranno profondità al reparto lunghi. Bogdanovic, che sul finire della scorsa stagione è stato il miglior giocatore degli Indiana Pacers orfani di Victor Oladipo, rappresenterà una validissima alternativa in attacco. Insieme a Conley (realizzatore molto più affidabile, rispetto a Rubio), toglierà qualche responsabilità all’indiscussa stella della squadra: Donovan Mitchell.

Dopo una fantastica stagione da rookie, un secondo anno iniziato così così e finito alla grande e un Mondiale da protagonista con Team USA, nel 2019/20 ‘Spida’ sembra destinato alla definitiva consacrazione. Con una squadra sulla carta migliore rispetto all’anno scorso e con le nuove esperienze accumulate, può ambire quantomeno al debutto all’All-Star Game, se non addirittura a inserirsi tra gli outsider per l’MVP. Il concetto di outsider può benissimo valere anche per i suoi Jazz; magari non avranno individualità altisonanti, ma vantano una delle migliori difese NBA (guidata dal due volte Defensive Player Of The Year Rudy Gobert), uno degli allenatori più preparati (Snyder) e un nucleo ormai consolidato. Come dicono da quelle parti: “Take Note”!

 

7 – Denver Nugets

Se questo Power Ranking si riferisse solo alla regular season 2019/20, Denver si troverebbe certamente più avanti. La nostra classifica, invece, si basa sulle possibilità (teoriche) di competere per il titolo e, in questo caso, i Nuggets partono con due svantaggi, rispetto alle formazioni che troveremo alle posizioni superiori: la scarsa esperienza playoffs e il fatto di trovarsi in una Conference ricca di grandi giocatori, fattore che dovrebbe fare la differenza quando la posta in palio si alzerà.

Ciò premesso, Denver è una delle migliori squadre NBA. Dopo il secondo piazzamento a Ovest ottenuto l’anno scorso e l’accesso alle finali di Conference sfumato solo in gara 7, il gruppo è stato mantenuto pressoché intatto, con l’eccezione dei poco rimpianti addii di Trey Lyles, Tyler Lydon e Isaiah Thomas. In entrata, i movimenti sono stati pochi, ma eccellenti: a Jamal Murray, straordinario durante gli scorsi playoffs, è stata concessa una meritata estensione contrattuale da 170 milioni di dollari in cinque anni. Cifre importanti, ma certamente sostenibili da una delle franchigie più giovani della lega. La free agency ha portato Jerami Grant, reduce da un’ottima stagione a Oklahoma City; un giocatore che darà al reparto lunghi atletismo, difesa e pericolosità dall’arco (39% da tre punti nel 2018/19, con quasi 300 tentativi).

Nikola Jokic

Dal draft, dopo una trade con Miami, è arrivato Bol Bol, figlio del mitico Manute. Il centro da Oregon era indicato tra i migliori prospetti di questa classe, ma un infortunio al piede sinistro ne ha fatto calare drasticamente le quotazioni. Una storia simile a quella di Michael Porter Jr., la vera, grande novità del 2019/20 dei Nuggets. Dopo aver saltato interamente la passata stagione per cercare di risolvere i cronici problemi alla schiena, l’MVP del McDonald’s All-American Game 2017 è finalmente pronto al debutto. Il talento sembra quello di un purosangue; se riuscirà a mantenersi in salute e a integrarsi velocemente in una squadra che ambisce a traguardi importanti, la franchigia avrebbe pescato un clamoroso coniglio dal cilindro.

Coach Mike Malone ha a disposizione uno dei roster più profondi e talentuosi della lega. L’asse portante sarà sempre quello formato da Murray, Gary Harris e Nikola Jokic. Il serbo arriva da un 2018/19 in cui è entrato in lizza per l’MVP, ma anche da un Mondiale decisamente sottotono. La nuova stagione sarà quella della sua definitiva consacrazione, oppure il vertice della parabola è già stato raggiunto? Tralasciando il veterano Paul Millsap (il cui mostruoso contratto da 30 milioni annui è in scadenza), il supporting cast è formato da elementi giovani, ma già affidabili e d’impatto. Torrey Craig si è conquistato con pieno merito un posto in quintetto, mentre dalla panchina si alzeranno Montè Morris, Malik Beasley, Will Barton, Jerami Grant, Juancho Hernangomez e Mason Plumlee, oltre ai rookie Porter Jr. e Bol. Davvero tanta roba!

  

6 – Philadelphia 76ers

La sconfitta in gara 7 del secondo turno dei playoffs 2019 brucia ancora, per il modo in cui è arrivata (con un miracolo di Kawhi Leonard sulla sirena) e per dove ha portato i Toronto Raptors.

Una batosta del genere, però, può essere vista come un passaggio obbligato per costruire una squadra vincente. E poi, i Sixers della passata stagione erano reduci dagli stravolgimenti di roster seguiti agli innesti di Jimmy Butler e Tobias Harris. In questo 2019/20 la situazione dovrebbe essere più stabile, bisognerà ‘soltanto’ crescere e sviluppare la giusta alchimia.
Come Boston, anche Philadelphia ha perso pezzi importanti in estate: rinnovati (a cifre notevoli, ma necessarie) Ben Simmons e Tobias Harris, sono partiti T.J. McConnell, J.J. Redick, Jonathon Simmons e Boban Marjanovic.

Oltre a Butler, ovviamente. ‘Jimmy G. Buckets’, leader della squadra negli scorsi playoffs, ha scelto Miami, ma optando per una sign and trade ha permesso alla franchigia di ottenere in cambio Josh Richardson. Un giocatore versatile, senza particolari pretese e utile su entrambi i lati del campo, che sembra cucito su misura per il quintetto di coach Brett Brown. Gli altri innesti sono Trey Burke, Raul Neto, Kyle O’Quinn e i rookie Jordan Bone, Mathisse Thybulle e Marial Shayok (messosi in luce in Summer League come ‘imitatore’ di Kevin Durant).

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Il probabile starting five dei Sixers 2019/20

La novità più importante dei Sixers 2019/20, però, si chiama Al Horford. Forse ha firmato un contratto esagerato per un trentatreenne (quadriennale da 97 milioni di dollari), ma l’esperienza, la leadership e la sicurezza difensiva che porterà l’ex centro dei Boston Celtics potrebbe dare la spinta decisiva verso qualcosa di grande. Anche perché il suo arrivo toglie alle rivali uno dei pochi lunghi in grado di tener testa a Joel Embiid. Il camerunese, uscito in lacrime da quella fatidica gara 7, è atteso dalla stagione della consacrazione. Lui e Ben Simmons possono ambire a un ruolo da protagonisti assoluti nella NBA del prossimo decennio, ma dovranno colmare al più presto le loro lacune tecniche (il tiro di Simmons) e mentali (la tendenza di Embiid a perdere il controllo nelle serate difficili).

Superando questi piccoli ma decisivi ostacoli e rinforzando leggermente la panchina (solo James Ennis, Mike Scott e Furkan Korkmaz sembrano in grado di offrire un contributo significativo), per i Sixers le prospettive si farebbero decisamente interessanti. D’altronde, non ci sarà sempre un Kawhi Leonard sulla strada che porta al titolo…

 

5 – Houston Rockets

In un 2019/20 in cui la NBA è in cerca di un padrone e che potrebbe essere l’ultimo anno con Mike D’Antoni in panchina, (le trattative sul rinnovo sono momentaneamente arenate), Houston tenta il tutto per tutto. L’ennesimo fallimento nella caccia al trono di Golden State ha spinto il general manager Daryl Morey a una mossa estrema, ma indispensabile per dare una forte scossa all’ambiente; Chris Paul e quattro prime scelte future sono finite a Oklahoma City, mentre in Texas è sbarcato Russell Westbrook.

Quando due giocatori del calibro di ‘Mr. Triple-Double’ e James Harden decidono (perché è stato Westbrook a scegliere Houston, preferendola a Miami) di unire le proprie forze, parlare di ‘doppioni’ o, peggio ancora, della necessità di ‘giocare con due palloni’ è il modo più semplice ed efficace per nascondere la propria obiettività. Sul piano individuale, entrambi hanno già dimostrato tutto, collezionando premi di MVP, titoli di miglior realizzatore NBA, statistiche sovrumane e record di ogni genere. Arrivati a questo punto delle loro carriere, l’unica cosa che conta è vincere, a qualsiasi costo.

Russell Westbrook e James Harden, i due MVP di Houston

Westbrook ha dato prova di questo febbrile desiderio nella passata stagione, accettando (apparentemente) senza problemi di cedere il palcoscenico a Paul George. Sarebbe alquanto sorprendente vederlo discutere con Harden, amico da sempre e leader incontrastato dei Rockets, sul numero di possessi. I due MVP sanno che il treno che porta al titolo sta passando, non vorranno certo lasciarlo partire per assecondare dei ‘capricci’ da superstar.

Più che della compatibilità tra i due (di cui le parti avranno discusso a dovere, prima di concludere l’affare), D’Antoni dovrà preoccuparsi della poca profondità del roster. Di fianco a Westbrook, Harden e Clint Capela ci saranno giocatori rifirmati a ‘prezzo di saldo’ come Austin Rivers (2 anni, 4,5 milioni), Danuel House (3 anni, 11 milioni) e Gerald Green (annuale a 2,5 milioni) e nuovi innesti altrettanto ‘low cost’ come Tyson Chandler, Thabo Sefolosha, Ben McLemore, Anthony Bennett (che salterà la pre-season per infortunio) e Ryan Anderson (finalmente ‘libero’ dall’insensato contratto precedente).

Decisamente meno economico il rinnovo di Eric Gordon, che ha siglato un quadriennale da 76 milioni, e quello del super-veterano Nenè, al centro di una disputa con l’associazione giocatori per via di alcuni bonus sospetti. Il poco spazio salariale potrebbe rivelarsi un problema, quando si discuterà l’estensione di un altro pilastro del gruppo come P.J. Tucker. Per completare il roster si potrebbe richiamare Kenneth Faried, che ha fatto bene l’anno scorso e che è tuttora in cerca di una squadra. Con le rotazioni ridotte all’osso dalla presenza di così tanti veterani, è presumibile che Houston non faccia faville in regular season. Quando arriverà il momento dei playoffs, però, saranno in pochi a volersi mettere sulla strada di questi Rockets, più affamati che mai.

 

4 – Golden State Warriors

Se la Dinastia è davvero finita, lo scopriremo soltanto a fine stagione. Di sicuro, i Golden State Warriors che conoscevamo non ci sono più.

Sono caduti insieme a Kevin Durant e Klay Thompson negli ultimi atti delle scorse NBA Finals. Una serie che, se possibile, ha ulteriormente cementato il posto di quella squadra nella storia dello sport. Quel gruppo, capace di settare l’asticella a un livello difficilmente pareggiabile, in estate ha perso molti dei suoi pilastri: Kevin Durant, Andre Iguodala, Shaun Livingston, Andrew Bogut, DeMarcus Cousins, Quinn Cook, Jordan Bell, Jonas Jerebko e Damian Jones. Le loro partenze e l’addio a Oakland e alla Oracle Arena hanno decretato che, per la franchigia californiana, è ora di voltare pagina.

Quella che debutterà nell’avveniristico Chase Center, nuova arena nel cuore di San Francisco, sarà comunque una squadra da tenere in forte considerazione, nella corsa al titolo NBA 2019/20. Finché ci saranno Stephen Curry, Klay Thompson, Draymond Green e coach Steve Kerr, Golden State rimarrà la franchigia da battere, il punto di riferimento in termini di organizzazione e cultura vincente. L’idea di smantellare e ricostruire non ha mai attraversato la mente di Bob Myers e soci, che si sono mossi per mantenere la squadra competitiva.

Da sinistra: Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e D’Angelo Russell

Rinnovati al massimo salariale i contratti di Thompson e Green, sono stati rifirmati anche Kevon Looney (triennale da 15 milioni di dollari) e Damion Lee (il cognato di Steph Curry, titolare di un two-way-contract). Per cercare di coprire, almeno tecnicamente, i buchi lasciati dagli illustri partenti, sono stati ingaggiati Willie Cauley-Stein, Alec Burks, Glenn Robinson III, Marquese Chriss, Omari Spellman e, soprattutto, D’Angelo Russell.

Reduce dalla miglior stagione in carriera e dal debutto all’All-Star Game, ‘D-Lo’ è atteso da una nuova sfida: dimostrare di poter far parte di un gruppo vincente. Inizierà come seconda opzione offensiva al fianco del ‘maestro’ in maglia numero 30 (da tenere d’occhio nella corsa all’MVP), poi dovrà lasciare spazio a Thompson, che dovrebbe recuperare dall’infortunio al ginocchio in tempo per i playoffs. A meno che, come si vocifera, Russell non venga scambiato a stagione in corso; un’ipotesi credibile solo in presenza di contropartite irrinunciabili.

Gli Warriors 2019/20 non saranno più una corazzata inaffondabile, ma restano una solidissima pretendente al titolo. Curry, Green, Looney e (quando rientrerà) Thompson manterranno inalterata la mentalità vincente acquisita negli anni, Russell, Spellman e Cauley-Stein daranno una ventata di freschezza, Burks, Robinson e Chriss maggiore profondità a una panchina che avrebbe comunque bisogno di rinforzi. Anche se, in passato, trovare risorse inaspettate è stata una delle maggiori qualità di coach Kerr.

 

3 – Milwaukee Bucks

Reduci dalla miglior stagione negli ultimi trent’anni della franchigia, i Bucks hanno optato per una strategia piuttosto rischiosa, in questa off-season: puntare tutto sullo stesso nucleo di giocatori. Dopo aver esteso il contratto di Eric Bledsoe durante la scorsa regular season (quadriennale da 70 milioni di dollari), in estate sono arrivati i rinnovi di George Hill (3 anni, 29 milioni), Brook Lopez (4 anni, 52 milioni) e Khris Middleton, a cui è stato offerto il massimo salariale (178 milioni in 5 anni). Una scelta inevitabile, visti gli ottimi risultati, ma che ha già prodotto qualche effetto collaterale.

Khris Middleton, Giannis Antetokounmpo e Wesley Matthews

Il salary cap intasato non ha permesso alla dirigenza di trattenere Nikola Mirotic, Tony Snell, Pau Gasol, Tim Frazier e, soprattutto, Malcolm Brogdon, giocatore fondamentale nelle ultime stagioni. La questione economica si riproporrà la prossima estate, quando Giannis Antetokounmpo potrà essere eleggibile (basterà l’inclusione in uno dei tre quintetti All-NBA) per un supermax contract da oltre 247 milioni di dollari. E l’intenzione è proprio quella di concederglielo, stando alle dichiarazioni (costate cinquantamila dollari di multa) del general manager, Jon Horst. Il futuro dei Bucks passa da questa domanda: saranno in grado di ripetersi, se non di migliorarsi?

Per quanto riguarda il 2019/20, però, le preoccupazioni dovrebbero essere minori; Milwaukee parte indiscutibilmente tra le favorite per l’anello. Il sistema creato da coach Mike Budenholzer è uno dei più solidi della lega, Antetokounmpo promette che il premio di MVP appena ricevuto sia solo l’inizio di un’era di totale dominio (per quanto incredibile sembri, ha ancora dei difetti da correggere) e i giocatori più importanti (Brogdon a parte) sono rimasti. Forse i nuovi arrivi (Wesley Matthews, Kyle Korver, Dragan Bender, Frank Mason e i ‘fratelli d’arte’ Robin Lopez e Thanasis Antetokounmpo) non sono all’altezza di chi è partito; per confermarsi ai vertici della Eastern Conference e tentare il colpo grosso servirà quindi un salto di qualità da parte dei più giovani (Pat Connaughton, Donte DiVincenzo, Sterling Brown, D.J. Wilson).

 

2 – Los Angeles Lakers

Sembrerà strano vedere una franchigia reduce da un decennio di fallimenti, incluso quello clamoroso della passata stagione, al secondo posto del Power Ranking. Il motivo è presto spiegato: senza una favorita assoluta, la squadra di LeBron James diventa automaticamente una contender. E i Lakers 2019/20, che piaccia o meno, sono diventati veramente una squadra di LeBron James.

L’anno scorso, al netto dei troppi infortuni e dei segnali incoraggianti mostrati a dicembre (che però non è aprile, e nemmeno giugno), l’incompatibilità di percorso tra una stella giunta all’ultima fase di una leggendaria carriera e un gruppo di giovani in divenire, è stata lampante. Per puntare al titolo, servivano giocatori pronti ad accompagnare subito il Re nelle battaglie che contano, quelle a cui è abituato da parecchio tempo.

Coach Frank Vogel, circondato da Kyle Kuzma, Anthony Davis, Rajon Rondo e LeBron James

Mentre cercava di sbrogliare le matasse relative alle gerarchie organizzative (con le dimissioni di Magic Johnson, Rob Pelinka ha acquisito maggiori poteri) e alla guida tecnica (dopo aver corteggiato a lungo Tyronn Lue, la panchina è stata affidata a Frank Vogel, con l’ausilio di Jason Kidd), la dirigenza ha messo finalmente a segno quel colpo di mercato il cui fallimento, lo scorso febbraio, aveva definitivamente mandato a rotoli la stagione. Anthony Davis è sbarcato a Los Angeles, in cambio di Lonzo Ball, Brandon Ingram, Josh Hart e quattro prime scelte. Mentre i giovani saranno liberi di crescere e mostrare il loro valore lontani dalla pressione hollywoodiana, Davis andrà a comporre con LeBron una coppia potenzialmente devastante (salute permettendo).

Ovviamente, per puntare al titolo non bastano due giocatori, per quanto forti siano o possano diventare. I Lakers 2019/20 sono stati costruiti mischiando le caratteristiche dei Miami Heat e dei Cleveland Cavaliers, le formazioni condotte da King James alla ‘terra promessa’. Non potendo riproporre i ‘Big Three’ (i grandi free agent hanno scelto di giocare altrove e DeMarcus Cousins si è nuovamente infortunato), ci si dovrà accontentare dei ‘Big Two + 1’, qualora Kyle Kuzma, l’unico del nucleo giovane 2018/19 a ‘reggere l’urto’ con il numero 23, confermasse di poter diventare una stella.

Intorno a loro ci sarà il gruppo di veterani tanto caro a LeBron. Oltre ai riconfermati Rajon Rondo, Kentavious Caldwell-Pope e JaVale McGee e al tiratore Troy Daniels, al roster gialloviola sono stati aggiunti Quinn Cook, Danny Green, Avery Bradley e Dwight Howard; a livello individuale, tra i migliori difensori NBA. A coordinarli, un Anthony Davis che promette di puntare al premio di Defensive Player Of The Year. Se quest’inedita mentalità difensiva riuscisse a ‘contagiare’ anche LeBron, determinato più che mai a lasciarsi alle spalle il più grande passo falso della sua carriera, non sorprendiamoci di rivedere il logo delle NBA Finals, a Downtown L.A.

 

1 – Los Angeles Clippers

A proposito di Downtown L.A.; per la prima volta nella storia, le due principali favorite per il titolo saranno coloro che si spartiscono lo Staples Center. I Clippers hanno coronato l’impeccabile percorso di rilancio iniziato nel 2014, dopo che il caso-Sterling aveva portato un nuovo proprietario: Steve Ballmer.

Mentre i Lakers passavano da uno ‘piscodramma’ all’altro, gli ex ‘cugini poveri’ si trasformavano passo dopo passo in una grande franchigia. Scambiare prima Blake Griffin, poi Tobias Harris (in entrambi i casi, il miglior realizzatore di squadra), sono sembrate mosse azzardate, ma alla fine hanno pagato grossi dividendi: i Clippers hanno costruito una base più che solida, con cui hanno dato filo da torcere ai grandi Warriors negli scorsi playoffs. Hanno chiuso la passata stagione con la miglior panchina NBA (con Lou Williams e Montrezl Harrell come punte di diamante), una delle migliori difese della lega e uno degli allenatori più stimati (Doc Rivers).

Kawhi Leonard, coach Doc Rivers e Paul George

Per spiccare il volo mancava solo una superstar, un giocatore in grado di fare la differenza nelle partite che contano; ne sono arrivate due. Lo spazio salariale creato dalle illustri cessioni di Griffin e Harris ha permesso ai Clippers di inserirsi nella corsa a Kawhi Leonard, la trade che ha spedito a Oklahoma City Shai Gilgeous-Alexander, Danilo Gallinari e sette prime scelte gli ha consentito di portarsi a casa sia l’ultimo Finals MVP, sia Paul George, reduce da un’annata stellare con i Thunder. Inoltre, sono stati rinnovati i contratti di Patrick Beverley, JaMychal Green e Ivica Zubac e ingaggiati i veterani Patrick Patterson e Moe Harkless.

All’avvio di questo 2019/20, Rivers si trova fra le mani un’autentica corazzata. A una delle formazioni più solide e profonde della lega si sono aggiunti due fenomeni all’apice delle rispettive carriere, potenzialmente in grado di adattarsi a ogni sistema e di fare la differenza su entrambi i lati del campo. Resta da colmare qualche piccolissima lacuna, come l’assenza di un vero playmaker e di un tiratore affidabile che non si chiami Landry Shamet (uno dei migliori rookie della passata stagione), ma gli ingredienti per dar vita a una nuova dinastia sembrano esserci tutti.

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