Three Points – Free Anthony Davis

padre Anthony Davis

Mentre i primi rumors su possibili scambi inaugurano il periodo che ci porterà alla trade deadline, la NBA si prepara a conoscere la versione definitiva del ‘mostro’ Golden State Warriors. Stanotte, infatti, dovrebbe debuttare DeMarcus Cousins; se tutto dovesse andare per il verso giusto (e non è affatto scontato), Steve Kerr si troverebbe fra le mani una macchina da pallacanestro mai vista. Non che prima andasse malissimo; i 142 punti rifilati martedì notte ai Denver Nuggets (allora primi a Ovest) sono piuttosto eloquenti.
Se la passano decisamente peggio i loro primi rivali, gli Houston Rockets. Con Chris Paul ai box da tempo ed Eric Gordon fresco di rientro (ma si teme un nuovo stop), l’infermeria si è ‘arricchita’ di un pezzo molto grosso: Clint Capela, che dovrà saltare almeno un mese per un infortunio al pollice. Oltretutto Danuel House, uno dei più positivi nelle ultime settimane, ha rifiutato un rinnovo di contratto al minimo salariale, rientrando così in G-Laegue. Tutto ciò aumenta esponenzialmente il peso sulle spalle di James Harden (protagonista della scorsa edizione di ‘Three Points’). Il Barba non solo ha continuato a dominare, ma ha innescato il livello ‘alieno’, chiudendo le ultime due gare con 57 e 58 punti. E pensare che c’è ancora chi lo critica… Parlando di fenomeni, è Anthony Davis a conquistare la copertina di questa settimana. Partiamo subito!

 

1 – Free Anthony Davis

Anthony Davis è sempre più dominante, i suoi Pelicans sempre più mediocri
Anthony Davis è sempre più dominante, i suoi Pelicans sempre più mediocri

Se l’ipotesi (ventilata ogni tanto) di una nuova espansione della NBA, magari aggiungendo (e non trasferendo) una franchigia a Seattle e una a Las Vegas, vi stuzzica particolarmente, fermatevi un attimo a riflettere: sareste disposti ad assistere ad altri casi come quello di Anthony Davis?
La stella dei New Orleans Pelicans è rinchiusa da anni nella ‘prigione dorata’ di una squadra che non sembra avere una singola chance di portarlo a grandi traguardi. In questo 2018/19, lo spreco di talento è più evidente che mai; Davis sta dominando ancor più del solito. Viaggia a 29.4 punti e 13.5 rimbalzi di media, massimo in carriera per entrambe le statistiche. Oltre quota 40 in sette occasioni, quattro delle quali aggiungendo almeno 16 rimbalzi, è al suo meglio anche in termini di assist (4.4) e palle rubate (1.8). I Pelicans, per contro, mostrano la solita incostanza: quattro vittorie filate per iniziare la stagione, poi sei sconfitte, quindi altre cinque vittorie su sei partite, poi altre quattro batoste consecutive, e così via. I successi iniziali avevano illuso coach Alvin Gentry di avere a disposizione un roster competitivo, ora invece si sta accorgendo che, dietro al fenomeno da Kentucky, c’è davvero poca roba. Certo, Jrue Holiday ha trovato in Louisiana l’ambiente giusto per esprimersi al meglio e Julius Randle, lontano dai (troppi) riflettori di Los Angeles, sta disputando una signora stagione, ma nessuno dei due si avvicina al concetto di ‘seconda stella’, indispensabile per fare strada nella lega delle superstar. Il supporting cast sarà pure affidabile, ma presentarsi al cospetto di Steph Curry e compagni con Elfrid Payton, E’twaun Moore e Nikola Mirotic (letteralmente colato a picco, dopo due ‘trentelli’ nelle prime due uscite) suonerebbe come un preludio per l’ennesima eliminazione precoce.

Se New Orleans non è mai riuscita a spiccare il volo, è anche a causa di Anthony Davis. O meglio, degli svariati guai fisici che, nei primi quattro anni di carriera, non gli hanno mai permesso di raggiungere le 70 presenze. A proposito, anche il grave infortunio al tendine d’Achille subìto l’anno scorso da un DeMarcus Cousins al suo meglio ci ha messo lo zampino. Così come il fatto di trovarsi in un mercato assai poco appetibile (problema che sarebbe ingigantito dall’avvento di ipotetici expansion teams), dunque con poche scelte in fase di mercato. Qualunque sia il motivo, Davis si avvicina al suo prime (pensare che non ci sia ancora entrato del tutto mette abbastanza paura…) con un palmarès piuttosto arido: MVP del peggior All-Star Game dell’era moderna e, soprattutto, una sola serie playoff vinta (il 4-0 inflitto nel 2018 a Portland). Il primo luglio 2020, quando AD avrà la possibilità di uscire dal contratto, è la data che pende come la spada di Damocle sulla testa della franchigia. La pressione cresce, e intorno alla barca arrivano sempre più squali. Dai corteggiatori più aggressivi (i Los Angeles Lakers di LeBron James, multato secondo le assurde normative sul tampering) a quelli più pazienti (i Boston Celtics, che potrebbero tentare il colpo in estate), tutti sanno che Davis è sempre più vicino al punto di svolta. Loro lo aspettano, ma lo aspettiamo anche noi, ansiosi di vedere un fenomeno di tale calibro sui palcoscenici che merita.

 

2 – Il ritorno di Spida-Man

Dopo un avvio difficile, Donovan Mitchell si sta confermando una star
Dopo un avvio difficile, Donovan Mitchell si sta confermando una star

Quello che è successo a Donovan Mitchell nell’ultimo anno e mezzo è pura follia. Nel giugno del 2017 era una guardia semi-sconosciuta in uscita da Louisville, chiamata dai Denver Nuggets e ceduta per quattro noccioline (Tyler Lydon e Trey Lyles) agli Utah Jazz. Oggi, i suoi 21.6 punti di media in NBA vengono definiti ‘deludenti’ da pubblico e critica. Sì, perché nel frattempo ‘Spida-Man’ è diventato una star.
Il suo arrivo a Salt Lake City si è rivelato per i Jazz meglio della Manna per gli ebrei in Egitto. Non solo ha colmato il vuoto lasciato dall’addio di Gordon Hayward, imponendosi come fulcro dell’attacco di Quin Snyder, ma è riuscito anche a salire di livello ai playoff, distruggendo gli Oklahoma City Thunder a suon di magie (24.4 punti di media al debutto in post-season). Insieme a Ben Simmons e Jayson Tatum, è diventato il simbolo di una classe di matricole destinata a lasciare il segno. Come per gli altri due, però, da un debutto del genere sono arrivate grandi responsabilità (tanto per restare in tema Spida-Man) e grandi aspettative. Alle prime difficoltà, ecco dunque le critiche e il disappunto delle folle, che probabilmente volevano già oggi un trio di MVP.

Eppure, non è che Mitchell stesse andando malissimo; i 20.1 punti con cui ha chiuso il 2018 sono grossomodo la stessa media della passata regular season. Solo che Utah, invischiata in una fase di ‘assestamento’ e penalizzata da un calendario ostile (finora è la squadra che ha giocato più trasferte in tutta la lega), tardava a prendere ritmo, e con lei il suo leader. Con l’anno nuovo sembra finalmente arrivata la svolta; i punti sono diventati 27.2, saliti poi a 30.0 nella settimana in cui il numero 45 è stato eletto Western Conference Player Of The Week. Schierato da Snyder come point guard titolare per via delle assenze di Ricky Rubio e Dante Exum, Mitchell (aiutato da un Rudy Gobert in netta crescita) ha condotto i Jazz a sette vittorie nelle nove gare disputate a gennaio. Con il pubblico ai suoi piedi e l’All-Star Game che lo attende (se fosse ad Est, probabilmente, ci andrebbe già quest’ anno), Donovan è chiamato ora al compito più importante: far tornare Utah ai piani alti della Conference, disturbando il sonno delle pretendenti al titolo e zittendo una volta per tutte i critici. Che poi, per la caccia all’MVP c’è ancora tanto tempo…

 

3 – Il talento di Mr. Collins

Secondo anno stellare per John Collins, giovane speranza degli Atlanta Hawks
Secondo anno stellare per John Collins, giovane speranza degli Atlanta Hawks

Oltre che da Mitchell, Simmons e Tatum, la rookie class 2017/18 è stata impreziosita da alcune ‘gemme nascoste’. Kyle Kuzma, al momento l’unica stella dei Lakers senza il 23 sulla schiena, è un esempio perfetto, ma presto le luci dei riflettori potrebbero puntare anche su John Collins, pescato dagli Atlanta Hawks con la diciannovesima chiamata.
Il suo impatto con la NBA è stato assolutamente notevole; al di là dei 10.5 punti e 7.3 rimbalzi di media e dell’inclusione nel secondo quintetto All-Rookie, ha dato l’impressione di poter essere fin da subito un pilastro fondamentale dei nuovi Hawks, impegnati in una scrupolosa e promettente ricostruzione.

Al suo secondo anno, dopo aver saltato le prime 15 partite per un infortunio alla caviglia, Collins è esploso; la sua media realizzativa è quasi raddoppiata (19.1, saliti a 23.0 nell’ultima settimana), i rimbalzi sono diventati 10.1. In 28 gare disputate ha già fatto registrare 18 doppie-doppie, tra le quali spiccano i due ‘trentelli’ (con 12 e 14 rimbalzi) contro Denver e Brooklyn. In tutta la sua prima stagione, le doppie-doppie erano state 11, e solo due volte aveva superato i venti punti. Ormai titolare inamovibile nel quintetto di coach Lloyd Pierce (e ci mancherebbe altro, visti i progetti a lungo termine), il lungo da Wake Forest sta ‘rubando’ parte della scena a Trae Young, playmaker entrato nella lega con la scomoda e inopportuna etichetta di ‘nuovo Steph Curry’ e, malgrado ciò, una delle migliori matricole in questa prima parte di 2018/19.

Come da copione, Atlanta naviga nei bassifondi della Eastern Conference, ma i primi lampi di talento della coppia Young-Collins (coadiuvata dall’ottimo Taurean Prince e da una schiera di veterani, tra cui spicca l’immortale Vince Carter) hanno permesso agli uomini di Pierce di strappare qualche vittoria in più del previsto.
Meglio rientrare presto nei rigidi dettami del tanking, se non si vuole rovinare il ‘diabolico’ piano architettato dalla dirigenza negli ultimi anni. Al prossimo draft, infatti, gli Hawks avranno due scelte in lotteria (se escludiamo quella dei Cavs, protetta fino alla 10), e a stringere la mano di Adam Silver ci saranno prospetti come Zion Williamson e R.J. Barrett. Considerando che la State Farm Arena, al momento, è il fanalino di coda della NBA per affluenza di pubblico, aggiungere un fenomeno di tale portata mediatica a un gruppo così giovane e promettente rappresenterebbe una svolta epocale. Salite sul carro, finché siete in tempo!