Home NBA, National Basketball AssociationNBA in EvidenzaThree Points – It’s Playoff Time!

Three Points – It’s Playoff Time!

di Stefano Belli
Westbrook-Khelcey Barrs

A più di un mese di distanza dall’ultima edizione, torna l’appuntamento con Three Points. Nelle ultime settimane abbiamo fatto i bilanci sulla regular season, assegnando i nostri premi stagionali e dando i voti alle trenta franchigie. Ora è però il momento di dedicarci appieno al periodo più bello dell’anno, per ogni appassionato NBA: i playoff. Il primo turno è già agli archivi, per cui sotto con una nuova puntata!

 

1 – I protagonisti

Esordio ai playoff da assoluti protagonisti per Ben Simmons (Sixers, a siistra) e Jayson Tatum (Celtics)

Esordio ai playoff da assoluti protagonisti per Ben Simmons (Sixers, a siistra) e Jayson Tatum (Celtics)

Tra i grandi protagonisti di questi playoff troviamo dei volti piuttosto noti, ma anche delle bellissime sorprese. Nella prima categoria rientra, naturalmente, LeBron James. Dopo quindici stagioni passate a stracciare record e a zittire un critico dopo l’altro, riportare le gesta del numero 23 equivale ad assumere le vesti di un evangelista dei tempi moderni. Però la versione 2017/18 del Re è quanto di più vicino ci sia al concetto di ‘onnipotenza’. Ha preso ancora una volta i suoi Cleveland Cavaliers e ne ha fatto letteralmente ciò che ha voluto. Prima ha chiamato a sé una serie di prestigiosi ‘cortigiani’ (Dwyane Wade e Derrick Rose su tutti), poi li ha scaricati senza remore, dando il via libera alla rivoluzione dell’8 febbraio. Nel mentre, ha indossato il consueto mantello di Superman e ha trascinato di prepotenza una squadra tutta nuova al quarto piazzamento ad Est. Una volta iniziati i playoff, sono presto emersi tutti i limiti di questi mediocri Cavs. Per spuntarla contro i valorosissimi Indiana Pacers è servito il LeBron delle grandi occasioni: 34.4 punti di media (il secondo, Kevin Love, ha chiuso a quota 11.4), tre partite oltre quota 40, tra cui la decisiva gara-7 (45 punti, quarta miglior prestazione di sempre in una sfida ‘senza domani’) e leader di squadra in tutte le categorie statistiche. Al netto dei record (da annotare anche il sorpasso su Scottie Pippen al primo posto all-time nei recuperi ai playoff), le cifre finiscono quasi per nascondere il dominio che King James imprime sulle partite. Nei momenti più difficili, la palla è saldamente nelle sue mani: rimbalzo difensivo, coast-to-coast e canestro. Magari quello decisivo, come in gara-5. A proposito di dominatori, obbligatorio citare Anthony Davis. I suoi New Orleans Pelicans hanno spazzato via in quattro partite i malcapitati Portland Trail Blazers, e lo hanno fatto soprattutto grazie ai 33 punti e 11.8 rimbalzi di media del secondo fenomeno in maglia numero 23 della lega di Adam Silver.

I protagonisti meno attesi di questi playoff sono tre giocatori che, fino allo scorso ottobre, non avevano mai calcato un parquet NBA. Prendiamo Donovan Mitchell, ad esempio. Dopo una regular season strabiliante, la tredicesima scelta da Louisville ha messo a ferro e fuoco la difesa degli Oklahoma City Thunder, chiudendo come quinto miglior realizzatore del primo turno. La memorabile gara-6 da 38 punti, che ha regalato ai suoi Utah Jazz le semifinali di Conference, è stata quella della sua definitiva consacrazione. Ora si può proprio dire: è nata una stella…
O meglio, le stelle che brillano in questi playoff sono tante. Non milioni di milioni, come cantava Francesco De Gregori, ma l’ultima classe di rookie sembra proprio aver gettato le basi per una nuova era. Vedere, per credere, i protagonisti assoluti di Celtics vs. Sixers, una serie in bilico tra un passato glorioso e un futuro tutto da gustare. In maglia biancoverde troviamo Jayson Tatum, passato dalle feste dei Cameron Crazies di Duke al ruolo di trascinatore offensivo della più prestigiosa franchigia NBA, senza fermate intermedie. Al timone della franchigia che fu di Wilt Chamberlain prima e di Julius Erving poi, troviamo invece Ben Simmons. Vederlo giocare è surreale; prima si rimane estasiati dal suo talento, dalla visione di gioco ‘lebroniana’ e dall’innata leadership. Poi si rimane folgorati da una considerazione: questo ha appena cominciato!

 

2 – Per voi i playoff 2018…continuano!

Le grandi favorite di questi playoff sono ancora in gara. Dai Rockets di James Harden (a sinistra) agli Warriors di Kevin Durant

Le grandi favorite di questi playoff sono ancora in gara. Dai Rockets di James Harden (a sinistra) agli Warriors di Kevin Durant

Tra le magnifiche otto approdate al secondo turno troviamo tutte le favorite della vigilia. Golden State Warriors e Houston Rockets ci sono arrivate senza troppe difficoltà. I campioni in carica, pur privi di Stephen Curry, si sono mostrati di tutt’altro livello rispetto a una versione vecchia e stanca dei San Antonio Spurs. E’ bastata qualche accelerazione nei momenti chiave e la buona vena di Kevin Durant e Klay Thompson per liquidare la pratica in cinque partite. I texani biancorossi, migliore squadra della regular season, hanno approfittato del pessimo finale di stagione dei Minnesota Timberwolves. Anche qui, le due formazioni arrivavano da due pianeti nettamente diversi; senza chiedere gli straordinari a James Harden e Chris Paul, gli uomini di Mike D’Antoni hanno ‘asfaltato’ quelli di Tom Thibodeau con le loro proverbiali sfuriate offensive (leggendari i 50 punti nel terzo quarto di gara-4).

A sorpresa, sono passati con estrema scioltezza anche i New Orleans Pelicans, unici a chiudere la serie di primo turno con uno sweep. A mettere k.o. i Blazers sono state principalmente le prime due gare, giocate a Portland e dominate non solo grazie all’incontenibile Anthony Davis, ma anche per merito dell’eccezionale difesa (specialmente su Damian Lillard) e delle prestazioni totali dei veterani Jrue Holiday e Rajon Rondo. La vera rivelazione, ad Ovest, arriva però dallo Utah. I Jazz hanno mandato a casa Russell Westbrook e i suoi Thunder con una serie giocata da grande squadra. Certo, i 28.5 punti a sera dello strepitoso Mitchell hanno aiutato, ma questo risultato è frutto di una gestione eccellente da parte di allenatore e dirigenza. Coach Quin Snyder è riuscito a modificare in corsa l’impostazione della squadra, adattando il suo gioco al nuovo go-to-guy offensivo (Mitchell) e ai cambiamenti del roster (via Rodney Hood, dentro Jae Crowder). Il tutto senza perdere la straordinaria identità difensiva, esaltata dalla presenza del ‘regista’ Rudy Gobert. Warriors e Rockets rimangono strafavorite, ma guai a dare per morti i loro avversari, soprattutto nel caso di questi Utah Jazz ‘in missione’.

Nell’altra Conference, come detto, ritroviamo Cleveland, la favorita d’obbligo. La grandezza delle imprese di LeBron James, però, ha messo in evidenza la pochezza del resto del gruppo. In tutta la serie contro i Pacers c’è stata una partita buona di Tristan Thompson (che sarà stato pure ‘panchinato’, ma qualche motivo extra-cestistico ci dovrà pur essere), due gare di Kyle Korver degne dei suoi standard, qualche sprazzo di Kevin Love (ben lontano, comunque, dalle sue possibilità) e per il resto…il nulla. Così come il nulla sembra offrire il playbook di Tyronn Lue, che in una serie così tirata si è limitato al più classico dei “palla a LeBron, pop-corn, Peroni gelata e rutto libero”. Poi magari ci scappa un nuovo miracolo, ma sperare nella Provvidenza col numero 23 non si può chiamare ‘strategia’…King James e soci si trovano ora di fronte i Toronto Raptors, reduci da un primo turno più faticoso del previsto contro Washington. Dopo aver mostrato una profonda innovazione del gioco in regular season, gli uomini di Dwane Casey sembra stiano tornando alle vecchie abitudini, con i sempre più frequenti isolamenti di DeMar DeRozan nei momenti decisivi. L’ostacolo più grosso, per i Raptors, sarà quello psicologico; ogni volta che ai playoff è comparso LeBron, sono stati dolori. A dimostrazione di tutto ciò, ecco le due vittorie esterne dei Cavs…

Come visto nel paragrafo precedente, Boston e Philadelphia sono giunte allo scontro diretto sospinte dai loro giovani talenti. I Sixers sono stati estremamente convincenti, considerando che Joel Embiid è stato molto limitato in attacco dalla fastidiosa maschera e che molti altri (Ben Simmons in primis) sono alla prima esperienza playoff. Miami non sarà Golden State, ma resta pur sempre una squadra solida e ben allenata. I Celtics hanno superato Milwaukee solo in gara-7, ma l’hanno fatto con quelle che, a inizio stagione, erano le seconde, se non le terze linee. Per Boston, comunque andrà a finire, questo 2017/18 è stato splendido. La squadra ha mostrato il carattere, l’organizzazione e la compattezza che possono portarla a competere per il titolo, soprattutto se si sapranno gestire bene i rientri di Kyrie Irving e Gordon Hayward. Oggi, forse, è troppo presto, ma sul domani si staglia imponente un’ombra a forma di trifoglio.

 

3 – Per voi i playoff 2018…finiscono qui!

Russell Westbrook (a sinistra) e Donovan Mitchell hanno dato vita a duelli memorabili durante il primo turno playoff

Russell Westbrook (a sinistra) e Donovan Mitchell hanno dato vita a duelli memorabili durante il primo turno playoff

Tra le squadre eliminate al primo turno, quella che fa più rumore è sicuramente Oklahoma City. La sconfitta in gara-6 contro Utah ha sancito ufficialmente il fallimento del progetto ‘Big Three’. Unire all’MVP Russell Westbrook due superstar dal futuro assai incerto come Paul George e Carmelo Anthony (entrambi soggetti a player option in estate) era sì un’idea ambiziosa, ma comunque destinata a durare poco, come un bel fiore appena colto. L’ultimo episodio della serie contro i Jazz, con il solo e incredibile Westbrook a provarci fino alla fine (46 punti, dopo i 45 della gara precedente) e gli altri due ‘big’ a fare da spettatori al suo show, è stato un equivocabile indizio: con ogni probabilità, PG13 uscirà dal contratto e si accaserà altrove, mentre ‘Melo’ rimarrebbe solo per il faraonico salario del prossimo anno (quasi 28 milioni; difficilmente li prenderà altrove). I pilastri del team saranno gli stessi (da Westbrook a Steven Adams, passando per coach Billy Donovan, fresco di rinnovo), ma il futuro è tutto da riscrivere.

Escono a testa bassa anche i Minnesota Timberwolves, ‘piallati’ da Houston. Dopo una stagione assai deludente, nel freddo Nord arriva un’estate che, per forza di cose, dovrà comportare scelte drastiche. Alla luce dei fatti, almeno uno – se non due – tra Tom Thibodeau (allenatore e presidente), Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins (star designate della squadra) sembra di troppo. I Portland Trail Blazers, che oggi vengono fatti passare come la peggiore ‘feccia’ NBA, si sono fatti stordire dall’inatteso uno-due subito in casa per mano dei sorprendenti Pelicans. Con un roster così corto e privo di grandi alternative al duo Lillard-McCollum, era piuttosto difficile reagire. La loro è stata comunque una grande regular season, ma i margini di crescita sembrano veramente minimi. Parlando di scarse prospettive, eccoci ai San Antonio Spurs. Il caso-Leonard è stato determinante per le sorti della stagione, ma ha anche messo in luce come questa franchigia non possa più tenere il passo delle pretendenti al titolo. Gli storici leader sono ormai a pochi passi dalla pensione (e si è visto, eccome) e i giovani non sembrano pronti a raccogliere il testimone. L’eventuale (e probabile, dopo quanto accaduto) addio di Kawhi potrebbe dare il via a una ormai inevitabile svolta. Del resto, lo cantava anche Nelly Furtado: “All good things come to an end”

Le eliminate della Eastern Conference hanno invece ben poco da rimproverarsi. Miami aveva l’esperienza, ma non il talento (che spesso fa la differenza) per impensierire Phila. Milwaukee e Indiana hanno lottato fieramente fino all’ultima partita, ma Boston si è rivelata una corazzata inaffondabile e Cleveland… aveva LeBron. Chi esce peggio da questo primo turno è Washington. Attesi dalla stagione del grande salto, gli Wizards non hanno mai convinto, con o senza John Wall. Il rischio di rimanere a vita ‘eterni incompiuti’ è sempre più forte.

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