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Three Points – Sixers vs. Wolves, come il giorno e la notte

di Stefano Belli

Nella settimana che porta alle Final Four NCAA, in cui Kansas, Villanova, Michigan e Loyola-Chicago si contenderanno il titolo, l’attenzione del mondo cestistico americano non può che essere rivolta principalmente al torneo collegiale. Nel corso dell’evento verranno anche ufficializzate le prossime introduzioni nella Hall Of Fame; secondo le anticipazioni saranno Jason Kidd, Grant Hill e Steve Nash gli headliner della classe 2018 (con buona pace di Chris Webber, che dovrà ancora attendere). In questi giorni, però, la regular season NBA è in piena volata playoff, tra chi cerca il miglior piazzamento e chi cerca semplicemente di qualificarsi. Nella prima categoria rientrano i Sixers, nella seconda i T’Wolves. E’ proprio con queste due giovani franchigie che apriamo la nuova edizione di Three Points!

 

1 – Sixers vs. Wolves, come il giorno e la notte

Karl-Anthony Towns (sullo sfondo) e Joel Embiid, uomini chiave per Wolves e Sixers

Karl-Anthony Towns (sullo sfondo) e Joel Embiid, uomini chiave per Wolves e Sixers

Lo scorso sabato, al Wells Fargo Center di Philadelphia è andata in scena la sfida tra i Sixers e i Minnesota Timberwolves. Sulla carta doveva essere una vetrina sui futuri dominatori della NBA, un’anticipazione delle battaglie che assegneranno il titolo nel prossimo decennio. La realtà che emerge dall’incontro (e da questo periodo in generale) è però diversa; i due gruppi di ‘SuperGiovani’, al momento, si assomigliano tra loro come il giorno e la notte.

I Sixers sono già oggi quello che i T’Wolves ambiscono a diventare da anni; una squadra giovane e promettente, ma allo stesso tempo solida e competitiva. T.J. McConnell e Robert Covington, ovvero due superstiti della prima fase di “The Process”, sono il motore emotivo del gruppo. La loro energia sui due lati del campo finisce inevitabilmente per contagiare i compagni, e di fatto ne nasconde i limiti tecnici. Detto ciò, Covington si sta trasformando in un ottimo ‘two-way player’; magari non parliamo di Klay Thompson, ma uno così, ai playoff, lo vorrebbero tutti. Così come tutti vorrebbero Dario Saric, che dopo l’ottima stagione da rookie si sta confermando un giocatore di altissima qualità.
I nuovi innesti, sia quelli estivi che quelli arrivati in corsa, hanno saputo ritagliarsi un ruolo importante per la costruzione di un team dai playoff. Se Amir Johnson ed Ersan Ilyasova sono validissimi elementi da rotazione, J.J. Redick e Marco Belinelli (quasi sempre alternati in campo) hanno ampliato esponenzialmente le possibilità offensive di coach Brett Brown.
In casa Wolves, i ‘gregari’ reduci dall’epoca precedente si chiamano Gorgui Dieng, Tyus Jones e Nemanja Bjelica. Sebbene non abbiano la fame di chi è arrivato ‘dal nulla’, come gli undrafted McConnell e Covington, sono tra i pochi a mettere quel pizzico di mordente in più sul terreno di gioco. Insieme a loro Taj Gibson e, ovviamente, Jimmy Butler, che stanno cercando di portare a Minneapolis quello spirito combattivo che rese i loro vecchi Bulls degli avversari ostici per chiunque. Sull’effettiva utilità degli altri nuovi arrivati, da Jeff Teague a Jamal Crawford, fino allo sventurato Derrick Rose, gravita ancora un enorme punto di domanda.

A fare maggiormente la differenza, tra due franchigie gemellate solo dalle aspettative, sono i giocatori che le guidano. Quelli dei Sixers si chiamano Ben Simmons e Joel Embiid, quelli dei Timberwolves Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns. I primi sono già oggi due star. Simmons, alla stagione di debutto, sta mostrando un’incredibile completezza e comprensione del gioco. Al netto di un tiro dalla media/lunga distanza tutto da costruire, mette in scena sul parquet uno spettacolo che ricorda sinistramente quello in onda a Los Angeles nei primi Anni ’80; controllo totale del gioco, visioni ‘lebroniane’ e accelerazioni fulminanti. Se tutto andasse come dovrebbe, un futuro MVP. Il suo ‘compagno di merende’ (che dovrà fermarsi qualche settimana per un trauma facciale) forse non arriverà mai al livello di Kareem Abdul-Jabbar, ma nella stagione e mezzo passata in campo ha mostrato una combinazione di doti tecniche e atletiche spaventosa, persino per gli elevatissimi standard contemporanei. Entrambi sembrano avere anche una certa qual maturità, sia in termini tattici, che caratteriali. Ed è qui che casca l’asino

Mentre ai Sixers si godono i primi passi di due carriere potenzialmente leggendarie (in attesa di capire cosa può realmente diventare Markelle Fultz, fresco di rientro), nel Minnesota si continua ad aspettare l’esplosione di Wiggins e Towns. Il primo ha visto la sua parabola ascendente subire un brusco arresto con l’arrivo di Jimmy Butler, che oltre alla leadership si è preso di forza un bel numero di possessi. Anche con l’infortunio di ‘Jimmy G. Buckets’, però, il canadese non ha saputo compiere quel salto di qualità indispensabile alla squadra per restare ai piani alti della Western Conference. Stesso discorso per KAT il quale, dopo una sensazionale stagione da rookie, è cresciuto molto meno di quanto ci si aspettasse. Non parliamo di punti e rimbalzi (56 – record di franchigia – e 15 contro Atlanta), anche se l’effetto-Butler ha portato un calo delle statistiche anche per lui, e nemmeno dello sconfinato repertorio offensivo che gli ha fatto guadagnare (forse troppo presto) la prima chiamata ad un All-Star Game. La totale assenza di leadership e di applicazione difensiva (vedere per credere la gara contro i Sixers, in cui Embiid lo ha dominato in lungo e in largo) e un atteggiamento spesso ‘svagato’ vanno in totale contrasto con il concetto di uomo-franchigia.

Un’altra palese differenza tra Sixers e Wolves è rappresentata dal percorso dei loro due allenatori. Brett Brown è arrivato a Philadelphia nel 2013, quando The Process era appena all’inizio. Ha conosciuto gli abissi del tanking sfrenato, dai continui stravolgimenti del roster alle infinite sconfitte. Ora si trova con un gruppo coeso, completamente a sua disposizione e con cui può sbizzarrirsi in variazioni tattiche che vanno ben oltre il concetto di ‘posizioni da 1 a 5’. D’altronde, un playmaker di 2 metri e 08 come Simmons e un centro versatile come Embiid non capitano tutti i giorni…
Tom Thibodeau, invece, è stato chiamato nel freddo nord con il compito di trasformare un’eterna incompiuta in una squadra da corsa. Dopo il fallimento del primo anno, giustificabile anche con la poca esperienza del gruppo, ha deciso di chiamare in suo aiuto Butler e Gibson, per cercare di dare una scossa a dei giovani rampanti e capricciosi. Finché c’è stato Jimmy a ‘tirare la carretta’, in effetti, i risultati si sono visti, con i T’Wolves capaci di raggiungere addirittura il terzo posto a Ovest. Dopo il suo infortunio (23 febbraio), il tracollo: sette sconfitte in quattordici partite, tra cui il massacro subito per mano dei Sixers e, subito dopo, il clamoroso k.o. casalingo contro i derelitti Memphis Grizzlies. Ora Minnie vaga tra il settimo e l’ottavo posto, con il rischio di un nuovo fallimento sempre presente. A fare da contorno, il rapporto sempre più teso fra ‘Thibs’ e Towns, più volte ‘cazziato’ e ‘panchinato’ senza pietà. Un Towns che, al pari di Wiggins, è ben lontano dal tanto atteso salto di qualità. E se per loro, così come per la squadra, si dovesse aspettare in eterno?

 

2 – ‘Fattore I’ – atto secondo

Per Stephen Curry uno stop di almeno tre settimane

Per Stephen Curry uno stop di almeno tre settimane

Se per i Golden State Warriors ci vorrebbero gli occhiali di Luigi il Pugilista, che lo rendevano inattaccabile dagli avversari, per chiunque si cimenti coi pronostici NBA basterebbe semplicemente una buona memoria. Riavvolgendo il nastro fino a settembre/ottobre, troveremmo una serie di ‘sentenze’, secondo cui la stagione era già decisa in partenza: miglior record a Ovest, 16-0 ai playoff, terzo titolo (in quattro anni) nella Baia e una noia mortale per il povero spettatore. Altro che ai bei tempi andati, quando a vincere erano i Chicago Bulls e…basta.
Sarebbe stato sufficiente ricordarsi di ciò che era successo nel 2016 (non nel 1916), per mettere a freno le ambizioni astrologiche di molti. Allora, una scivolata di Stephen Curry su una chiazza di sudore era costata parte del back-to-back ai favoritissimi Warriors, quelli delle 73 vittorie. E’ in quel momento (o meglio, dopo la vittoria dei Cavs) che i più prudenti hanno iniziato a considerare l’ipotesi che, tra il dire e il fare, si possano frapporre svariati fattori. Un anno più tardi, in uno dei nostri Three Points, eravamo tornati a parlare del ‘Fattore I’ dopo che Kevin Durant aveva subito uno spaventoso infortunio al ginocchio. Spaventoso non per la sua entità (la cosa si risolse nel giro di qualche settimana), quanto per l’improvvisa concezione che tutte le previsioni avrebbero potuto essere di colpo riscritte.

Sul finire di un 2017/18 già pesantemente condizionato dai moltissimi infortuni, tra cui uno alla caviglia dello stesso Curry, ecco che la questione si ripresenta. Altra casualità sfavorevole (JaVale McGee che salta a rimbalzo, trova un ostacolo e atterra sul ginocchio di Steph) e nuovo, preoccupante stop per il due volte MVP. Senza il loro giocatore di riferimento, ma anche senza Durant, Klay Thompson e Draymond Green (tutti fermi per guai fisici minori), degli Warriors in versione ‘garbage time’ hanno definitivamente mollato la rincorsa al primo posto nella Conference, collezionando sconfitte e frustrazioni.
Come accaduto l’anno scorso, l’infortunio arriva in prossimità dei playoff, con il rientro stimato (nella migliore delle ipotesi) durante la serie di primo turno. Con KD era andata piuttosto bene, il numero 35, in modalità ‘uomo in missione’ aveva alzato con una mano il Larry O’Brien Trophy e con l’altra il premio di Finals MVP. Nel 2016, invece, il rientrante Curry era sembrato una copia sbiadita di quel prodigio eletto MVP stagionale all’unanimità (prima volta nella storia), e le sue prestazioni sottotono nelle Finals erano state una spinta decisiva per la storica rimonta subita. Cosa succederà stavolta? State sintonizzati, che il finale non è affatto deciso…
Anche perché, quest’anno come non mai, ci sono molti leoni pronti ad attaccare la gazzella ferita. Sulla strada che potrebbe portare a un quarto rendez-vous con LeBron James, gli uomini di Steve Kerr troveranno ‘predatori’ con le fattezze di Anthony Davis, Russell Westbrook, Damian Lillard e, soprattutto, James Harden. Tutto così scontato?

 

3 – Trey Burke: una nuova vita

Trey Burke, letteralmente 'rinato' a New York

Trey Burke, letteralmente ‘rinato’ a New York

Uno dei motivi per seguire con curiosità ogni stagione NBA è che, di anno in anno, saltano fuori protagonisti inaspettati. Come Emeka Okafor, di cui abbiamo trattato settimana scorsa. Oppure come Trey Burke, che con la maglia dei malridotti New York Knicks sembra avere trovato l’occasione giusta per un’insperata rinascita.

La carriera di Burke inizia alla Northland High School di Columbus, Ohio. La squadra di basket è allenata da Satch Sullinger, e tra i compagni di Trey c’è il figlio Jared, che attualmente gioca in Cina dopo essere passato dai Boston Celtics ai Toronto Raptors. Guidata dai due prospetti NBA, Northland diventa una delle migliori squadre liceali d’America. Poi è la volta del college: mentre Sullinger rimane in zona (Ohio State), Burke opta per Michigan. Anche quei Wolverines diventano uno squadrone, guidati dal numero 3 e da Tim Hardaway Jr. (le loro strade si incroceranno nuovamente a New York). Nel 2012, dopo che il suo primo torneo NCAA finìsce al primo turno contro….Ohio, Trey ha la forte tentazione di dichiararsi eleggibile per il draft, prima di desistere e rimandare di un anno. Il 2012/13 è la stagione dell’exploit; Burke e Hardaway, coadiuvati da altri futuri giocatori NBA come Nik Stauskas, Glenn Robinson III, Mitch McGary e Caris LeVert, guidano Michigan fino al Championship Game (la finalissima del torneo NCAA), ma i loro sogni di gloria vengono infranti dai Louisville Cardinals di Montrezl Harrell, Gorgui Dieng e coach Rick Pitino.

Nonostante la delusione Burke, che chiude la carriera collegiale come miglior assistman nella storia dei Wolverines e con svariati riconoscimenti individuali, è finalmente pronto per il grande salto. In un draft piuttosto indecifrabile (in cui Giannis Antetokounmpo è scelto con la quindicesima chiamata) e assai povero di talento, il playmaker viene selezionato con la nona scelta dagli Utah Jazz. Inizialmente la chiamata era di Minnesota, ma i T’Wolves la scambiano per le scelte numero 14 e 21, con cui mettono le mani su Shabazz Muhammad e…Gorgui Dieng, uno dei ‘giustizieri’ di Michigan alla finale NCAA.
In una versione non indimenticabile dei Jazz, Trey Burke ha comunque modo di brillare. Dopo aver saltato per infortunio le prime partite, si prende il palcoscenico e viene eletto miglior rookie della Western Conference nei mesi di dicembre, febbraio e marzo. Non è però sufficiente per il Rookie Of The Year Award, che finisce nelle mani di Michael Carter-Williams. Davanti a Burke finisce anche Victor Oladipo, mentre Antetokounmpo chiude al settimo posto (sì, è proprio un’annata strana…). Con l’addio di Tyrone Corbin e l’arrivo in panchina di Quin Snyder, per Trey le cose si complicano. Snyder punta molto su Dante Exum, quinta scelta assoluta al draft 2014, relegando l’ex Michigan nella second unit. Quando Exum subisce uno dei gravi infortuni che finora ne hanno minato la carriera, a Burke viene preferito Raul Neto, scelto con la 47esima chiamata nello stesso draft 2013. Dopo due stagioni con sempre meno spazio, i giorni di Trey nello Utah appaiono contati. Nell’estate del 2016, l’ex leader dei Wolverines viene spedito agli Washington Wizards in cambio di una misera seconda scelta al draft 2021. Nella capitale dura un solo anno (5 punti di media in 57 apparizioni), poi viene scaricato come un ‘Pippero’ qualsiasi. La sua carriera sembra entrata in un binario morto. Prima firma un contratto non garantito con gli Oklahoma City Thunder, poi viene ingaggiato dai Knicks. Non quelli di New York, ma quelli di Westchester, in G-League.

Quando sembra aver toccato il fondo, ecco giungere la più americana delle seconde occasioni. Nella lega di sviluppo domina, tanto che i ‘veri’ Knicks decidono di includerlo nel roster principale. Il suo debutto, datato 15 gennaio 2018, è una sorta di ‘commemorazione’ dei grandi Wolverines: da una parte i Knicks di Burke e Hardaway Jr. (che però viene tenuto a riposo), dall’altra i Brooklyn Nets di Stauskas e LeVert. Per l’occasione, il contributo di Trey è minimo: 5 punti in 8 minuti. Da quel momento, però, inizia per lui una ‘seconda vita’ cestistica. Mentre la squadra dice addio alle ambizioni playoff con l’infortunio di Kristaps Porzingis, il numero 23 consolida il suo posto nelle rotazioni di Jeff Hornacek. Due prestazioni in back-to-back da 18 punti (di cui una con 11 assist) danno una forte spinta al suo minutaggio, ma è dopo la pausa per l’All-Star Game che il suo impatto passa da “buono” a “ottimo”; 16.2 punti di media in oltre 24 minuti. Il 26 marzo, nella gara persa a Charlotte contro gli Hornets, si regala la migliore serata in carriera, chiudendo con 42 punti e 12 assist. L’ultimo giocatore in maglia Knicks con 40+10 era stato ‘Mr. Genio e Sregolatezza’ Stephon Marbury nel 2005.
L’improvvisa esplosione di Burke è arrivata nonostante un roster blu-arancio sovraffollato di guardie, dalla (eterna?) promessa Frank Ntilikina a Emmanuel Mudiay, arrivato via trade a stagione in corso. Con il finire della stagione, il contratto di Trey andrà in scadenza. Chissà mai che i Knicks non decidano di dargli una nuova opportunità; d’altronde, una franchigia talmente allo sbando non può fare altro che salvare il salvabile…

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