Home NBA, National Basketball AssociationNBA in Evidenza Three Points – Warriors vs. Cavs, quarto (e ultimo?) atto

Three Points – Warriors vs. Cavs, quarto (e ultimo?) atto

di Stefano Belli
Warriors-Cavaliers-pista Lakers

Giugno è ormai alle porte. Le giornate si allungano e, per noi appassionati NBA, le nottate si accorciano drasticamente. A mettere alla prova i nostri stoici organismi, quest’anno, sono arrivate addirittura due gare-7 consecutive. Una rovina per il fisico, ma una gioia per gli occhi. Dopo un percorso piuttosto tortuoso, i playoff 2018 arrivano all’atto finale, quello che si concluderà con la consegna del Larry O’Brien Trophy. A contenderselo saranno ancora le due grandi rivali di questo decennio, per la quarta volta consecutiva. E’ tempo di NBA Finals e, dunque, di una nuova edizione di Three Points!

 

1 – Warriors vs. Cavs, quarto (e ultimo?) atto

Quarto capitolo della saga in arrivo per gli Warriors di Stephen Curry e i Cavs di LeBron James

Quarto capitolo della saga in arrivo per gli Warriors di Stephen Curry e i Cavs di LeBron James

Sarà ancora Warriors vs. Cavs, dunque. La miglior squadra della lega contro quella del miglior giocatore al mondo. La serie finale più facilmente pronosticabile alla vigilia ma, mai come in questo 2017/18, per entrambe le contendenti è stata una marcia di avvicinamento tutt’altro che semplice.

I campioni in carica partivano da strafavoriti per un back-to-back, ma hanno vissuto una regular season piuttosto strana; eccessi di nervosismo, clamorosi passi falsi, momenti di estrema stanchezza (memorabile la frase “I nostri ragazzi sono mentalmente fritti”, pronunciata da coach Steve Kerr prima dell’All-Star Break), fastidiosi infortuni e il conseguente abbandono di quel primo posto a Ovest costantemente occupato dalla stagione 2014/15. I primi due turni di playoff sono stati tutto sommato agevoli, con dei San Antonio Spurs non più in grado di opporre resistenza e dei New Orleans Pelicans tanto agguerriti quanto poveri di talento (Anthony Davis escluso, ovviamente). La finale di Conference è stato lo scontro frontale tra due stili di gioco estremi, possibili solo a due formazioni intrise di fenomeni unici nel loro genere. Se da un lato è stato un pirotecnico show offensivo, dall’altro è emersa una certa incostanza di rendimento, sia per i vincitori che per gli sconfitti. Gli Warriors hanno concesso troppi giri a vuoto, hanno scherzato con il fuoco in una serie piuttosto indecifrabile. Certo, c’erano Stephen Curry e Kevin Durant, ma entrambi si sono presi pericolosissime ‘pause’ in momenti troppo importanti. Idem dicasi per Klay Thompson (in ogni caso determinante sul finire della serie) e Draymond Green, mentre il supporting cast, vuoi anche per i continui stravolgimenti delle rotazioni (dettati dagli accoppiamenti) operati da Kerr, è stato molto meno incisivo rispetto al recente passato. Contro la squadra di LeBron James, ‘steccare’ anche solo una partita potrebbe rivelarsi un errore fatale.

Ecco, LeBron James… Ormai il suo approdo alle Finals sembra quasi una ricorrenza, come la festa della Repubblica (ops… esempio sbagliato?). Il 2 giugno di LBJ è stato una costante per tutto il decennio, ma stavolta sembravano esserci tutte le premesse affinché la leggendaria streak venisse interrotta. Cleveland, a febbraio, era una franchigia allo sbando, in balia di una tempesta che ha coinvolto dirigenza, allenatore e giocatori, soprattutto quelli con nomi importanti. Il roster è stato stravolto a stagione in corso, gettando infiniti dubbi sulle possibilità di trovare il benché minimo equilibrio prima dell’inizio dei playoff. Dubbi che il tempo non ha affatto dissolto, anzi; il quarto posto a Est e il rischio assai concreto di essere buttati fuori dalla ‘Cenerentola’ Indiana o dalla martoriata Boston hanno messo in luce tutti i limiti dei Cavs. E’ vero, i suddetti avversari hanno giocato ben oltre le loro possibilità, ma raramente si è vista una squadra dipendere così tanto dal suo leader come quella di Tyronn Lue. Dal 17 ottobre, data della opening night, al primo giugno, vigilia di gara-1 delle Finals, non sì è visto un singolo giocatore in grado di aiutare con costanza un King James al suo meglio. Prima c’era Dwyane Wade, poi è toccato a Larry Nance Jr., Kyle Korver, Jeff Green, George Hill… Tutti prontamente rientrati nella mediocrità dopo il loro breve momento di gloria. Sulla carta, l’unica ‘spalla’ affidabile per il numero 23 doveva essere Kevin Love, che però ha vissuto una stagione travagliata da diversi punti di vista. Se i ‘fedelissimi’ Tristan Thompson e J.R. Smith sono i primi a sparire (il primo si è parzialmente riscattato ai playoff, il secondo sembra aver perso le motivazioni, insieme alla T-shirt, la notte del titolo 2016), ciò significa che, in fin dei conti, alla squadra manca una base solida. Eppure rieccoli, pronti a giocarsi le quarte (e forse ultime, visto il probabile addio del Prescelto in estate) Finals consecutive. Aldilà del fatto che nessuno possa vincere o perdere da solo, il LeBron James versione 2017/18 ha lanciato un messaggio forte e chiaro ai critici e al resto della lega: “ditemi quello che volete, ma io quest’anno non mollo. Qualsiasi cosa succeda, chiunque siano i miei compagni. A costo di fare 40 punti a sera, di giocare tutti i 48 minuti.”. Warriors favoriti, certo, ma per arrivare al titolo bisognerà buttare giù quello lì… Facile, no?

 

2 – Rockets: e adesso?

Futuro incerto per gli Houston Rockets di Chris Paul (a sinistra) e James Harden

Futuro incerto per gli Houston Rockets di Chris Paul (a sinistra) e James Harden

Gli Houston Rockets si sono fermati sul più bello. Dopo aver disputato la miglior stagione della loro storia, si sono dovuti arrendere a Golden State buttando letteralmente via due match ball, di cui l’ultima in casa. Il sistema di gioco ‘estremo’ organizzato da Mike D’Antoni, fatto di isolamenti, penetrazioni e tiri da tre punti, è stato un’arma vincente fino alle partite decisive, quando invece si è trasformato in un grosso limite. Non tanto per l’idea in quanto tale, che applicata con il giusto personale ha pagato cospicui dividendi in regular season, bensì per l’ostinazione con cui essa è stata perseguita nelle gare da dentro-o-fuori, nonostante i tremendi risultati; quando segni 7 tiri su 44 tentativi dall’arco e sbagli 27 triple consecutive, vuol dire che forse non è serata. Oltretutto Chris Paul, l’unico giocatore realmente in grado di offrire una variazione al tema, è rimasto ai box nelle due partite decisive per infortunio. Senza l’aiuto dei tiratori, senza CP3 e senza la minima traccia di mid-range game, non è bastato nemmeno un James Harden da 32 punti in gara-6 e altrettanti in gara-7 per chiudere la serie contro degli Warriors non certo ai loro massimi storici. In quanto al Barba, sostenere che non faccia la differenza è un’assoluta eresia. Meglio puntare sul “da solo non basta per arrivare fino in fondo”. Ma in NBA non sono poi tantissimi quelli in grado di trascinare in finale una franchigia pur essendone l’unica, grande stella…

Ora per Houston inizia una off-season piena di interrogativi. La squadra dei record (di franchigia) non è riuscita a centrare l’obiettivo grosso, l’età media è molto alta e l’unico giovane con significativi margini di miglioramento è Clint Capela, che sarà soggetto a qualifying offer. Intorno a lui ruotano molti degli scenari futuri: per trattenerlo, salvo enormi (e in fin dei conti immeritati) sacrifici economici da parte del giocatore, i Rockets dovranno impegnare una bella fetta di salary cap. Considerando che Harden percepirà i suoi bei 30 milioni (in attesa che parta il nuovo, faraonico contratto), che Ryan Anderson (non proprio utilizzatissimo in questi playoff) ne avrà 20, che altri 20 li prenderà la coppia Eric GordonP.J. Tucker e che ci sarà da rifirmare i free-agent (su tutti Chris Paul, ma anche Trevor Ariza e Luc Mbah a Moute andranno in scadenza), si capisce come la dirigenza sia attesa da scelte molto delicate. C’è poi l’ipotesi più suggestiva, quella che porterebbe in Texas mister LeBron James, ma affinché diventi realtà servono parecchie premesse: innanzitutto la volontà del Re (fino a questo momento ignota ai più), poi la rinuncia a Capela, la cessione di Anderson, uno ‘sconto’ da Paul… Insomma, una lunga serie di SE. L’unica certezza è che il roster attuale non è stato sufficiente per battere Golden State, e difficilmente lo sarà con gli stessi giocatori confermati in toto, ma invecchiati di un anno. Che si fa?

 

3 – Celtics: e adesso…

Per i Boston Celtics di Jaylen Brown e Jayson Tatum, questo 2017-18 potrebbe essere solo l'inizio di una grande avventura

Per i Boston Celtics di Jaylen Brown e Jayson Tatum, questo 2017-18 potrebbe essere solo l’inizio di una grande avventura

Se a Houston il futuro immediato rappresenta un’incognita, a Boston lo si aspetta con una certa impazienza. Perdere in gara-7 le finali di Conference, contro i Cavs di quel LeBron James, è quanto di meno simile ci sia ad una brutta sconfitta. Soprattutto considerando l’incredibile stagione vissuta dagli uomini di Brad Stevens, partiti con Kyrie Irving e Gordon Hayward in quintetto e finiti con Terry Rozier e Jayson Tatum, uno che, dodici mesi fa, stava preparando lo zainetto per lasciare il college. Nonostante le continue e incredibili avversità, i Celtics hanno disputato un 2017/18 da incorniciare. Sono riusciti ad arrivare a un passo dalle Finals guidati da un nucleo giovane, a volte giovanissimo (nel caso di Tatum e di Jaylen Brown, al secondo anno tra i pro), comunque di enorme prospettiva. Non solo, hanno anche messo in mostra una grande solidità, rendendo il TD Garden un autentico fortino (quella subita in gara-7 è stata l’unica sconfitta casalinga in tutti i playoff) e rivelandosi i più ostici degli avversari anche in trasferta (dove però c’è stato un visibile calo durante la post-season, forse l’unico sintomo di inesperienza). Soffermandosi sui Tatum e Brown, poi, è facile capire di trovarsi di fronte a due star emergenti, appena arrivate ma già in grado di fare la differenza su entrambi i lati del campo. Basterebbero loro a rendere più che interessante il domani dei Celtics, ma se aggiungiamo il ritorno dei due All-Star (del presente) e gli incredibili asset accumulati per possibili trade, ecco che gli orizzonti si ampliano ulteriormente. Già, perché oltre ai numerosi giovani del roster, Danny Ainge ha a disposizione le prima scelte 2019 (pur con protezioni di vario genere) di Clippers, Grizzlies e Kings, che al momento sembrano abbastanza lontani dal diventare gli ‘anti-Warriors’. Questi Celtics rappresentano quindi degli intermediari perfetti per scambi di grosso livello, ma anche una destinazione appetibile per qualche free-agent in cerca del giusto contesto.

I principali nodi, nel futuro biancoverde, sono perlopiù legati alla gestione interna dell’organico. Innanzitutto il rinnovo di Marcus Smart. Leader difensivo ed emotivo del gruppo, potrebbe certamente attrarre un contratto ben più remunerativo dei 6 milioni di dollari che gli spettano. Pareggiare o meno le eventuali offerte sarà una delle decisioni più difficili per Ainge e soci. Infine, un problema non certo secondario sarà la riorganizzazione delle gerarchie, inevitabile con i rientri di Irving e Hayward. A parole, sono tutti felici e contenti di fare ‘un passo di lato’ (per citare un noto showman, ma anche politico italiano), ma sarà tutt’altro che semplice per i vari Rozier e Tatum (ma anche per ‘gregari’ come Aron Baynes e Marcus Morris) farsi da parte, dopo una stagione del genere.

 

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