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Tu chiamalo, se vuoi, giornalismo (NBA)…

di Raffaele Camerini

Tu chiamalo, se vuoi, “giornalismo” (NBA) che io lo chiamo in tutt’altra maniera.

E non ho nemmeno quel dannato patentino, il che mi renderebbe presumibilmente uguale ad una certa massa. Ben mi starebbe, in tal caso.

Tu chiamalo “giornalismo”, che io non riesco a definirlo tale e sia chiaro, lo snob sono io in questo discorso. Probabilmente mi sono troppo abituato a Buffa e Tranquillo, a Mamoli, a Limardi, a Gotta, a Lopes Pegna, a Oriani e la lista correrebbe ancora in barba al tempo che abbiamo a disposizione. Chiamatelo così, se volete farlo, perché io non riesco a dargli questo appellativo. E’ più forte di me, lo snob, ripeto, sono io che non vedo quanto sia importante incanalare il traffico di rete nella propria piattaforma con ogni mezzo possibile. Probabilmente proprio perché non avendo quel dannato patentino e non essendo iscritto ad un certo albo, non riesco a vedere quelle leggere sfumature che la professione mi imporrebbe, tipo il farci i veri soldi.

E quindi via, chiamate giornalismo i titoloni da clickbait del tipo: “Un giocatore uscito dalla bolla di Orlando! E’ pericolo per tutti?”, oppure “Un giocatore dei Lakers rischia di non essere presente ad Orlando!!” con in copertina la foto di LeBron James, ma poi scopri che il giocatore che non ci sarà è Avery Bradley. Titoli che non ti danno nessuna chiara indicazione di cosa sia realmente successo, che gonfiano mezze notizie talmente deludenti di per sé che il click baiting rende tutto molto più grottesco. Perché ammaliato da un dubbio ed una curiosità che in realtà non avresti mai avuto, clicchi. E si scioglie il dubbio: ovvero nulla. Nessuna notizia che fosse così importante, così bramosa di raccontarsi, il vuoto più assoluto. 

Tutto fumo e niente arrosto.

Ma fa rabbrividire una cosa, ancora di più: che non lo facciamo noi di NBAPassion o i colleghi di altri siti e fan page. Il vero clickbait lo fa chi per davvero dovrebbe dirigere l’orchestra ed illuminare la via, che magari sta pure pensando di andare nella direzione giusta, col piffero in bocca e la melodia che si propaga. Lo fanno siti che dovrebbero insegnare a noi povera gente scalza, come camminare in un mondo tortuoso e frammentato.

Allora mi chiedo perché lo facciamo noi, quelli scalzi di NBAPassion o chi per noi, quello che crediamo “vero” giornalismo sportivo? Quello che racconta e spiega, od almeno ci prova, a rendere interessante tutto perché tutto è interessante. Almeno per noi. Che sappiamo bene quanto è frustrante scrivere gratis quasi tutto quello che produciamo e che i soldi fanno comodo, ma la decenza è fondamentale.

E quindi continuiamo a chiamare “giornalismo” delle improbabili classifiche fatte solo per generare curiosità. Che queste io le tengo pure se fatte bene! Sia chiaro! Le classifiche sono opinioni magari non condivisibili ma da accettare, laddove non feriscono nessuno. Ma la decenza, quella citata prima, evapora quando entrando nella classifica delle “10 migliori ville dei giocatori NBA”, trovi solo foto prese a caso, con didascalia che, immagino, le abbia scritte una bambina di 6 anni.

Non sono contrario alle curiosità NBA, al lato leggero della lega più bella del mondo e dello sport più bello dell’universo. Ma sono totalmente e perentoriamente contrario al titolone che non contiene niente dentro, che se al posto di parole vaghe e didascaliche ci fosse un foglio bianco, il peso specifico non cambierebbe. Come se l’unica cosa che conta è produrre e produrre solo per le visualizzazioni. La qualità è roba vecchia.

E noi che siamo cresciuti in altro modo, dove le cose vanno sapute e sapute dire, che cerchiamo di informarvi continuamente, dando opinioni quando possibile, approfondendo, spaziando tra NBA, NCAA, Eurolega e Serie A, ci ritroviamo col cerino spento in mano. 

Ma lo teniamo stretto quel dannato cerino. Più di un patentino o di un albo. Sperando che il lettore capisca e comprenda, che non voglia mai smettere di approfondire e diffidi da chi non vuole informarlo ma vuole solo la sua visualizzazione, il suo like, la sua reazione. Spero che sia questo il momento per tenere duro, altrimenti altro futuro non c’è.

Almeno per me.

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