19-2, miglior record della Lega, ovviamente a comando della Pacific Division e della Western Conference. 14 vittorie consecutive, l’ultima ieri notte contro i Rockets, privi di Howard ma pur sempre quinti a Ovest , reduci da 7 vittorie nelle ultime 9 e con Harden in versione MVP.
I riflettori per questo ottimo inizio sono puntati su una persona: da giocatore ha rappresentato per Jordan uno dei gregari di maggiore importanza, ora coach Steve Kerr si è ritagliato un altro posto nella storia del basket Nba diventando l’allenatore al primo anno con la striscia di vittorie più lunga (14)

Cerchiamo di leggere nello specifico la stagione finora disputata dai sorprendenti Warriors, comparandola con alcune statistiche dello scorso anno.
Le perdite di Jordan Crawford, MarShon Brooks, Toney Douglas, Kent Bazemore, Steve Blake e Jermaine O’Neal, oltre alla fine del rapporto con coach Mark Jackson, rischiavano di minare un equilibrio di gruppo che sembrava giunto a perfetta maturazione durante la scorsa stagione, conclusa con la sconfitta al primo turno contro i Clippers per 4-3, nel pieno della vicenda Sterling e in una serie che i Warriors avevano quasi portato a casa in gara 7.
É cambiata la guida tecnica, con Mark Jackson che ha salutato tra non pochi malumori nel gruppo, ma a quanto pare dal suo ingresso coach Kerr ha saputo toccare le corde giuste, migliorare il team proprio negli aspetti rivelatisi maggiormente deficitari lo scorso anno, e generare una nuova ondata di entusiasmo tra i giocatori,
Sono stati messi sotto contratto Shaun Livingston, reduce da una solida annata (soprattutto a livello fisico) in quel di Brooklyn, Leandro Barbosa e Brandon Rush, di ritorno dopo un’annata a Utah Jazz povera di soddisfazioni e in netto declino dal 2011/12 concluso, proprio a San Francisco, con quasi 10 punti di media.

Scaduto e non rinnovato il contratto di Jermaine O’Neal, l’attenzione si è subito focalizzata sul reparto lunghi, che contava i soli David Lee, Andrew Bogut, Festus Ezeli e Draymond Greene. Pronti via, infortunio per Lee, ancora oggi ai box ma sulla via del recupero. Problemi? Assolutamente no. Complice la mancanza del suo lungo statisticamente più produttivo, coach Kerr è quindi passato alla small-ball gia’ vista con fortune alterne lo scorso anno, con Green nello spot di Ala Grande ad aprire il campo e il solo Bogut a sgomitare sotto le plance. In più, Iguodala (63 presenze su 63 da starter lo scorso anno) retrocesso a leader del secondo quintetto, cedendo la posizione di Ala Piccola ad Harrison Barnes, al terzo anno nella Lega e chiamato alla decisiva svolta della sua carriera dopo un sorprendente anno da rookie, culminato in ottimi playoff, e un secondo anno nettamente al di sotto delle aspettative. Anche qui, esperimento che pare finora riuscito, con i numeri di Barnes che a breve studieremo e con Iguodala che, consapevole di aver perso parte della esplosività che per anni lo ha contraddistinto, ha accettato senza grossi problemi il ruolo di chioccia per i giovani e di leader dalla panchina, con qualche minuto anche da guardia.
In più, un ulteriore anno di esperienza e amalgama per Curry e Thompson, gli Splash Brothers, ovvero la migliore coppia di guardie nell’attuale NBA e per finire, tolti gli ultimi fastidi, una ritrovata integrità fisica di Andrew Bogut, ultimo pezzo di una macchina per ora quasi letale nelle mani di Kerr. Il tutto senza l’apporto di David Lee, che lo scorso anno contribuiva per 18 e 9 rimbalzi abbondanti.
Passiamo ai numeri, che in parte mostrano gli enormi miglioramenti di Curry e compagni.
Lo scorso anno i Golden State erano decimi per media punti per partita (104.3). Quest’anno, nonostante la partenza di Blake e O’Neal su tutti, la media è salita a 106.8, quarta assoluta in NBA. Ma il dato ancora più sorprendente è la media punti concessa, passata dai 99.5 (decimi nel 2013/14) agli attuali 95.6 (sesti assoluti). Per una squadra che fa del run&gun il suo credo principale è un risultato eccezionale, che gratifica ancora di più il certosino lavoro che Kerr sta facendo soprattutto nella mentalità e nella attitudine difensiva delle proprie star, con Curry spesso e volentieri tenuto in difesa su giocatori dinamici e pericolosi offensivamente anche per tenerlo sempre attivo e senza pause mentali nel corso del match.
Le armi principali dei Warriors restano comunque le spiccati doti offensive del team unite all’intensità: il numero dei possessi per 48 minuti (PACE) è salito da 96.2 (sesti) a 98 (secondi), frutto anche di una difesa aggressiva che spesso costringe la squadra avversaria a forzare il tiro o a perdere la palla. Non a caso, la percentuale concessa agli avversari finora è appena sotto il 41%, a differenza del 43% della scorsa annata, ed anche il numero di palle perse forzate è salito da 15 a 16. Non male per specialisti offensivi, e soprattutto merito degli aggiustamenti di Kerr e di acquisti mirati come quello di Livingston e Barbosa, presi nell’ottica di formare assieme a Iguodala e Speights una second-unit tutta intensita’ e agonismo. I punti concessi agli avversari per 100 possessi (defensive rating) sono scesi da 102.6 a 97.6 (primi nella Lega).
È proprio con Livingston e Iguodala in campo che i Warriors spesso sterzano nel secondo quarto (in cui concedono 22.6 punti a partita, primi nella Lega) e nell’ultimo (sesti nella Lega). Nelle due sconfitte contro Suns e Spurs negli ultimi 12 minuti i punti subiti sono stati 36 e 31.
Ancora convinti che la squadra giochi solo di corri e tira?

Passando ai giocatori, compariamo le statistiche e ci accorgiamo che la missione di recupero di Harrison Barnes per ora sembra perfettamente riuscita. Il prodotto di North Carolina è passato dai 9.5 punti, 4 rimbalzi e 1.5 assist della scorsa annata agli attuali 11.5, 6.4 e 1.4 di quest’anno, dal 40% dal campo all’attuale 53%, dal 35% da 3 al 45%. Un miglioramento esponenziale che ha fatto riprendere la crescita del ragazzo, ora punto fermo del quintetto.

Altro giocatore maturato con la gestione Kerr è sicuramente Speights, sempre protagonista di alti e bassi in carriera e incapace, nelle edizioni di Cleveland, Philadelphia e Memphis di fare quel salto di qualità in dedizione e concentrazione, passato quest’anno dai 6.4 punti e 3.7 rimbalzi del 2013\14 agli attuali 12.5 e 5.3, figli anche di un minutaggio cresciuto dopo il crack di Lee.
Ma la vera chiave per Kerr oggi si chiama Draymond Green. Il giocatore da Michigan già lo scorso anno aveva mostrato le sue qualità soprattutto difensive, ma ha lavorato in estate sulle sue lacune, sul tiro e sulla lettura del gioco e nel nuovo ruolo ricamatogli da Kerr rappresenta il vero upgrade rispetto alla stagione passata. Da 6.2 a 13.2 punti, da 5 rimbalzi a 7.7, da 1.9 assist a 3.0. Grande visione di gioco, a tratti il vero play aggiunto del team, che apre il campo e crea spesso situazioni di totale vuoto nell’area, facilmente attaccabile anche da un piccolino come Steph Curry. Assieme a Butler dei Bulls, Draymond è il principale candidato a MIP quest’anno.
In queste condizioni, sarà difficile ma sicuramente piacevole dover pensare a come reinserire Mr. doppia-doppia Lee, in realtà sacrificabile anche sul mercato ma che probabilmente verrà lasciato al suo posto per non minare equilibri soprattutto interni che ormai sembrano cristallizzati.

Ci sarebbero poi Steph e Klay, 44.2 punti di media in coppia, con il secondo salito da 18 a 21 punti e da 2.2 a 3.5 assist, e che sembra aver messo da parte gli screzi estivi e un contratto che tardava a essere rinnovato (ora ha firmato per 70 in 4 anni). Il dato che sorprende è il contestuale aumento di punti e assist, a testimoniare la maturazione del giocatore anche nelle letture di gioco. E poi leadership, tanta leadership: al netto degli infortunati Kevin Martin e Kevin Durant che hanno giocato 6 e 5 partite, Thompson e Curry sono ottavo e undicesimo per media punti nell’ultimo quarto, producendo 12 punti di media in coppia.
La loro importanza si nota maggiormente esaminando una delle nuove adv stats introdotte dallo scorso anno notiamo che nella classifica del RPM (Real Plus Minus), ovvero una stima matematica di reale contributo plus\minus di ogni giocatore, proporzionato alla “forza” di ogni suo compagno di squadra sul campo e ogni avversario. Il RPM valuta l’impattto di ogni giocatore sull’efficienza netta del proprio team (punti ogni 100 possessi) e separa l’aspetto difensivo da quello offensivo. Dal RPM si calcola il WAR (Wins Above Replacement) che valuta il numero di vittorie generate, calcolate sui possessi totali del giocatore. Il leader nella Lega è Stephen Curry sia nell’indice RPM che nel WAR. Al secondo posto del RPM troviamo proprio Klay Thompson. Insomma,con dati alla mano su impatto sull’efficienza netta del proprio team e vittorie generate per ogni loro possesso, anche i numeri confermano la stagione finora spaziale di questa coppia e rendono merito al lavoro di Kerr che non a caso è tra i candidati principali per il titolo di coach dell’anno. Stesso discorso per Curry, ad oggi nettamente in testa nella corsa al titolo di MVP.
Questi Warriors sono da titolo?
Perchè si: indubbiamente il calendario ha aiutato un minimo (2 squadre sopra il 50% in questa striscia di vittorie), ma già ieri notte contro i Rockets la prestazione è stata così di livello da convincerci a pensare che i meriti vadano ben oltre un calendario semplice. Il calendario ora dice Mavs, Pelicans, Grizzlies, Kings, Thunder, tutti team di livello e in lotta per il playoff. Questi match ci diranno ancora di più sulle reali capacità del team di Kerr, che intanto guadagna autostima e guarda con fiducia anche al futuro, forte di una situazione salariale del team che consente di essere ottimisti. Curry, Thompson, Lee, Bogu, Livingston, Speights e Barnes sono già sotto contratto per il prossimo anno. C’è la questione più spinosa che riguarda Green, ma se dovesse continuare a migliorare sarà difficile rinunciare a lui e a quel punto il sacrificato potrebbe essere David Lee, giocatore di grande impatto numerico ma sicuramente meno indispensabile sia di Green che di Bogut, giocatore a tratti simile a quello che Divac rappresentava nei Kings di qualche anno fa per lettura del gioco e di devastante importanza nel sistema Warriors.
In ottica titolo molto dipenderà dagli accoppiamenti, in un Ovest che vede 7 team sul 70% e Okc arrivare di rincorsa come possibile ottava di lusso. Insomma, che siano Dallas, Clippers, Thunder o Houston gli avversari di turno, la strada per l’anello è lunga, ma mai come quest’anno negli occhi delle star allenate da Kerr sembra esserci una convinzione maggiori rispetto agli altri anni, e approfittando di un anno in più di “usura” degli Spurs, dei perenni problemi fisici a Oklahoma chiamata a un tour de force per rientrare nella corsa, dei Clippers sempre scoperti nello spot di ala piccola e ancora più verticali che orizzontali, e di un Est che stenta a trovare il suo padrone, magari è l’anno giusto a San Francisco…
Perchè no: la storia recente ci dice che l’esperienza, da maggio in poi, prevale sul talento. Kerr, almeno nella carriera da giocatore,ne ha accumulata a sufficienza per lottare soprattutto psicologicamente per certi obiettivi, ma basterà in un team che ha nelle proprie armi migliori Barnes (1992), Curry (1988), Thompson (1990) e Green (1990)? La domanda sicuramente ha rappresentato una riflessione fatta dalla dirigenza Warriors, e puntare sull’esperienza del coach e sull’innesto di gente come Livingston e Barbosa che si aggiungono a Bogut, Lee, Iguodala (gente con diversi anni di carriera alle spalle) rappresenta la migliore risposta a questi dubbi. Aggiungiamoci che, proprio nelle ultime ore, sta girando il nome di un certo Ray Allen…
Luca Mazzella




