Ripercorriamo assieme ai colleghi di ESPN i giorni che hanno portato alla decisione di Kevin Durant di lasciare Oklahoma City.
La risposta di Steve Kerr, sicuramente, è stata “sì”. Non c’è stato alcun momento in cui ha pensato che l’aggiunta di Durant avrebbe potuto influenzare l’alchimia di squadra, nessuna preoccupazione che il quattro volte scoring champion NBA avrebbe potuto interferire nel delicato meccanismo che egli stesso aveva creato. Kerr non ha avuto bisogno di conferme, di convinzioni. D’altronde egli era stato parte di due grandi dinastie NBA – prima a Chicago con Jordan, poi a San Antonio con Duncan– e sapeva cosa servisse per sostenere quei due grandi sistemi.
L’unica domanda era se Kevin Durant avesse avuto il coraggio di lasciare Oklahoma City.
“Sapevo che ce la poteva fare” ha detto Bruce Fraser, l’assistente agli Warriors di Kerr nonché suo migliore amico. “Ma ho pensato che dover dire di no alle persone che amava sarebbe stato più difficile e doloroso che dire “sì” a Golden State.” KD, dopo tutto, era un uomo che aveva camminato per le strade di Moore, Oklahoma, che aveva donato $1 milione di euro alla città dopo il tornado del 2013. Era un uomo che, quando era stato nominato MVP nel 2014, aveva detto alle persone di Oklahoma che quello era il posto perfetto per lui, per il quale continuava a lottare ogni giorno.
OKC puntava sulla sua lealtà. Ed è stata soltanto per una determinata circostanza che squadre come Warriors, Clippers, Spurs hanno avuto lo spazio salariale per poterlo firmare. In passato, una franchigia avrebbe dovuto tagliare parte del roster per offrire un posto in squadra a una superstar del calibro di Durant. Ma l’innalzamento del salary cap di $25 milioni, grazie all’incremento dei ricavi sui diritti Tv, ha creato un’opportunità senza precedenti. Alla fine ciò sarebbe venuto incontro a Kevin, e a quello che desiderava. In entrambi i casi l’NBA non sarebbe stata più la stessa.
Kevin Durant nella Baia
L’origine del più grande trasferimento NBA dalla famosa “The Decision” di LeBron James, in realtà, non nasce a Luglio.
Tutto comincia a febbraio, al Super Bowl 50 a Santa Clara, California. Lì, approfittando dei due giorni liberi prima del big match contro Golden State, Durant ha una rara occasione di esplorare la Bay Area. La domenica sera, accreditato come fotografo ufficiale, frequenta il Super Bowl. In quel momento però non c’e solo lui ma anche i suoi prossimi compagni Curry e Green, che stavano sostenendo la squadra di casa a bordocampo. É in questo momento, secondo le fonti, che OKC comincia a preoccuparsi del fatto che se c’è una squadra che può attirare l’attenzione della loro stella è proprio Golden State.

Una cena insolita
Nell’ultima settimana di giugno, con l’imminente inizio della free agency, Durant incontra i compagni Russell Westbrook e Nick Collison assieme all’assistente allenatore Royal Ivey al BOA Steakhouse a West Hollywood. Tra una bistecca e l’altra, Russell Westbrook chiede a Durant cosa avrebbe potuto fare di diverso per convincerlo a rimanere. Quella sera i membri dei Thunder lasciano il ristorante convinti che KD sarebbe rimasto.
Il primo meeting
Arriviamo a giovedì 30 giugno, il primo meeting ufficiale della free agency per Durant. Il General Manager dei Thunder Sam Presti e il suo assistente Troy Weaver chiedono a KD di fare una cosa un po’ diversa dal solito.
Nonostante per anni Durant sia entrato nell’arena tramite l’area del parcheggio, gli chiedono di incontrarsi sul livello della strada dove lo inaugurano attraverso una porta vicino alla quale si trova un’immenso striscione che lo vede raffigurato. Un gesto con il quale sperano visivamente di ricordare a Durant tutta la sua importanza per la franchigia per poi negoziare il contratto.
Durant lascia la città con un jet privato verso una località, gli Hampton, dove riflettere sul da farsi senza alcuna pressione e attenzione

Draymond Green e Kevin Durant
Warriors, a modo loro
Un giorno dopo, negli Hampton, inizia il primo incontro della free agency con i Golden State Warriors. Gli Warriors hanno preparato una simulazione della realtà nella quale, attraverso degli occhiali VR, Kevin Durant proverà l’emozione della Oracle Arena come se fosse a bordocampo. Oltre a KD ci sono anche Curry, fresco di un viaggio alle Hawaii, Green Thompson e Iguodala. Nonostante gli occhiali abbiano un problema di funzionamento, Durant non ci fa caso ed è pronto a confrontarsi con le stelle della squadra, faccia a faccia. In quel momento tre domande si presentano al suo cospetto:
Quanti titoli pensi potremmo vincere con questa squadra? Quanti titoli puoi vincere senza di noi? Quanti titoli pensi potremmo vincere assieme?
Qualche ora dopo il meeting Curry manda a Durant un messaggio quasi provocatorio verso i suoi allora compagni di squadra:
Non mi interessa chi sia il volto della franchigia, chi riceva più attenzioni nè tantomeno chi venda più scarpe.

Stephen Curry e Kevin Durant in maglia Warriors
Il Klay Thompson che non ti aspetti
Nel frattempo, alcuni membri del team temono che la questione “scarpe” possa far deragliare l’affare. Durant è un rappresentante della Nike, mentre Curry è ovviamente il volto dell’Under Armour. Così durante l’incontro Curry fa notare a KD che unire le forze e vincere qualcosa di importante assieme sarebbe un bene anche per le rispettive aziende di scarpe. In tutto ciò Klay Thompson, che alcuni potrebbero pensare fosse sul punto di addormentarsi, interviene con una domanda sul suo sponsor di calzature cinesi poco conosciuto: “É un bene per Anta?”. Tutta la sala scoppia a ridere
Tocca ai Boston Celtics
Il 2 luglio, di sabato, i propietari dei Celtics Wyc Grousbeck e Steve Pagliuca, il General Manager Danny Ainge e il quarterback dei Patriots Tom Brady volano all’East Hampton Airport per incontrare Durant. Con loro ci sono anche i giocatori dei C’s Isaiah Thomas, Marcus Smart, Kelly Olynyk e Jae Crowder. Nel corso della discussione i Celtics fanno anche il nome di Al Horford – non sapendo che Durant aveva già sentito questo nome a Oklahoma City.
Eppure Durant si incontra con Boston per ben quattro ore e nelle ore successive circola tra le fonti NBA l’idea che se Golden State avesse vinto le Finals Kevin Durant si sarebbe accasato ai Celtics, per evitare di unirsi ad una dinastia.
The decision: l’atto finale
Domenica 3 luglio, più di una mezza dozzina di ‘Thunder’ sceglie di rimanere nell’East Hampton in caso Durant decidesse di parlare ancora. Ma senza un posto dove soggiornare nel weekend i membri del gruppo, tra cui il proprietario Clay Bennet il GM Sam Presti e Coach Billy Donovan, dopo una cena in tarda serata si dirigono all’Holiday Inn Express in attesa della decisione. Durant è focalizzato su Golden State, la decisione si avvicina.
Kevin Durant chiama il proprietario di Golden State Joe Lacob in contemporanea con il GM Bob Myers, argomento sul piatto il modo in cui lo avrebbero difeso dalle critiche se avesse deciso di trasferirsi nella località della Baia. A un certo punto della telefonata Durant si lascia andare ad un “When I come” (“quando vengo..”) che sconvolge il proprietario Lacob: Kevin e i Golden State Warriors non sono mai stati così vicini.
La mattina seguente all’Holiday Inn Express arriva la telefonata di Durant che annuncia la sua partenza da Oklahoma City, pochi minuti dopo e anche l’intero mondo NBA ne viene a conoscenza.
Kevin Durant e gli Oklahoma City Thunder, un rapporto concluso, una fedeltà perduta.


